30 marzo 2020

Briatore

Mi è capitato, ieri sera, di vedere per qualche minuto Flavio Briatore parlare di come affrontare la crisi economica causata dal coronavirus.

L'imprenditore cuneese sosteneva che l'Europa dovrebbe stampare moneta e creare inflazione.

La BCE come altre banche centrali, da anni creano moneta. Non la stampano e distribuiscono i soldi come fossero quelli del Monopoli, perchè non credono alle favole di qualche politico ignorante e improvvisato, ma creano moneta acquistando soprattutto titoli di stato dalle banche.

Per cui nella proposta di Briatore non pare esserci nulla di nuovo.

La creazione di moneta ha generato inflazione?

Proprio no, l'inflazione non si crea solo con la moneta. Si crea nel momento in cui si acquistano beni e servizi. Quando le aziende registrano un aumento della richiesta di un bene scarso, alzano i prezzi. Succede con le mascherine, i disinfettanti e altri beni che in queste settimane stanno andando a ruba. Per gli altri non accade. Inoltre in un mondo globalizzato, la domanda si può soddisfare anche attraverso produzioni che avvengono in un altro continente, per cui è più difficile che un aumento della domanda generi inflazione.

Sarebbe utile un pò di inflazione perchè ridurrebbe il rapporto debito/PIL. Il debito pubblico resta uguale mentre il valore del PIL cresce anche per effetto dell'inflazione e quindi in rapporto diminuisce se c'è l'inflazione.

Ma troppa inflazione spaventa chi... ha un pò di soldi. L'inflazione diventa una tassa occulta, agisce sui conti correnti, sugli stipendi, le pensioni, insomma su tutto quello che è denaro o assimilabile ai contanti, come fosse un prelievo forzoso, imposto dallo Stato per incassare denaro.

Tra i prodotti assimilabili al denaro contante ci sono i BOT, i CCT e in generale i titoli di Stato. Se l'inflazione sale in modo inatteso e non è previsto un meccanismo di indicizzazione all'inflazione, il risparmiatore subisce una perdita, proprio come chi ha qualche migliaio di euro sul conto corrente.

Chi di soldi ne ha molti o dispone di consulenti finanziari abbastanza capaci, di fronte al rischio di un aumento dell'inflazione, sposterebbe i propri averi su beni che risentono poco o per nulla dell'aumento dei prezzi, come gli immobili o i beni rifugio.

Il crollo del valore di una moneta inflazionata avrebbe poi altri effetti negativi. Ragion per cui è improbabile che la ricetta di stampare moneta sarebbe vista di buon occhio. L'inflazione farebbe fuggire capitali dall'euro e danneggerebbe le imprese e gli stati che usano l'euro.

Chissà se tutto ciò è noto al cittadino che magari apprezza le parole di Briatore in tv, ignaro del costo che l'inflazione avrebbe per i suoi magri risparmi.





28 marzo 2020

Niente dividendi

Quante volte abbiamo sentito dire che non si dovrebbero salvare le banche?

Non ci sono i banchieri, come succedeva una volta, proprietari di banche a cui far pagare gli errori. Ci sono invece gli azionisti, alcuni piccoli, alcuni più grandi, fondi di investimento e fondazioni bancarie che usano i dividendi per aiutare la cultura e per il sociale. 

La crisi ha fatto scendere i prezzi delle azioni in maniera rilevante. 

Un'azione Unicredit, ad esempio, che valeva oltre 14 euro a metà febbraio è scesa a meno di 7 euro nei giorni scorsi, per poi risalire verso gli 8 registrati oggi (7,86 come indica il sito di Borsa italiana). Un'azione di Intesa San Paolo è invece passata da 2,60 euro a 1,56 di oggi.

Valori che non faranno piacere agli azionisti ma che erano molto interessanti se rapportati ai dividendi previsti per i prossimi mesi. Unicredit prometteva 63 centesimi lordi per azione, 46,6 centesimi tenuto conto dell'imposta del 26%, che rapportati ai 7.86 di oggi fa quasi il 6% netto. Tanto in un'epoca di interessi vicini allo zero. 

Lo stesso si può dire di Intesa che avrebbe dovuto versare 19,2 centesimi lordi, ovvero 14,2 centesimi netti ad azione (che vale, oggi, 1.56), quindi oltre il 9%, percentuale da BOT di parecchi anni fa.

Ora tutto questo potrebbe non accadere più. La BCE e la Banca d'Italia come altre istituzioni finanziarie di alcuni paesi europei, hanno consigliato di non distribuire dividendi almeno fino a ottobre e di non realizzare operazioni sul capitale. Scelta che vale, per Intesa San Paolo e Unicredit, circa 5 miliardi lordi.

E' una scelta ottima perchè è possibile che nei prossimi anni la crisi innescata dal coronavirus produca perdite per le banche sotto forma soprattutto di crediti inesigibili. Chiedere agli azionisti di fare un aumento di capitale per coprire le perdite sarebbe rischioso. Meglio non distribuire utili e tenere i soldi per il futuro, che in questo momento è più incerto che mai. 

Il solo rischio è che il prezzo delle azioni scenda ancora favorendo gli speculatori. Ma acquistare azioni significa correre rischi.


23 marzo 2020

Eurobond?

Ci saranno gli eurobond per finanziare le misure contro la crisi economica causata dal coronavirus?

Non mi piace fare previsioni azzardate, ma se dovessi scommettere 1 euro, preferirei puntare sul no.

Gli eurobond dovrebbero essere emessi dall'Unione Europea, che di conseguenza dovrebbe decidere come usare i soldi. Ma da anni i governi nazionali decidono tra loro riconoscendo poca autonomia all'Unione. Come pensare che in questo scenario i diversi paesi cedano poteri all'Unione?

I diversi paesi hanno esigenze e debiti differenti. Gli eurobond sarebbero graditi ai paesi molto indebitati, come l'Italia, ma forse sono sgraditi dai paesi meno indebitati, che possono per questo motivo usare più risorse senza aiuti esterni.

C'è poi da chiedersi quali tassi pagherebbe un eurobond emesso dall'Unione. Se fosse garantito da economie forti come quella tedesca, pagherebbe tassi più bassi, ma di fatto ciò sarebbe equivalente a far emettere debito alla Germania. Saranno contenti i tedeschi di indebitarsi per soldi che finiscono a altri paesi meno virtuosi in fatto di deficit e debito pubblico? I tedeschi che rimproverano altri paesi con bilanci meno virtuosi difficilmente vorranno indebitarsi.

Mi pare invece più ragionevole pensare che l'UE conceda ai singoli paesi membri la possibilità di indebitarsi, facendo accordi con i singoli paesi, per affrontare la crisi, d'accordo con la Banca Centrale Europea che comprerà un'uguale quantità di titoli pubblici emessi dagli stessi paesi e li terrà per anni, forse decenni. In questo modo si terranno bassi i tassi di interessi e sarà basso il rischio di una crisi del debito pubblico.


16 marzo 2020

550 miliardi tedeschi e zero contagi turchi

Il coronavirus sta minacciando tante vite umane e l'economia che potrebbe finire in una forte recessione.

Ma forse cambierà anche le abitudini di vita di tanti in tutto il mondo. E quando cambiano le abitudini cambiano anche le imprese, capaci di cogliere le nuove opportunità e di pensare nuovi bisogni. Pensiamo ad esempio a Facebook o a Apple. In pochi anni offrendo nuovi prodotti e servizi hanno cambiato il nostro modo di vivere. Ci sono persone incapaci di separarsi dall'iphone e dal social preferito anche quando attraversano la strada.

Non mi stupirei se la crisi attuale venisse usata dalle imprese per proporci qualche prodotto che fino a qualche settimana fa non avrebbe avuto acquirenti e se ciò accadesse in modi nuovi o se semplicemente ne approfittasse per sottrarre clienti alla concorrenza.

Come spiegare altrimenti alcune notizie particolari di questi convulsi giorni?

Ci sono contagi in Turchia? Ufficialmente no. Viene il sospetto che non ci sia solo una strategia politica di Erdogan, che ha tanti problemi interni e tante partite da giocare sul piano internazionale. Potrebbe anche rispondere a una strategia economica ben precisa: offrire prodotti turchi al posto di quelli di paesi che, denunciando la reale situazione sanitaria, vietano viaggi, chiudono frontiere e fabbriche.

Il produttore turco spiega ai clienti che loro non hanno problemi, a differenza degli europei, e vende i prodotti turchi in giro per il mondo.

E come spiegare i 550 miliardi annunciati dal primo ministro tedesco? Ci sono a dire il vero diverse possibilità. Lo Stato può garantire che le imprese sono liquide, cioè possono pagare i fornitori, restituire i soldi a banche e obbligazionisti, allo scopo di evitare vendite di azioni, obbligazioni o per spingere le banche a concedere credito alle imprese anche di fronte a prospettive molto negative. La banca presta soldi all'impresa, se garantisce lo Stato.

Ma c'è anche la possibilità di veri finanziamenti da parte di una società che equivale alla nostra Cassa Depositi e Prestiti, sia per affrontare la recessione sia per cambiare le imprese, lanciandole in nuovi mercati, di cui le imprese tedesche da tempo puntano a diventare leader.

I pochi debiti tedeschi, frutto del dominio economico tedesco degli ultimi anni oltre che di una maggiore fedeltà fiscale, permettendo al governo di intervenire pesantemente nell'economia, potrebbe quindi alimentare il dominio economico tedesco per i prossimi anni.

09 marzo 2020

Chiudere la borsa?

L'emergenza coronavirus ha spinto qualche politico a ipotizzare la chiusura della borsa valori di Milano, sommersa dalle vendite. Alle 16 il calo è del 10% e si aggiunge a diversi importanti cali registrati nelle ultime due settimane, ovvero da quando s'è riscontrato il primo caso di coronavirus.

E' una buona idea?

A mio avviso no. Il motivo è semplice: non si scambiano azioni o altri titoli soltanto in borsa, ma anche in tanti altri modi "paralleli". La borsa funziona come un mercato qualsiasi. Le arance si vendono al mercato ma si possono vendere anche in altri modi.

Se il mercato ufficiale è chiuso, chi può accedere al mercato parallelo continuerà a comprare o vendere mentre chi non può farlo rischia di subire le conseguenze. Se il signor Rossi possiede una manciata di azioni e il mercato è aperto, può venderle, se vuole. O tenerle e aspettare tempi migliori. Se è costretto a tenerle ha meno possibilità di scelta. Tra 15 giorni i valori saranno gli stessi, a mercati aperti o chiusi perchè nel frattempo le negoziazioni continueranno, sui mercati paralleli o su altri mercati.

Alcune società come FCA sono quotate a Milano ma anche a Wall Street. Sospendere solo la borsa di Milano vuol dire consentire a qualcuno di spostare le azioni a Wall Street o comunque concludere contratti di compravendita. Il piccolo risparmiatore difficilmente può farlo e alla fine rischia di rimetterci col mercato chiuso.

03 marzo 2020

La FED aggredisce il coronavirus?

In un contesto di economia debole, che risentiva delle incertezze legate ai dazi voluti dall'amministrazione Trump e alla Brexit, il coronavirus ha fatto crollare le borse mondiali, suscitando la reazione dello stesso Trump, preoccupato dalle elezioni di novembre.

Dopo una settimana di forti cali, la FED ha deciso di far scendere il costo del denaro di mezzo punto, da 1,50-1,75 a 1-1,25%.

La borsa ha reagito bene, anzi benissimo salendo molto in pochi minuti. E poi? Poi Powell ha rilasciato un comunicato poco ottimista e i mercati hanno cambiato rotta, finendo per registrare un -3%.

Se qualcuno si illude che si possano ingannare tante persone in nome di un interesse politico, si sbaglia. La realtà prevale sulle scelte di comodo, prima o poi.

Ne vedremo parecchie in epoca di elezioni e coronavirus. Meglio prepararsi per tempo.

Nel grafico l'impennata dell'indice Dow Jones dopo la decisione della FED.

02 febbraio 2020

Che ne è stato di ...

Qualche tempo fa avevo parlato di una moneta complementare, chiamato crevit.

 Dopo uno scambio di vedute con un ufficio stampa esterno e qualche altra disavventura (se la memoria non mi inganna tutto iniziò da una richiesta, respinta, di parlarne in econoliberal in cambio di non ricordo cosa) , avevo scelto di  riportare in questo articolo i video in cui Altroconsumo esprimeva parecchi dubbi sull'iniziativa.

Mi sono in seguito chiesto che fine avesse fatto tale iniziativa. Il sito non è più online e facendo qualche ricerca online sono arrivato qui: https://denunceinrete.forumfree.it/?t=76425097&st=165 e ad altri articoli come questo https://www.dday.it/redazione/31565/la-gdf-arresta-i-capofila-di-marashopping-e-sottocostoonline-i-truffati-sono-10mila

Giudicate voi... e giudicate la serietà di chi scriveva articoli come questo: https://www.panorama.it/news/economia/crevit-una-nuova-moneta-di-scambio-cose-e-come-funziona

23 gennaio 2020

Grom chiude. Non è una sorpresa

La notizia è che Grom, celebre catena di gelaterie, sta iniziando a chiudere i propri punti vendita per puntare sulla grande distribuzione, cioè sul gelato che si compra in vaschette al supermercato.

Non era certo immaginabile che succedesse questo, ma era chiaro che entrando in una di quelle gelaterie si usciva con la sensazione di un' abile operazione di marketing supportata da un prodotto, il gelato, non all'altezza, come avevo spiegato più di 4 anni fa: http://www.econoliberal.it/2015/10/grom.html

Dietro il marketing, (poco o) nulla.

18 gennaio 2020

Spread basso, interessi in calo

L'Istat certifica il calo della spesa per interessi. 900 milioni in meno spesi in 3 mesi, nel terzo trimestre, quando tuttavia lo spread non è stato basso come in queste settimane (vedi grafico). Una spesa di circa 15 miliardi in 3 mesi, da giugno a settembre, e 900 milioni in meno dello stesso periodo dell'anno precedente.

Facile prevedere che se lo spread resterà sugli attuali livelli, a cui s'è giunti dopo il cambio di governo a agosto, il risparmio in un anno possa raggiungere gli 8-10 miliardi.

09 gennaio 2020

23 miliardi per Autostrade per l'Italia

Di fronte a una norma del decreto milleproroghe sulla revoca delle concessioni autostradali, Atlantia, proprietaria di Autostrade per l'Italia chiede 23 miliardi, dovuti in caso di revoca.

Se fossero 23 miliardi cosa succederebbe?

Immaginiamo che lo Stato faccia un mutuo trentennale, prendendo in prestito 23 miliardi dalle banche o dai risparmiatori. Riuscirebbe a pagarli e a aumentare la spesa per le manutenzioni e per rifare alcuni tratti delle rete di Autostrade?

Supponendo che per un mutuo trentennale l'interesse sia compreso tra il 2% e il 5%, la rata annua da pagare sarebbe compresa tra 1 miliardo e 1 miliardo e mezzo.

Ora Autostrade nel 2017 ha registrato utili per quasi 1 miliardo e per quasi 700 milioni nel 2018, l'anno sfortunato del viadotto a Genova.

Se lo Stato si impossessasse di Autostrade per l'Italia non potrebbe quindi ripagare 23 miliardi in 30 anni, e al tempo stesso aumentare le somme destinate a manutenzione e investimenti usando soltanto solo i ricavi generati da Autostrade. E non potrebbe neanche farlo, se la somma da pagare a Atlantia si dimezzasse. In questo caso la rata varierebbe tra 500 e 700 milioni l'anno.

E' quindi ragionevole trovare un'altra soluzione che permetta di alzare gli investimenti e le manutenzioni senza un enorme esborso per lo Stato.

PS: il bilancio di Autostrade dice anche che lo Stato, tramite ANAS, incassa ogni anno un diritto spettante al concedente, cioè al proprietario delle autostrade che affitta l'autostrada. E' una somma di circa 470 milioni nel 2018, calcolata un tanto a km percorso dai clienti di Autostrade.





22 dicembre 2019

50 anni dal primo asilo nido

Il 2019 non è solo l'anno dei 500 anni dalla morte di Leonardo e dei 50 anni dalla strage di Piazza Fontana. E' anche l'anno del primo asilo nido, nato in Emilia Romagna grazie a un paio di consiglieri comunali, un democristiano sindacalista CISL, Tonino Rubbi e una comunista e sindacalista CGIL, Adriana Lodi, oggi 86 enne.

I due (Adriana Lodi è stata anche assessore) vanno in Danimarca per un convegno sugli anziani e decidono di proseguire a proprie spese per la Stoccolma, dove ammirarono gli asili svedesi, costruiti a misura di bambino.

Quindi cercarono di replicare il modello a Bologna, dando vita al primo asilo nido, con orari lunghi ma flessibili, con mobili disegnati da architetti che interagivano con esperti dell'infanzia, con corsi appositi per formare il personale.

Dove hanno preso i soldi? penserete voi. Il comune di Bologna decise di rinviare a data da destinarsi la ristrutturazione di alcuni edifici di proprietà. Meglio dare ai bambini asili nuovi, adatti a un progetto educativo ben definito.

Due anni più tardi lo Stato vara una legge che istituisce gli "asili comunali con il concorso dello Stato". Un titolo che da solo spiega perchè solo in alcune parti d'Italia ci sono tanti asili e di qualità.

 Adriana Lodi continuò le sue battaglie in Parlamento, rinfacciando a un ministro, che considerava non produttivo l'investimento in asili, gli acquisti di aerei da guerra.

Il ricordo del primo asilo nido italiano, innovativo per progetto educativo, architettura, arredamenti, e così via, suggerisce qualche piccola riflessione.

Il comune di Bologna ha saputo risolvere un problema, l'offerta di servizi alle famiglie, imparando da chi ne sapeva di più, gli svedesi.

Ha fatto delle scelte innovative, e ha saputo trovare i soldi rinunciando a qualcosa.

Non s'è infine preteso, con la Legge sugli asili, che fosse lo Stato a decidere di istituire gli asili. Doveva essere responsabilità degli enti locali, che meglio conoscono i bisogni delle persone.

Non basta una legge e soldi per risolvere i problemi. Serve un impegno quotidiano e magari non solo ordinario di chi crede di poterli risolvere, cambiando l'esistente.

09 dicembre 2019

Cafiero de Raho

Il procuratore antimafia Cafiero de Raho si chiede "perché l'imposta non si paga sul reddito conservato anziché sul reddito speso. Questo consentirebbe di controllare tutti i pagamenti" e quindi di combattere il crimine.

La risposta è semplice: lo stato incasserebbe poco o nulla.

Oggi un lavoratore dipendente paga una percentuale variabile del proprio reddito (al netto dei contributi previdenziali). Diciamo un 25%: ogni 100 euro dichiarati gliene restano 75 e di solito in media ne spende oltre il 90%.

Se pagasse sul reddito conservato incasserebbe 100, poi spenderebbe.. già quanto spenderebbe? Qualcuno o forse molti spenderebbero 90. L'imponibile sarebbe pari a 10. Quanto è lecito chiedere di quei 10 euro? Supponiamo il 50%. Quindi lo stato incasserebbe solo 5 euro ogni 100 di reddito. Altri forse pochi invece continuerebbero a spendere 65. Il reddito conservato sarebbe pari a 35. La metà finirebbe in imposte, ovvero 17,5. Sempre meno dei 25 che oggi lo stato incassa.

E' vero che tutto sarebbe dichiarato in una ipotetica economia che funzionasse nel modo suggerito dal Procuratore. Ma alla fine solo il risparmio sarebbe sottoposto a imposta. Con l'effetto di far scendere le entrate e di non avere entrate certe. Nulla vieterebbe agli italiani di spendere tutto il reddito. In questo caso il reddito conservato da sottoporre a imposta sarebbero pari a zero. Niente incasso per lo Stato.

06 dicembre 2019

Spesa al supermercato e voli low cost

Qualche giorno fa ho visto gli ex ministri Tria e Tremonti esprimere giudizi molto negativi sul MES senza spiegarne le ragioni.

A Tremonti piacciono le frasi che colpiscono la fantasia di chi lo ascolta, come una che suona più o meno così: costa meno un biglietto aereo che fare la spesa.

Come si spiegara?

Il prezzo scontatissimo dei biglietti aerei è  prima di tutto quasi sempre ingannevole. Solo una parte dei biglietti è venduta a un pezzo basso e quindi si dovrebbe considerare il prezzo medio e non quello più basso, usato dagli esperti di marketing per attirare clienti.

Bisogna poi considerare i motivi dei prezzi bassi.

Un primo motivo è il marketing: si vende meglio un prodotto/servizio se si attira il cliente con un prezzo basso.

Un secondo motivo è che sovente le compagnie low cost collegano una località solo se ricevono contributi pubblici, diretti ovvero una somma per ogni volo o indiretti come il taglio delle tasse aeroportuali. Ciò può spingere le compagnie a calcolare il prezzo pensando a riempire l'aereo (altrimenti come si giustifica il contributo pubblico?) e a coprire i costi rimanenti.

Un'altra ragione per abbassare i prezzi dipende dal fatto che è meglio incassare poco che lasciare il posto vuoto e non incassare nulla. Un passeggero in più significa un aumento modesto dei costi (per pulizie, carburante, catering) e quindi per poco che la compagnia incassi è probabile che questa somma superi i costi di un passeggero in più.

Infine sappiamo che negli ultimi anni le compagnie aeree low cost hanno anche tagliato i costi, in particolare del personale. Ne sa qualcosa una famosa compagnia low cost irlandese che ha usato tutti i modi possibili per ridurre i costi del personale. Al punto che centinaia di piloti si sono dimessi e sono andati a lavorare altrove non appena ne hanno avuto l'occasione.

Quando invece si parla di prodotti fisici è meno probabile che si assista a un calo rilevante dei prezzi. Quali prodotti sono simili a un viaggio in aereo? Certamente i prodotti deperibili che però sono relativamente pochi e, se restano invenduti, possono essere restituiti o donati, magari con qualche beneficio fiscale, o gettati nell'immondizia senza grandi perdite.

Gli altri prodotti restano sullo scaffale.  Ci sono le vendite "lastminute" di prodotti deperibili, ma non è detto che un consumatore ne approfitti perchè spesso il risparmio è contenuto e l'acquisto di un prodotto che scade il giorno dopo costringe a consumarlo subito.

Il paradosso apparente di Tremonti è quindi facilmente spiegabile. Se la tecnologia spinge le vendite lastminute di viaggi aerei, camere d'albergo, non altrettanto succede con i prodotti del supermercato e quindi può accadere che fare la spesa costi più che comprare un biglietto aereo. Nessuno stupore, se si sa perchè succede.

20 novembre 2019

ILVA

Cosa si può dire sulla vicenda dell'ex ILVA che tiene banco in questi giorni?

Cercando di riassumere una vicenda molto complessa, provo a fare due ipotesi. Nel prossimo post ci saranno invece considerazioni più generali su casi come ILVA.

Prima ipotesi: la vicenda dell'ex ILVA dipende da due nodi irrisolti, gli esuberi e lo scudo penale. L'acquirente di ILVA non vuole avere problemi legati a questioni ambientali ereditate dalla precedente proprietà, dei poco onesti Riva, e quindi chiede al governo di avere uno scudo penale senza il quale sarebbe un suicidio (economico e penale) gestire un'azienda che inquina provocando malattie spesso mortali.

Se si risolvesse questo problema ce ne sarebbe un secondo: gli esuberi. Problema grave in generale e in particolare al sud e a Taranto perchè quell'acciaieria è nata per creare occupazione in una zona d'Italia da cui si emigrava e si emigra ancora oggi per mancanza di opportunità lavorative.

Per risolvere il problema il governo deve, secondo questa ipotesi, rimettere lo scudo penale, superando l'ostilità di chi ha promesso a Taranto di chiudere l'ex ILVA e risolvere il problema dell'inquinamento, e accettare di mandare a casa qualche migliaio di persone, rinnegando lo scambio precedente: l'ex ILVA in cambio di occupazione.

Seconda ipotesi: si vuole chiudere definitivamente l'acciaieria di Taranto e aprire il mercato dell'acciaio italiano. I mercati dei beni prodotti dall'industria è spesso un mercato oligopolistico, cioè ci sono pochi produttori, e si richiedono grandi investimenti. Ciò genera barriere all'entrata: chi vuole entrare nella produzione di tali beni deve investire tanto ma non conviene farlo se il mercato è saturo. E spesso chi già opera su quel mercato abbassa i prezzi in modo da escludere eventuali concorrenti.

Ancelor Mittal potrebbe quindi essersi trovata a nella condizione di chi deve spendere tanto per avere l'acciaieria di Taranto mentre le incertezze giudiziarie e economiche potrebbero aver spinto la clientela a rivolgersi altrove. Così il gruppo franco-indiano si troverebbe a fare una scelta: tagliare i costi e continuare a produrre meno del previsto, oppure chiudere e soddisfare la domanda residua importando dall'estero.

La chiusura risolverebbe in un colpo solo il problema legale e permetterebbe di incrementare la produzione di altri stabilimenti, esteri, del gruppo, con indubbi benefici sui costi. Ma anche sui ricavi: in assenza di un grande produttore con prezzi concorrenziali, chi opera sul mercato dei prodotti siderurgici potrebbe alzare il prezzo e ne beneficerebbe pure Ancelor Mittal, che potrebbe vendere i propri prodotti, italiani o di importazione, a prezzi più alti.

09 novembre 2019

Il (sovranismo del) muro di Berlino

30 anni fa cadeva il muro di Berlino, creato quasi 30 anni prima per impedire che i tedeschi della DDR ovvero della parte della Germania liberata o meglio conquistata dai sovietici potessero passare in uno dei tre settori della città e della Germania sotto il controllo di americani, francesi e inglesi e, di fatto, libera.

La perestroika di Gorbacev aveva da anni segnato la fine dell'economia pianificata. Sparirono poco per volta gli aiuti dell'URSS ai paesi satelliti, e anche il controllo politico e militare di Mosca sui paesi dell'est Europa. La crisi economica e la voglia di libertà per mesi spinsero i tedeschi dell'est a fuggire passando dalla Cecoslovacchia, finchè anche i confini tra le due Germanie vennero aperti e il muro, simbolo della dittatura, venne abbattuto a picconate dalla folla.

La fine del muro segnò anche un importante cambiamento per l'economia del continente. La scelta della Germania unificata di investire ingenti capitali nell'ex DDR, ha voluto dire meno investimenti in altri paesi europei tra cui l'Italia. Il surplus tedesco finanziava le infrastrutture dell'est e non più il debito pubblico e le imprese italiane, con effetti evidenti nei primi anni 90.

In pochi anni siamo passati da una crescita sostenuta, registrata soprattutto nella seconda parte degli anni 80, a una recessione evidente soprattutto nel biennio 1991-92, con conseguente crisi dei conti pubblici, debito alle stelle e la crisi della lira nel 1992.

Ce ne dovremmo ricordare mentre celebriamo i 30 anni dal crollo del muro e di fatto anche dell'impero comunista.

A quel cambiamento i tedeschi reagirono dicendo prima la Germania, come si potrebbe dire oggi. Per una economia debole come quella italiana furono dolori, anni di crisi, di aziende che chiudevano, di manovre pesanti per rimettere in sesto i conti pubblici, di credibilità ai minimi termini sui mercati, di uscita della lira dallo SME con tanto di speculazioni ai nostri danni.


31 ottobre 2019

Fiat - Peugeot

Se Volkswagen investe 9 miliardi per modelli elettrici, FCA (ma anche Peugeot) deve trovare un partner. Si potrebbe sintetizzare così l'accordo che sta prendendo piede tra FCA e Peugeot.

L'auto si trova di fronte a (almeno) due grandi sfide, il mercato globale e l'elettrico.

Che il mercato stia diventando globale lo si è capito ormai da tempo, almeno dai primi anni '90, quando si sono aperti i mercati europei alle auto giapponesi (e viceversa). Per produrre auto con prezzi competitivi, ovvero auto per tutti, servono economie di scala e i giapponesi hanno dimostrato di essere maestri in questo.

Servivano quindi grandi numeri, modelli prodotti in milioni di pezzi, piattaforme comuni per ridurre i costi di progettazione, ingegnerizzazione, ecc. vale a dire tutti i costi che si sostengono ancora prima di vendere un solo veicolo.

Ciò vale a maggior ragione con la sfida elettrica. La necessità di produrre auto elettriche riduce la possibilità di usare pezzi già progettati e testati sui nuovi modelli.

Si deve ricominciare da capo e, come succede con le nuove tecnologie, c'è il rischio che un prodotto fatto male o una tecnologia che non ha successo si trasformino in un costo e quindi in perdite, che possono essere enormi in un settore come quello dell'auto.

Ma c'è anche il rischio che, non adottando una tecnologia, ci si trovi fuori mercato, come successo a Nokia, anni fa leader nella telefonia mobile e oggi marchio quasi sparito perchè non è entrare nel mercato degli smartphone al momento giusto.

Dunque servono grandi numeri e grandi investimenti. FCA e Peugeot non potevano restare sole senza grandi rischi di insuccesso e hanno deciso di unirsi.

Infine c'è la globalizzazione dei mercati di vendita. FCA farà entrare Peugeot nel mercato americano e i francesi faranno entrare gli italiani nel mercato asiatico. Anche in questo caso condividendo le strutture commerciali oltre a quelle produttive, limitando gli investimenti in concessionarie e impianti dove non sono attualmente presenti.

26 ottobre 2019

Perchè il cavalier Brambilla....

Perchè non si investe nonostante la grande liquidità?

Ecco la risposta che dà Mario Deaglio, economista in pensione, sulle pagine de La Stampa. Risposta che rispecchia quanto avrete forse letto su questo blog:


23 ottobre 2019

10 ottobre 2019

C'è del marcio a Berlino

Siamo abituati a pensare alla Germania come alla nazione di produzioni industriali importanti, dalle auto agli elettrodomestici passando per l'industria pesante, ma la Germania è anche un importante "produttore" di servizi finanziari.

E finanza vuol dire spesso segretezza e riciclaggio, come spiega questo articolo di Valori: https://valori.it/riciclaggio-di-denaro-quanto-e-opaco-il-cielo-sopra-berlino/?fbclid=IwAR1DuoUZSFdvubCljHkUM_uNohiwgX_caWQ4ibD0KkNYBusC_YmMYI4VLT8

Regole opache, favorite dal federalismo e magari da qualche interesse rendono difficile la lotta contro il riciclaggio nella più grande economia europea che, come ricorderete ospita anche molti capitali fuggiti dalla Grecia (e dal suo fisco).

Non deve stupire l'opacità, tipica di chi ha nelle proprie banche molti soldi stranieri, e neanche la presenza di questi: chi ha capitali li investe in economie solide, che offrono buoni rendimenti e garanzie legislative. Un male comune a molte economie. Non a caso nella classifica dell'opacità troviamo gli USA, la Svizzera e altri paesi piccoli e grandi che fanno affari sull'impiego di denaro proveniente dall'estero.

05 ottobre 2019

Abbassare il debito?

La finanziaria 2020 sarà probabilmente la finanziaria delle promesse mancate. O forse delle promesse assenti.

Tutti vorrebbero fare, ridurre le imposte, alzare gli investimenti ma nessuno vuol rinunciare a nulla, e quindi alla fine le risorse disponibili saranno poche, pochissime e si farà poco o nulla.

La ragione di tutto ciò si chiama Matteo Salvini, abilissimo da marzo 2018 in poi a sfruttare ogni occasione per farsi propaganda. Se un politico riesce a trasformare in dramma ogni euro tolto a qualcuno o ogni euro in più di imposte, chi sta al governo sarà restio a cambiare, per non dare argomenti all'opposizione abile a farsi propaganda.

Tra le tante critiche poco sensate ce n'è una che dice che il governo non fa nulla per abbassare il debito, ridurre la spesa e aumentare gli investimenti. L'ho sentita dire da un giornalista che dirige un quotidiano economico. Un'affermazione che va capita e spiegata.

Si può abbassare il debito? 

Se per debito intendiamo i 2300 miliardi di debito pubblico la risposta è no, a meno di fare in modo che il deficit pubblico cioè la differenza tra entrate e spese di un anno sia positiva. In quel caso, se -supponiamo- nel 2020 lo stato spende meno di quello che incassa, il surplus servirà a ridurre l'enorme massa di 2300 miliardi di debito.

Altro discorso è parlare di rapporto debito/PIL. In questo caso il rapporto può diminuire se il PIL cresce più velocemente del debito. Cosa possibile ma improbabile visto che ormai da tempo il PIL sta crescendo a ritmi lentissimi, quando cresce.

Per cui attenzione: quando si parla di debito in calo si intende, probabilmente, il rapporto debito/PIL. Altrimenti si sta dicendo qualcosa che non ha molto senso e meriterebbe una spiegazione.

Si può ridurre la spesa e aumentare gli investimenti? 

In questo caso dobbiamo chiederci di chi sono gli investimenti. Se sono investimenti pubblici, facendo parte della spesa pubblica, invocare una minor spesa e maggiori investimenti è abbastanza contraddittorio. Per cui servirebbe spiegare quale spesa si vuol tagliare in misura maggiore dell'incremento dell'investimento pubblico che si ritiene indispensabile.

Se si parla di investimenti privati, resta da capire come stimolarli in un'economia ferma. Gli investimenti privati dipendono in gran parte dall'andamento del PIL. Si investe se si pensa di vendere più di prima, ma in una economia ferma questo non succede tanto facilmente. Se gli investimenti privati invece sono stimolati dallo Stato, è evidente che serve una maggiore spesa pubblica o ci si deve accontentare di incassare meno imposte: in ogni caso i conti pubblici peggiorano.

Di sicuro non esiste un modo per ottenere questi obiettivi senza fare scelte dolorose, che, come detto all'inizio, nessuno pare intenzionato a fare per non dare argomenti a Salvini e scontentare i propri elettori.

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