31 agosto 2012

Marinaleda, il socialismo e le Comunidad


Recentemente si è tornati a parlare di Marinaleda, sperduto paesino di poco meno di 3000 anime nell'Andalusia.
Ciò che contraddistingue la nomea di questo posto sarebbe il raggiungimento di un livello egalitario senza pari, frutto di un lavoro meticoloso di durata pluridecennale, portato avanti dal capo del partito della sinistra radicale locale, nonché sindaco Juan Manuel Sánchez Gordillo.

Ad ogni vagito di crisi economica, esattamente come accadeva ai tempi di Keynes, una parte dell'opinione pubblica tenta di ricercare la soluzione ai propri problemi, con vie alternative al modello in essere. Questo comportamento è determinato da due tendenze, o sarebbe meglio dire dagli spiriti animali, che sono insiti nell'essere umano dalla notte dei tempi. In primo luogo, si è tentati di cercare una soluzione "al di fuori del sistema", quando le risposte che esso ci sta fornendo non sono ritenute sufficientemente efficaci, oppure, quando ci siano asimmetrie informative tali da non comprendere la posta in gioco. Keynes passa, nei giusti ambienti (leggasi "non liberisti") come il salvatore del capitalismo dalla sua prodromica tendenza autodistruttiva. In teoria, sempre negli ambienti giusti (leggasi stavolta come "sinistra radicale"), Keynes è il nemico pubblico numero uno, il sostenitore della causa borghese per eccellenza, perché con le sue brillanti intuizioni ha permesso al capitalismo di correggersi e continuare a fornirci anche quella serie di esternalità positive di cui (noi) non faremmo più a meno: libertà civili e democrazia.

In tal caso, assume un qualche interesse da Econoliberal l'analisi del piccolo paesino andaluso, per poter spiegare, scevri da preconcetti e ideologie, che cosa stia realmente avvenendo.

Riassumo la situazione che si può leggere in questo articolo de L'Espresso, che trattò del paesino già nel 2010:

- il paesino conta 2700 abitanti;
- il sindaco e la sua maggioranza sono le stesse dal 1979 (cioè sono al potere da 33 anni);
- esiste una cooperativa agricola che dà da lavorare a molti abitanti, con rigida suddivisione dei ruoli tra uomini e donne;
- i terreni coltivati a questo scopo sono frutto di una battaglia giuridica per l'esproprio di un latifondo di un nobile locale (nella nostra Costituzione abbiamo disposizioni simili contro la diffusione del latifondo);
- il municipio ha attuato un forte contenimento dei costi, applicando quella che prende il nome di sussidiarietà orizzontale, in tempi non sospetti in cui questo termine non aveva ancora assunto le connotazioni negative di stampo ciellino;
- il programma di auto-costruzione delle abitazioni è qualcosa di fattibile da parte di molti comuni (e direi soprattutto province, uno degli enti più utili, anche se c'è chi delira sostenendo il contrario) anche italiani, in quanto l'ente comune si fa carico di una serie di costi (quindi scarica il costo su tutta la collettività), e li condivide in parte con gli interessati (la prestazione d'opera), altro caso di sussidiarietà;
- il prestito, che poi verrà restituito per contribuire al tutto, va alla Comunidad Autónoma dell'Andalusia, fatto che comporta la critica di "sfruttare il sistema capitalista per foraggiare il sogno socialista", cosa liquidata da un pragmatico "sfruttiamo il sistema come tutti", da parte del loro folkloristico sindaco;
- l'importo di tale rateizzazione è l'abbordabile cifra di 15€/mese per 133 anni.

Bengodi? Terra delle opportunità? Utopia in terra?

Non direi. Ci sono alcune debolezze, solo che giornalisticamente parlando, mostrare un bilancio chiaro e netto delle forze in campo, non fa notizia. Vediamoli insieme.

1° Rinnovamento e democrazia. Sono felice che in Italia abbiano messo il limite di mandato ai sindaci (massimo due mandati consecutivi da 5 anni ciascuno). Per quanto bravi si possa essere, per quanto motivati e democratici ci si senta nel profondo, non siamo più ai tempi di Pericle (quello vero); in tempi di democrazia rappresentativa l'obiettivo delle forze politiche è (anche, se non soprattutto) preparare nuove leve di amministratori per un ricambio. Tolto quel sindaco, chi c'è? Ha un numero due? Scelto con che sistema? Come il fratello di Castro (persona di cui si fidava sicuramente)? O come il cognato iraniano (ultimamente di moda)?

2° Sostenibilità nel medio periodo. Come hanno osservato giustamente i critici, la possibilità dell'auto-costruzione è possibile grazie a fondi della Comunità (l'equivalente delle nostre Regioni), presumo anche sulla base di alcuni fondi europei per lo sviluppo. Badate, quantitativamente, visti gli importi, non viaggiamo su cifre molto diverse a quelle che spendono le province per il settore lavoro e educazione professionale. In secondo luogo, va ricordato che recentemente la Catalogna ha frignato verso Madrid, invocando un prestito senza condizioni da 5 miliardi di euro, pena il loro collasso, frutto di anni di politiche scellerate, in ossequio a poteri semi-illimitati delle Comunidad... Siccome la crisi ha messo in discussione anche il sistema delle autonomie locali spagnolo nella sua interezza, come sta messa l'Andalusia? Da quel che leggiamo, non bene... Per cui è probabile che anche il sogno di questa utopia socialista (a carico di altri contribuenti, nel peggiore dei casi, a danno della specializzazione produttiva, nel migliore), a breve, dovrà essere riveduto e ridiscusso.

3° Divisione del lavoro ottocentesco - Sistema produttivo dello stesso periodo. Come si è visto, il lavoro della principale economia (la cooperativa agricola) è organizzato secondo una suddivisione che fa un po' ridere, visto il sessismo insito nella stessa. Quel che però dovrebbe far piangere, è la politica industriale (assente). Con un sostrato socioeconomico facilitato, si potrebbero avviare sperimentazioni anche di altra natura, come start-up giovanili e insediamenti industriali, interconnettività, tecnologie verdi e/o informatiche... Nulla di tutto questo viene considerato.

Saranno in grado di ridiscutere il proprio modello, con una leadership ingessata da oltre un trentennio? Se fossero veramente democratici, sì... Personalmente non posso far altro che sperare per loro che vada tutto per il meglio, ma come mi piace ricordare il caro Aristotele, "il migliore non si afferma da sé" (per un nostro difetto di fabbricazione, aggiungerei). Considerando poi che la crisi li sta per stringere, non mi stupisce che la loro leadership stia cominciando a correre a degli estremi rimedi... 

30 agosto 2012

La Convention Repubblicana

Mentre l'uragano Isaac flagella il sud degli Stati Uniti, in Florida si sono riuniti i repubblicani per incoronare Mitt Romney e Paul Ryan, che sfideranno Obama il 6 novembre nella corsa alla presidenza della principale economia mondiale.

Se guardate le immagini in tv non potrete evitare di notare la composizione dei partecipanti alla convention: moltissimi bianchi anglosassoni (wasp direbbero negli USA), assenti gli ispanici, i neri, le minoranze in genere.

Già, perchè come scrive Furio Colombo su Il Fatto Quotidiano, c'è un problema di razza e classe: il Partito Repubblicano è controllato dai bianchi, ricchi, un pò razzisti, a favore della riduzione delle imposte ai ricchi, contro la riforma sanitaria, a favore delle armi, contro l'aborto, a favore degli interessi di finanza e assicurazioni sanitarie.

La scelta di Paul Ryan come candidato alla vicepresidenza conferma lo spostamento a destra del baricentro repubblicano. Qualunque stratega inviterebbe i candidati a guardare al centro, per catturare il voto moderato incerto. Romney invece ha scelto Ryan che persegue sfacciatamente una politica di classe: sta dalla parte dei bianchi e cerca di spingere milioni di americani a votare contro se stessi, vale a dire contro l'assistenza sanitaria e contro la spesa sociale, a favore degli interessi di finanzieri che pagano meno imposte di un impiegato o di assicurazioni che, in nome del profitto, negano le cure ai malati.

Illogico? No, perchè il voto dipende da altri fattori e non solo dal calcolo razionale. Conta l'andamento economico, in questo momento negativo, e conta l'appartenenza a comunità etniche o religiose, la condivisione di valori, le aspettative degli altri su di noi. E in un momento di difficoltà economiche tutto ciò potrebbe essere fatale per Obama e anche per l'America che, se vincesse Romney, si incamminerebbe di nuovo lungo la strada percorsa da Bush, quando anni di spietato liberismo hanno provocato la più grande crisi dopo quella del 1929. Per gli USA e per il mondo intero sarebbe un disastro, ma per i bianchi ricchi e un pò razzisti che si spellano le mani ad applaudire Mitt Romney sarebbe una fortuna.

27 agosto 2012

Meglio più tasse o meno spesa?

Se si devono rimettere a posto i conti, è meglio agire aumentando le imposte o riducendo la spesa pubblica? E' meglio pretendere grandi sforzi in poco tempo come accade in Grecia o lasciare più tempo ai greci perchè correggano i conti pubblici?

A queste domande hanno provato a rispondere tre economisti italiani, Nicoletta Batini, Giovanni Callegari e Giovanni Melina hanno pubblicato (vedi qui) nei Working Papers del Fondo Monetario Internazionale uno studio molto interessante degli effetti degli interventi sui bilanci pubblici.

Studiando diversi casi i tre studiosi sono giunti a una serie di utili conclusioni.

1- Gli interventi sui conti pubblici deprimono l'economia in misura maggiore quando un'economia è in recessione. Inoltre l'effetto negativo sul PIL è peggiore se l'intervento avviene attraverso un taglio della spesa. Gli aumenti delle imposte impattano meno sul PIL.

2 - Gli interventi sui conti pubblici aumentano la fiducia nel paese che li attua, ma la maggior fiducia rilancia l'economia meno di quanto gli interventi sui conti la deprimono.

3 - Se un'economia è in recessione, la probabilità che un intervento sui conti pubblici peggiori la recessione è due volte la probabilità che l'intervento in una economia in crescita scateni una recessione.

4 - Infine sono peggiori gli interventi che propongono sacrifici immediati rispetto a quelli che li distribuiscono nel tempo.

Di qui alcuni consigli dei tre economisti per fare in modo che il rapporto debito/PIL

1 - meglio aggiustare i conti pubblici quando l'economia è in crescita rispetto a quando p in recessione.

2 - Se si deve intervenire durante una recessione, meglio farlo con un aumento delle imposte rispetto che con una diminuzione della spesa pubblica.

3 - Se si interviene riducendo la spesa pubblica in una situazione recessiva, meglio farlo gradualmente e usando la politica monetaria per mitigarne gli effetti recessivi.

Insomma, i tre economisti pare abbiano trovato una conferma nei dati empirici al fatto ormai noto: le scelte di Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e soprattutto dei conservatori tedeschi sono sbagliate. In particolare i folli sacrifici imposti alla Grecia non possono avere successo e rischiano di peggiorare la situazione del paziente anziché curarlo. Con le scelte sbagliate il rapporto debito/PIL non può che peggiorare.


24 agosto 2012

Le lezioni di Opel

Mentre a Rimini la ministra Fornero discute di giovani, lavoro e fisco, dalla Germania arriva un segnale molto interessante dal mercato dell'auto: Opel è in crisi e sta per prendere provvedimenti: riduzione dell'orario di lavoro e della produzione in alcuni stabilimenti nei restanti mesi dell'anno.

Ma come, vien da dire, non c'era l'euro a favorire i produttori tedeschi garantendo una minor differenza di prezzo tra i prodotti "made in Germany" e quelli italiani o francesi di quella ipotizzabile se non ci fosse l'euro?

Eppure Opel è in crisi. Nonostante abbia rinnovato i modelli vende meno di Fiat. L'euro non è la causa di tutti i mali. Prima lezione.

Tre anni fa quando General Motors, proprietaria di Opel, pareva intenzionata a liberarsene, Marchionne provò a comprarla, incontrando l'ostilità del governo tedesco, dei lander che ospitano gli stabilimenti Opel, dei sindacati e alla fine pure di General Motors, che restò a lungo incerta sul da farsi e alla fine decise di non vendere Opel neppure agli austriaci di Magna, graditi ai tedeschi.

Marchionne voleva integrare Fiat e Opel in Europa, ma tagliando alcune produzioni di Opel. Aveva visto giusto sul piano produttivo (seconda lezione), visto che da allora Opel non ha generato utili ma solo perdite e oggi è costretta a intervenire nella direzione di un taglio produttivo, ma era perdente sul piano delle relazioni industriali (terza lezione). 

I tedeschi infatti obbligano le imprese a concordare con i sindacati le misure necessarie per affrontare le crisi e il sistema pare funzionare bene. Da noi si cerca lo scontro, con la conseguenza che quando Marchionne è andato in Germania a discutere di un possibile acquisto di Opel nessuno s'è schierato dalla sua parte, anche se aveva capito forse meglio di tutti la situazione di Opel e di cosa aveva bisogno.


Quando sarebbe bello se Elsa Fornero invece di andare a strappare applausi a Rimini imparasse le lezioni che arrivano dalla Germania e in particolare da Opel e cogliesse l'occasione per far riflettere i suoi colleghi di governo sull'utilità di adottare modelli di relazioni industriali diversi, capaci di ispirare più fiducia all'estero e magari di produrre qualche buon risultato pure in Italia, dove sappiamo fare molte cose ma non gestire le relazioni industriali senza contrasti eccessivi.

21 agosto 2012

La spending review che non funziona: il caso dell'Esercito Italiano


In tempi di tagli alla spesa, più o meno efficaci e "digeriti" dall'opinione pubblica, ci si dovrebbe aspettare un po' di virtuosismo da quelle istituzioni poco produttive del nostro apparato statale, quale ad esempio l'esercito.
L'ultimo colpo di coda del precedente Governo Berlusconi aveva visto la messa a concorso di oltre 12.000 posti tra Esercito, Aeronautica e Guardia di Finanza.
Avevo anche tentato, in altra sede, un calcolo di raffronto tra le spese correnti che questo bando avrebbe comportato, ed altri usi "intelligenti" di questo denaro pubblico; l'esempio era stato fatto con i dottorati di ricerca, il percorso più alto di formazione accademica attualmente contemplato, in cui si è ancora un po' studenti, e si comincia ad essere avvezzi all'incardinamento da docenti/ricercatori.

Vi ripropongo l'esempio:

supponiamo che l'indennità base sia di 1400 € lordi (sono conti della serva al minimo... un dipendente della Regione Lombardia fresco di concorso prende oltre 1700€ lordi), per 14 mensilità.

1400x14x12000 = 235.200.000 €

Bella somma, e quella è solo per il primo anno di servizio. Tanto paga pantalone...

Il costo di un dottorato di ricerca si attesta sui 13.500 € lordi annui (hanno una tassazione più bassa, per cui allo studente dottorando arrivano circa 13.000 € puliti, con qualche piccola variazione da università a università).

La borsa di dottorato, per accedere la quale si deve superare un concorso pubblico, è valida per tre anni (normalmente), per cui parliamo di 13.500 € annui per tre anni consecutivi.

13.500x3= 40.500 €

Ora facciamo il calcolo che mi fa inalberare non poco.

235.200.000 € / 40.500€ = 5807,04

Con un solo anno di stipendi all'oscenamente elevato numero di volontari richiesti, si sarebbero potute finanziare 5800 borse di dottorato, ovvero quasi più di quante siano mai state emesse dalla riforma del dottorato di ricerca, includendo pure gli aventi diritto senza borsa (la categoria più vituperata dell'universo).

Considerando che ci sono una sessantina di università statali, e che solo Verona ha deciso da qualche anno di investire molto nei dottorati (quest'anno ha bandito più di 100 posti), mentre le altre si attestano su numeri più bassi, Provate a considerare l'enormità dello spreco di denaro pubblico di cui siamo stati vittime.

Come se non bastasse, potete vedere qui, hanno appena bandito altri 3.756 posti da volontari in ferma prefissata quadriennale.

Applicando analogamente il conto di prima:

3756x14x1400= 73.617.600€ /40.500€ = 1817,72 borse erogabili su tre anni.

Keynes parlava di investimenti pubblici selettivi, volti ad avere un alto ritorno economico, la logistica (strade, ponti), ma in un sistema mutato come il nostro, la fonte di ricchezza si è spostata sul lato intellettuale. I brevetti dovrebbero essere l'obiettivo di ogni policy maker orientato al ritorno economico degli investimenti. I brevetti si ottengono dalla ricerca e l'avanzamento scientifico si ottiene dalla ricerca di base, bistrattata in modo ancora più forte... Forse il Governo dovrebbe continuare con l'iniziativa di segnalazione degli sprechi di qualche tempo fa, caso mai andrebbe sollecitato a gran voce!

19 agosto 2012

Perchè le banche non pagano l'IMU

L'IMU, che è di fatto sia un'imposta patrimoniale che un'imposta locale sugli immobili, non colpisce le banche. Perchè?

Le possibili ragioni sono due.

La prima è che le banche italiane sono in crisi. Hanno una montagna di crediti inesigibili, la cui svalutazione comporta ingenti perdite; concedono dilazioni di pagamento ai clienti per evitarne il fallimento, hanno un ingente patrimonio immobiliare, frutto di molte insolvenze, hanno difficoltà a raccogliere capitali sui mercati interbancari e devono usare i capitali di cui dispongono per finanziare sia il debito pubblico che le imprese.

E' quindi ragionevole voler esentare le banche dall'IMU. Il pagamento dell'IMU comporterebbe conseguenze negative per le banche e soprattutto per chi ha bisogno di capitali, ovvero famiglie, stato e imprese.

Ma non finisce qui. C'è un'altra ragione che probabilmente impedisce allo Stato di chiedere alle banche di pagare l'IMU. La spiego negli anni '40 un economista polacco, Michal Kalecki.

Kalecki osservò che in un sistema di laissez faire, vale a dire in un sistema economico molto poco o per nulla regolamentato e con uno scarso intervento statale, il livello dell’occupazione dipende in larga misura dalla così detta atmosfera di fiducia. Se la fiducia diminuisce l'economia soffre: calano produzione, occupazioni e investimenti.

Ciò "assicura ai capitalisti un controllo automatico sulla politica governativa. Il governo deve evitare tutto quello che può turbare l’ “atmosfera di fiducia”, in quanto ciò può produrre una crisi economica".

Parole attuali: se il governo cerca di migliorare la fiducia del mondo finanziario (e quindi anche delle banche) nella capacità di uno Stato di pagare i debiti, non potrà prendere provvedimenti, come l'imposizione dell'IMU, sgraditi alle banche.




13 agosto 2012

L'incredibile giustificazione contro gli aiuti anti-spread

Qualche giorno fa sul Sole 24 Ore il professore della Bocconi Roberto Perotti ha provato a spiegare le ragioni del rifiuto dei tedeschi (meglio di una parte delle forze politiche tedesche) ai provvedimenti che potrebbero ridurre lo spread.

Il principale se non unico intervento per far scendere lo spread consisterebbe nell'acquisto o meglio nel progetto di acquisto di titoli di stato spagnoli e/o italiani da parte della Bce o dei fondi salva-stati (Efsf e Esm).

Tale progetto a parere di molti, tra cui il governatore della Banca d'Italia Visco, spingerebbe i mercati comprare i nostri titoli pubblici, con conseguente diminuzione dello spread. Si produrrebbe l'effetto voluto senza alcun esborso, con buona pace dei politici che non vogliono interventi perché -sostengono- non vogliono pagare i debiti altrui (e su questo argomento torneremo in un altro post).

Uno spread minore minor spesa per interessi, bilanci pubblici più equilibrati, minore necessità di nuove imposte e di tagli alla spesa pubblica e quindi maggiore probabilità di crescita e minore di recessione.

Sarebbe, in altri termini, più facile raggiungere l'obiettivo di un calo nel rapporto debito/PIL e quindi salvare le economie "latine" e con esse l'euro e l'Europa unita.

Se è così semplice, perché non si fa? Secondo Perotti, che trascura i vantaggi di uno spread più basso e suppone che i governanti tedeschi non possono sbagliare, dimenticando il disastro della signora Merkel nel caso greco, le ragioni sono due.

La prima è la paura tedesca per l'inflazione, paura che ha condizionato da decenni la politica monetaria tedesca (se n'è parlato qui).  La seconda è che se si consentisse alla Bce o ai fondi salva-stati di intervenire comprando quantità illimitate di titoli, non ci sarebbe alcun freno ai deficit dei paesi "salvati".

Una giustificazione incredibile, che, se fosse vera, dimostrerebbe ancora una volta l'assoluta inadeguatezza dei conservatori tedeschi di fronte alla crisi. L'Europa s'è autoimposta una serie di limiti ai deficit, i tedeschi hanno obbligato mezza Europa a inserire nelle costituzioni il pareggio di bilancio e adesso impongono una riduzione nel corso del tempo del rapporto debito/PIL.

Come possono credere che Italia o Spagna violerebbero le regole concedendosi deficit elevati con il rischio concreto di vedersi revocare l'aiuto rappresentato dall'intervento della Bce o dei fondi salva-stati?

La minaccia di interrompere gli aiuti o addirittura di cedere i titoli acquistati in caso di deficit oltre i limiti previsti basterebbe a evitare ogni sforamento dei vincoli di bilancio.

Se un paese spendesse troppo e il suo debito crescesse più del previsto, la Bce o i fondi salva-stati potrebbero decidere di interrompere l'acquisto di titoli e anche di cedere i titoli acquistati. Lo spread a quel punto salirebbe alle stelle e il paese impreudente rischierebbe di dover pagare tassi elevati o di fallire perchè é troppo indebitato.

Dunque appare poco credibile la giustificazione dei conservatori tedeschi contro le misure anti-spread, spiegabile invece in termini di miopia politica oppure con la volontà di non intervenire, costringendo gli stati a fare da soli, qualunque sia il prezzo umano e sociale da pagare.






11 agosto 2012

La folle politica tedesca sul debito

Nel suo ultimo libro (vedi qui) Paul Krugman spiega che da due anni a questa parte c'è una strana attenzione verso il debito pubblico.

La preoccupazione di molti politici e economisti, specie conservatori, è per il livello del debito, costantemente monitorato, mentre i temi su cui di solito si svolgeva il dibattito economico-politico, vale a dire il livello del deficit, la crescita e l'occupazione sembrano non interessare più.

Nel caso della Grecia tutto ciò ha raggiunto livelli paradossali: i sacrifici, tremendi, sono imposti senza alcuna attenzione al tasso di disoccupazione, salito alle stelle, alle tensioni sociali, alle centinaia di migliaia di bambini malnutriti, al PIL che crolla da anni, riducendo la capacità di pagare i debiti. Importa solo che i greci accettino le richieste della troika (BCE, FMI, UE), ovvero contano gli interessi dei creditori, che impongono misure draconiane ai debitori, giustificate dalla volontà di porre rimedio a politiche sbagliate.


A volte i creditori sono capaci di farsi molto male da soli. Gli obbligazionisti della Cirio, ad esempio, a un certo punto si sono trovati di fronte a una scelta: accettare la proposta di un rimborso parziale o rifiutarlo, causando il fallimento del gruppo guidato da Cragnotti e perdere quasi tutto. Scelsero questa seconda strada, rimanendo a mani vuote.

Allo stesso modo la mancata concessione di un prestito di 30-40 miliardi alla Grecia da parte dell'Europa, ha condannato i creditori della Grecia a perdere 100 miliardi, col rischio di perdere altre 200 miliardi, in caso di fallimento. Il debitore, la Grecia, è oggi meno capace di far fronte ai suoi doveri di debitore di quanto non fosse qualche anno fa.

E' convenuto ai tedeschi e agli europei in generale avere una cancelliera tedesca che impone condizioni draconiane ai paesi debitori, appoggiando l'idea che quel che conta davvero è fare sacrifici senza precedenti per tentare di ridurre il debito pubblico?

Certamente no, l'attenzione quasi esclusiva agli interessi dei creditori ha provocato perdite agli stessi creditori e ha indebolito tutta l'Europa, aumentando il numero di paesi che sono diventati debitori a rischio di insolvenza.

Sostenere che i greci hanno barato, falsificando i conti, e hanno abusato delle disponibilità di capitali, finanziando con il debito spese irragionevoli, non ha modificato di una virgola i conti greci.

I creditori hanno esagerato ed è cresciuta la probabilità che essi subiscano perdite causate dall'insolvenza di debitori sempre meno capaci di far fronte ai propri impegni.

Schierarsi dalla parte dei creditori è dunque una pessima scelta per i politici e in generale per chiunque abbia a cuore l'interesse del creditore, se le scelte imposte al debitore ne minano la capacità di pagare.

C'è bisogno di spiegare tutto ciò ai tedeschi? Io credo di no. La causa del disastro economico della Repubblica di Weimar è da ricercarsi negli accordi di pace: ai tedeschi si imponevano condizioni terribili. Non erano in grado di rispettarle ovvero di pagare i vincitori e al tempo stesso di pagare le imposte necessarie allo stato per fornire servizi.

Le conseguenze sono state terribili. I tedeschi e soprattutto i politici dovrebbero saperlo. Per questo pare assurdo l'atteggiamento del governo tedesco che impone agli altri ricette perdenti imposte a suoi tempo alla Germania, invece di mediare tra gli interessi dei creditori e quelli dei debitori alla ricerca di una soluzione che minimizzi i danni per entrambi.

08 agosto 2012

Con Berlusconi lo spread sarebbe a 1200 ?

Da quando Silvio Berlusconi ha lasciato la presidenza del consiglio del ministri, ai primi di novembre del 2011, i mass media non fanno altro che parlare di spread e ogni tanto si mette a confronto lo spread durante il governo Berlusconi con lo spread durante l'attuale governo di Mario Monti.

E visto che lo spread non accenna a tornare a livelli tranquillizzanti, non manca chi, tra i politici di destra, prova a spiegare che l'Italia si dovrebbe scusare con Berlusconi, cacciato per una colpa non sua, lo spread alle stelle.

Mario Monti ha spiegato che senza il cambio di governo lo spread sarebbe a 1200, osservando, di fronte alle critiche del centro-destra, che il risultato è stato ottenuto chiedendosi cosa sarebber successo se gli speculatori avessero continuato a muoversi contro l'Italia governata da Berlusconi.

La storia non si fa con i se, come sappiamo, ma abbiamo alcune certezze. La prima è che in pochi mesi lo scorso anno lo spread è salito da meno di 200 punti a quasi 600 per effetto della mancata reazione del governo Berlusconi ad un ambiente economico sempre più ostile verso i paesi indebitati.

Di qui il calcolo dello staff di Monti: se lo spread è salito di quasi 400 punti in pochi mesi, e se avesse continuato a salire agli stessi ritmi, oggi sarebbe a 1.200 punti. O forse no, visto che un livello così alto avrebbe certamente provocato qualche repentino e magari drammatico cambiamento politico e economico.

La seconda certezza è che lo spread italiano durante le ultime settimane di vita del governo Berlusconi era circa 100 punti superiore allo spread spagnolo. Oggi invece è di 100 punti circa inferiore allo spread spagnolo. Con il nuovo governo la situazione rispetto alla Spagna è migliorata di circa 200 punti. Senza tale miglioramento lo spread sarebbe almeno 200 punti più alto, a quota 650.


 Possiamo dunque concludere che se avessimo ancora Berlusconi come presidente del consiglio, lo spread sarebbe più alto, probabilmente compreso tra 650 e 1200 punti, contro i 450 circa raggiunti ieri. I calcoli richiedono ipotesi magari restrittive, ma una cosa pare certa: il cambio di governo ha giovato allo spread, se non in termini assoluti almeno in termini relativi, ovvero s'è preso l'ultimo della classe e gli si è fatto guadagnare qualche posizione. I voti restano bassi, ma almeno non è l'ultimo della classe.






07 agosto 2012

Incomprensibile Giavazzi

Francesco Giavazzi ha scritto sabato 4 agosto un articolo (vedi qui) davvero incomprensibile, nel quale sostiene che si deve ridurre il debito per salvare l'Italia da un probabile aumento dello spread.

L'obiettivo forse era di invocare ancora una volta le riforme che stanno a cuore al professore bocconiano: la riforma del lavoro, il taglio delle spese e del debito e una nuova legge elettorale. Cambiamenti che richiedono l'approvazione del Parlamento, del quale però Giavazzi ha poca fiducia (pensa solo a interessi particolari).

Così, per costringere il Parlamento a accettare le riforme, Giavazzi sventola lo spauracchio di uno spread alle stelle, se la Spagna chiederà l'aiuto dell'Europa.

Perché la Spagna chiederà a giorni l'intervento dell'Europa e noi no? Perchè, argomenta Giavazzi, la situazione economico-finanziaria spagnola è peggiore della nostra: hanno meno debito ma le banche sono al collasso,  come il settore immobiliare, che ha trainato per anni l'economia. Devono chiedere l'aiuto europeo e dovranno rispettare le condizioni imposte, perdendo sovranità. Diventeranno un paese a sovranità (economica) limitata. L'Italia invece sta meglio, ma lo spread potrebbe salire, costringendoci a seguire l'esempio spagnolo.

A meno che....a meno che si concludano le riforme e si abbatta il debito pubblico. Per questo Giavazzi propone di non emettere titoli a medio-lungo termine per i prossimi 7 mesi. Lo Stato si farebbe finanziare dalla Cassa depositi e prestiti che a sua volta si finanzierebbe presso la Bce, e riceverebbe dallo Stato quote di società pubbliche come Enel, Eni e Terna, promettendo di vendere appena possibile tali azioni e quindi di tagliare 100 miliardi di debito pubblico.

La proposta ha una sua logica e porterebbe, in attesa di vendere (non svendere) parte del patrimonio pubblico, un risparmio di 4-5 miliardi di interessi, ma le motivazioni con cui Giavazzi propone tutto questo sono poco comprensibili.

Infatti pare che il professore ragioni così: se troviamo il modo di non emettere titoli a medio-lungo termine, lo spread in risalita non ci costringerà a esborsi di interessi eccessivi, e per questo non dovremo chiedere l'aiuto dell'Europa. Non perderemo quindi sovranità e le riforme spingeranno verso il basso lo spread.

L'argomentazione ha diversi punti deboli. Giavazzi suppone che lo spread salirà dopo che la Spagna avrà chiesto l'aiuto europeo. Perchè dovrebbe salire? Sappiamo che le scelte di Monti hanno ridotto lo spread da novembre a marzo, da oltre 500 a circa 275 punti-base. Poi è risalito man mano che peggioravano le situazioni di Grecia e Spagna.

Allora delle due l'una: o i mercati valutano il merito di credito dell'Italia e lo spread non peggiorerà dopo l'intervento a favore della Spagna ma anzi migliorerà, come era migliorato tra novembre 2011 e marzo 2012, oppure i mercati speculano e allora la situazione non migliorerà neppure se l'Italia farà altre riforme. Nel primo caso la previsione di Giavazzi risulterà sbagliata, mentre nel secondo le riforme non sono una strada obbligata, come suppone il professore bocconiano.

L'intervento a favore della Spagna inoltre può far scendere lo spread italiano in un altro modo: i mercati considererebbero più probabile un intervento a favore dell'Italia per far scendere lo spread italiano e, scontando questa possibilità, acquisterebbero titoli italiani.

Anche l'idea che la speculazione si concentrerebbe sui titoli italiani, facendo salire lo spread, sembra poco realistica. La storia degli ultimi mesi sembra suggerirci che il peggioramento dello spread spagnolo ha trascinato lo spread italiano: se lo spread spagnolo migliorerà perchè quello italiano dovrebbe peggiorare?

In diverse occasioni poi lo spread è salito, e qualche giorno dopo non ci sono stati problemi alle ate dei titoli di stato. Possiamo pensare che in futuro succederà la stessa cosa. I tassi saranno alti ma non insostenibili.

Ancora, se è meglio non emettere titoli a media-lunga scadenza perché i tassi sarebbero elevati, una soluzione semplice è emettere titoli a breve scadenza, sui quali si pagano tassi inferiori, invece di imbastire una complessa operazione come quella ipotizzata da Giavazzi. L'emissione di titoli di breve scadenza è preferibile perchè è su questi titoli  che si concentreranno le operazioni della BCE, come annunciato da Draghi.

Insomma le idee di Giavazzi sembrano errate, utili solo per spingere il Parlamento a accettare riforme sgradite (anche Mario Monti in questi giorni ha manifestato in un'intervista a Der Spiegel un pò di fastidio verso il Parlamento) usando argomentazioni economiche poco convincenti.

03 agosto 2012

Piccolo giallo (economico) nel calcio

Da qualche giorno il calcio italiano sembra scosso, oltre che dagli scandali, anche dalla prospettiva che due delle importanti squadre, Milan e Inter, possano finire in mano straniera.


L'Inter è al centro di un piccolo giallo: la società di Moratti ha annunciato la vendita di una quota a un grande gruppo immobiliare cinese, poi smentita dal gruppo cinese. Si è parlato di un 15% delle azioni dell'Inter destinate a diventare il 40% nell'arco di qualche anno e di un coinvolgimento della società cinese nella costruzione di un nuovo stadio in una delle aree interessate dall'Expo del 2015.

I cinesi hanno poi smentito, dicendo di essere stati contattati dall'Inter ma solo per la costruzione dello stadio e di non aver intenzione di entrare nel capitale. Piacerebbe, perché comprare una squadra di calcio significa prestigio da usare per imbastire altri affari.

Ma le squadre come l'Inter costano e non producono utili. Valutare quasi 500 milioni una società che non registra utili da molti anni ha poco senso, e una cosa è certa: il pareggio dei conti non è vicino. Moratti non ha molte risorse da spendere, perché Saras da anni non distribuisce dividendi, e cerca di finanziare le perdite correnti e future attraverso la vendita di quote della società, provando a allettare i cinesi con la prospettiva di un appalto per costruire lo stadio.

I cinesi hanno capito che l'investimento nel calcio significa sborsare fondi senza speranze di incassare utili. Non vogliono che il governo cinese e gli investitori credano che stanno per buttare decine di milioni di euro dalla finestra e così hanno precisato che non sono intenzionati comprare quote dell'Inter e che hanno dialogato con l'Inter solo per costruire un nuovo stadio.

Chi avrà ragione? Riuscirà Moratti a trovare qualcuno che finanzi le perdite dell'Inter con la prospettiva di diventare soci di una squadra con conti in ordine e uno stadio proprio?

Anche Silvio Berlusconi è alla ricerca di nuovi soci per il Milan. Anche lui non ha intenzione di continuare a versare decine di milioni ogni anno per coprire le perdite del Milan. Ha scelto di non rinnovare molti contratti in scadenza e di cedere due importanti giocatori, Ibrahimovic e Thiago Silva, incassando oltre 60 milioni. Ma il taglio dei costi forse non è sufficiente. Meglio cercare un socio che contribuisca a ricapitalizzare la società, quando serve.

Il nome che circola è Gazprom, società legata a Putin. Arriveranno nel calcio italiano i soldi dei petrolieri russi?

Comunque finisca sembra certo che alcune squadre hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità e vogliono farlo ancora, anche se in misura minore. Per questo hanno bisogno che qualcuno paghi i conti di oggi, con la speranza, probabilmente destinata a trasformarsi in delusione, di un futuro migliore, fatto di grandi incassi e conti in ordine.

01 agosto 2012

Fuori da questa crisi, adesso!

Volete capire davvero qualcosa della crisi che scuote le principali economie da 4 anni?


Fuori da questa crisi, adesso! è il libro che fa per voi. Paul Krugman analizza la crisi, i tanti luoghi comuni, come l'eccessiva e ingiustificata attenzione al debito pubblico, le strategie errate come le misure recessive messe in atto dai governi nella vana speranza di migliorare lo spread. 

Ma soprattutto Krugman coglie l'occasione, come sempre, per spiegare come funziona l'economia. Virtù rara, perché moltissimi economisti di cui si leggono gli articoli su internet o le interviste sui giornali, spesso spiegano cosa non va in certe idee altrui o parlano di un tema in particolare, ma danno la sensazione di non avere una visione d'insieme dell'economia. 

Krugman invece sa spiegare sia il comportamento dei singoli individui che i temi macroeconomici di grande portata. E lo fa bene, è convincente, sa smontare le teorie sbagliate ma anche costruire teorie capaci di convincere il lettore che c'è qualcuno che sa capire i problemi del singolo cittadino ma anche dell'Europa o dell'Italia.

Il risultato è un libro molto piacevole e istruttivo, anche se non mancano i motivi di preoccupazione perché si intuisce che la crisi è forse peggiore di quanto appare, visto che molti economisti e politici sono fuori strada, incapaci non solo di risolvere i problemi ma anche solo di capire quali questioni sono davvero importanti e quali no, e per questo la crisi potrebbe durare a lungo. C'è però anche qualche ragione per essere ottimisti: volendo se ne esce, ma solo a condizione di gettare alle ortiche alcune pessime idee o l'attenzione quasi morbosa -e del tutto inutile- per il livello del debito pubblico mostrata da diversi governi da 2 anni a questa parte.

Leggendolo ho trovato conferma a molte idee presentate da questo blog (la descrizione sul modo in cui si crea moneta, ad esempio) e molte altre idee bene motivate da un ottimo economista "liberal" che, a differenza di molti suoi colleghi meno bravi, non si limita a smontare le tesi altrui e non si concentra solo su aspetti particolari dell'economia, ma aiuta a capire importanti scenari economici, da cui dipende il nostro benessere futuro.

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