14 gennaio 2022

Spread 2022

Tra 10 giorni inizieranno le votazioni per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica e spread offre segnali inquietanti nonostante si prevede per il 2022 e un buon andamento dell'economia italiana con una crescita attorno al 4%.

Una prima ragione di inquietudine è legata all'andamento dell'inflazione, molto alta nell'ultimo periodo, anche se in gran parte esogena ovvero provocata dall'aumento dei prezzi dell'energia e delle materie prime. Tuttavia un aumento di tali prezzi potrebbe provocare una serie di rincari di prodotti d'importazione e italiani e anche del costo del lavoro. 

In presenza di un'inflazione alta di fatto i titoli di stato hanno un rendimento reale negativo. I risparmiatori perdono potere d'acquisto sottoscrivendo i titoli di stato. Di qui la scarsa domanda di titoli e la conseguente crescita dei rendimenti e dello spread, perchè quando aumenta l'incertezza si abbandonano i titoli dei paesi meno solidi. 

Inoltre aumenta il rischio che la banca centrale europea faccia salire i tassi di interesse e quindi che si apra una stagione di titoli di stato con rendimento superiore. Questo spinge i possessori di titoli di stato a liberarsene in attesa di emissioni con un rendimento superiore, e ciò fa aumentare lo spread.

C'è poi l'incertezza politica, legata soprattutto alla figura di Silvio Berlusconi, che aspira a diventare Presidente e che in passato ha dimostrato scarsa affidabilità in fatto di gestione dei conti pubblici. La minaccia di Berlusconi di abbandonare il governo in caso di elezione di Mario Draghi rende incerto il futuro della legislatura, che scade nel 2023, e quindi le garanzie che Draghi sta offrendo ai mercati sui conti pubblici.

Ci sono poi elementi internazionali che preoccupano, come la possibile crisi ucraina, a cui si aggiungono i numeri preoccupanti della quarta ondata, che sta riempendo gli ospedali.

Insomma, il 2022 che si annunciava come un anno di crescita e di recupero dal drammatico crollo economico dovuto alla pandemia, potrebbe trasformarsi in un incubo. I mercati lo sanno e lo spread lo dice chiaramente.

02 dicembre 2021

Plusvalenze e debiti

Il presidente della Fiorentina, spesso polemico con la Juventus, si domanda (qui): com'è possibile che la Juventus sia indebitata nonostante le plusvalenze?

Ci sono due semplici spiegazioni. 

La prima è che i debiti dipendono in parte dagli investimenti in calciatori e impianti sportivi. Negli ultimi anni la Juventus ha costruito lo stadio e due impianti di allenamento, con un albergo e altre strutture. Inoltre ha acquistato diversi giocatori giovani e altri molto costosi.

La seconda è che le plusvalenze, come spiegato nell'articolo precedente, migliorano i conti, che però, complice la pandemia, sono in profondo rosso. La Juventus in altre parole ha registrato negli ultimi due anni (almeno) forti perdite, migliorate in parte dalle plusvalenze. 

Quando si spende molto più di quanto si incassa, è inevitabile indebitarsi. 

Perché ciò non accada servirebbero plusvalenze elevate, che portino soldi in cassa, ovvero vendere giocatori pagati subito dall'acquirente. Cosa che non succede quando si scambiano calciatori o quando si concede all'acquirente di pagare a rate il giocatore, come succede spesso.



28 novembre 2021

Plusvalenze

Come funzionano e perchè si fanno le plusvalenze nel calcio?

Supponiamo che una squadra di calcio abbia sotto contratto un calciatore arrivato da bambino. Il suo costo è di zero euro. Ma perchè un calciatore ha un costo?

Un contratto obbliga il calciatore a giocare solo per una squadra fino alla scadenza del contratto. Può risolvere il contratto e firmarne un altro con un'altra squadra, solo se la prima è d'accordo, ovvero in cambio di una somma di denaro pagata dalla futura squadra (oppure se c'è interesse a risolvere il contratto, troppo oneroso).

Quindi se una squadra ha sotto controllo un giocatore e decide di cederlo a un'altra squadra, incasserà 100. Non ha speso alcuna somma per metterlo sotto contratto e guadagna 100, somma che nella contabilità aziendale viene classificata come pluvalenza. Non è un ricavo ordinario, rappresentato invece dai biglietti venduti agli spettatori, ai diritti tv, ai premi sportivi, ecc. ma qualcosa di straordinario.

Se invece una società vende un calciatore acquistato in passato, c'è una plusvalenza e come si calcola?

La risposta è sì. La plusvalenza è pari al prezzo di vendita meno il valore contabile del calciatore che si calcola prendendo il valore di acquisto e sottraendo la parte già ammortizzata (quota di ammortamento). Se un calciatore è stato acquistato a 100 ed ammortizzato per 60, il suo valore è 40. Se viene venduto a 80, la plusvalenza è pari a 40.

Cos'è la quota di ammortamento? 

Quando una società compra un calciatore, distribuisce il costo su tanti anni quanti sono gli anni del  contratto. 1/5 ovvero 20 (se costato 100) se il contratto dura 5 anni, 1/4 ovvero 25 se dura 4 anni e così via. Questa somma è un costo e al tempo stesso viene accumulata in un conto che si chiama quota di ammortamento. Dopo 1 anno si sarà accumulato 1/5, dopo 2 anni 2/5, eccetera, cioè 20, 40, 60 ecc (sempre nell'ipotesi che l'abbia pagato 100). 

Quindi un calciatore pagato 100 e con contratto di 5 anni dopo 3 anni è ammortizzato per 3/5 di 100. Il suo valore è dunque 40. Se lo vendono per 80, il venditore ottiene una  plusvalenza di 40 (80-40). Se si compra un giocatore per la stessa somma, 80, con un contratto di 5 anni l'ammortamento è 16. Si fa una plusvalenza di 40, mentre il giocatore costa 16 nello stesso anno.

Ecco dunque il meccanismo delle plusvalenze: la società vende un giocatore e si ottiene subito una plusvalenza che migliora il bilancio in corso e, se anche spende la stessa somma per comprare un altro giocatore, il costo incide nel bilancio in corso per 1/5 (se 5 sono gli anni del contratto) mentre i restanti 4/5 finiscono negli altri anni del contratto. 

In pratica con queste operazioni si migliora il bilancio dell'anno in corso ma in cambio si appesantiscono i bilanci successivi. 

16 novembre 2021

Lagarde sui tassi 2022 e l'inflazione

 La presidente della BCE Christine Lagarde dice che per una variazione verso l'alto dei tassi se ne parla non prima del 2023, forse. Eppure l'inflazione sale, cosa che irrita soprattutto i banchieri centrali tedeschi, da sempre spaventati dall'inflazione. 

Come si spiega? Chi ha ragione?

La pandemia ha causato un improvviso e imprevisto crollo economico, che ha spinto molte imprese a chiudere alcuni impianti produttivi, a volte a causa del fallimento dell'attività, altre volte come disperato tentativo di tagliare i costi adeguandoli ai ricavi, crollati senza preavviso.

La ripresa nel 2021, grazie ai vaccini, alle riaperture e ai programmi di sostegno dell'economia nei paesi più ricchi, è robusta. Il PIL italiano, ad esempio, salirà a fine 2021 di oltre il 6%. 

Quindi la domanda aumenta e non di poco mentre l'offerta è stata ridimensionata e non è facile farla risalire in tempi brevi. Quando la domanda di un bene sale, chi produce quel bene aumenta il prezzo. Cerca di guadagnare di più, o semplicemente vede i suoi fattori produttivi crescere di prezzo oppure ancora aumenta il prezzo per cercare di recuperare le perdite dovute alla pandemia.

E' una domanda da "ritorno alla (quasi) normalità" e non dovuta alle scelte della BCE e delle altre banche centrali a provocare l'aumento dei prezzi. Per questo Christine Lagarde non pensa che i tassi aumenteranno almeno fino al 2023 (e probabilmente anche dopo).

Inoltre le incertezze legate alla pandemia restano attuali, cosa che suggerisce alla BCE prudenza su un eventuale aumento dei tassi.

27 ottobre 2021

Draghi sbatte la porta. Forse non sapete che...

Nel mezzo della discussione sul futuro di quota 100, che scade a fine anno e che la Lega vorrebbe prolungare mentre altri sperano di non tornare alla legge Fornero, Draghi se n'è andato facendo sapere che "indietro non si torna".

Forse non tutti sanno che la prima uscita pubblica di Draghi dopo la nomina a Governatore della Banca d'Italia fu ad un convegno dedicato a Onorato Castellino, professore di economia all'Università di Torino, morto un anno prima.

Castellino, che convinse Mario Monti a accettare una cattedra nell'ateneo piemontese, ha dedicato le sue energie a studiare le pensioni ed è stato il punto di riferimento accademico di Elsa Fornero, la ministra a cui si deve la più importante riforma pensionistica degli ultimi anni. Insieme scrissero più un libro sull'argomento.

Nei suoi studi, Castellino si era conto che promettere pensioni troppo generose per troppo tempo (quindi andando in pensione troppo presto) avrebbe portato al collasso il sistema, una volta che fossero arrivati all'età della pensione troppi italiani rispetto a quelli che avrebbero pagato i contributi. 

Draghi ne ha appreso la lezione, come testimonia la presenza al convegno di commemorazione, e lo si capisce bene adesso che è al governo dove reagisce negativamente al tentativo di politici e sindacati di fargli cambiare idea sulle pensioni.

21 ottobre 2021

Pensione anticipata, meno soldi: perchè?

Perchè andare in pensione prima comporta uno sconto rilevante, anche del 20-30% ?

Lo possiamo capire con qualche semplice calcolo. 

Supponiamo di mettere da parte 100 euro l'anno per 40 anni e di spenderli per altri 20. 40 e 20 non sono scelti a caso. Sono, approssimativamente, gli anni di lavoro e di pensione. 

Si accumulano 100 per 40, ovvero 4000 euro. Si spendono in 20 anni: 4000 diviso 20, ovvero 200. 

Quindi per ogni 100 euro pagati per 40 anni un ipotetico pensionato incassa 200 euro (lordi).

Adesso immaginiamo di mandare in pensione 3 anni prima il lavoratore, che avrà accumulato 100 per 37 anni, quindi 3700, da distribuire in 23 anni. 

Risultato: 160 euro l'anno (per ogni 100 accumulati l'anno) invece di 200.  Dunque il 20% in meno con soli 3 anni di anticipo.

Abbiamo finto, per semplicità, che il rendimento delle somme sia pari a zero.

15 ottobre 2021

Tether: attenti alle criptovalute

Su cosa si basa il valore delle criptovalute come il Bitcoin? 

Le forti oscillazioni del prezzo di Bitcoin suggeriscono che il valore della più famosa delle criptovalute non dipende da niente.  Il Bitcoin è oggetto di speculazioni che fanno salire e scendere il prezzo,  espresso in dollari o euro, di molto in breve tempo. L'oscillazione del prezzo ne scoraggia l'uso come mezzo di pagamento, perchè implica forti rischi di perdite rispetto a una moneta.

Esistono però criptovalute di tipo diverso, come Tether. Si tratta di una stablecoin perchè dichiara di tenere sotto forma di riserva ogni dollaro raccolto, e quindi ha un prezzo stabile di (circa) 1 dollaro. In questo modo si possono scambiare Tether e poi convertirli in dollari, col vantaggio (secondo i creatori) di poter effettuare e ricevere pagamenti senza bisogno del sistema bancario, quindi in modo più efficiente (anche per chi svolge attività illegali).

Tether ha emesso 68 miliardi di unità, incassando 68 miliardi di dollari. Dove sono finiti? 
Se lo chiedono le autorità politiche e monetarie americane che sospettano che le riserve dichiarate non esistano o che siano investite in attività rischiose. 
Se gli utilizzatori pensassero di non poter convertire qualunque quantità di Tether in dollari, se ne libererebbero. La fuga da una criptovaluta potrebbe coinvolgerne altre e potrebbe estendersi al settore bancario.  

Anche la politica internazionale potrebbe risentirne. Se i soldi che gli emittenti di Tether fossero, in parte, investiti in Cina, come si comporterebbero, ad esempio, le autorità cinesi se, a fronte di una enorme richiesta di vendere tali attività e si esportazione dei soldi ottenuti dalla vendita? Potrebbero ostacolare la vendita per ragioni politiche oltre che per ragioni economiche?

Si capisce quindi perchè le autorità politiche e monetarie (FED) americane siano in allarme e stiano pensando di regolamentare le criptovalute e in particolare quelle che dichiarano di avere una riserva. Di fatto chi usa una stablecoin utilizza servizi molto simili a quelli di una banca. Perchè i fornitori di tali servizi non dovrebbero essere soggetti alle stesse regole di una banca?


06 ottobre 2021

Nobel per sordi

Ha senso l'appello di Giorgio Parisi, fresco vincitore del Nobel della Fisica 2021, per un maggiore finanziamento della ricerca scientifica che è fondamentale per il futuro dell'Italia? 

Vien voglia di rispondere: "sì, ovviamente, ha ragione il fisico romano a sperare che il prestigioso premio che gli è stato conferito aiuti a far capire ai politici l'importanza della ricerca, del suo finanziamento e delle ricadute per il sistema economico" ma temo la risposta più realistica dovrebbe essere no, non ha alcun senso. 

Il motivo può essere capito guardando il video (clicca qui) nel quale Giorgio Parisi, fresco vincitore del Nobel della Fisica 2021, ha provato inutilmente a spiegare a Matteo Bassetti che i dati suggeriscono che il calo dei contagi in Gran Bretagna si deve al lockdown prima che alla vaccinazione. Bassetti dà una risposta che non c'entra molto con l'osservazione del fisico e lo fa con l'atteggiamento di chi sa già tutto e non gliene importa nulla delle ragioni altrui. 

Ecco, chiedere che si aumentino le risorse per la ricerca come se la decisione non dipendesse da nient'altro che dalla volontà dei finanziatori, vuol dire rischiare di parlare con persone che non ascoltano, che pensano a altro e alla fine ti liquidano con osservazioni fuori tema e un sorrisino compiacente.

Per ottenere i soldi per la ricerca bisognerebbe convincere davvero l'interlocutore politico, a cui non costa nulla dirsi d'accordo salvo poi negare i fondi, e trovare i soldi, magari convincendo l'opinione pubblica oltre che i politici dell'inutilità di alcune spese o che maggiori imposte sono necessarie se non si vuole un futuro meno ricco di possibilità.

Insomma i sistemi complessi, che ha studiato il Nobel Parisi, sono presenti anche al di fuori della fisica e vanno affrontati in modo non ingenuo, come fanno tutti coloro che chiedono più soldi per il proprio settore, restando delusi dalla mancanza di risposte positive e concrete.

22 settembre 2021

(Ali) ITA (lia)

Quattro anni fa avevo spiegato (qui) i limiti di Alitalia con un pizzico di ottimismo sul futuro della compagnia aerea che tra 3 settimane chiuderà definitivamente. Nel frattempo è nata ITA, con mille problemi. Ma andiamo con calma e cerchiamo di spiegare il problema di Alitalia prima di parlare di ITA.

Le compagnie aeree si potrebbero dividere in due grandi categorie. Le compagnie aeree di bandiera e quelle alla Ryanair. 

Le prime di portano dall'aeroporto vicino a casa ovunque nel mondo, attraverso accordi con altre compagnie aeree. Ryanair e altre compagnie aeree invece consentono voli di media distanza da aeroporto a aeroporto. Arrivato a destinazione difficilmente il cliente sale su un altro volo, anche perchè l'aeroporto usato è spesso un aeroporto secondario con pochi voli, che costa meno e quindi aiuta a tenere bassi i prezzi dei biglietti. 

Andare ovunque con una compagnia di bandiera e altri vettori collegati richiede efficienza. Se devo fare scalo in un aeroporto per prendere un altro volo, il primo aereo deve essere in orario e deve essere efficiente l'aeroporto che trasferisce il bagaglio da un volo a un altro. 

Le inefficienze spingono i clienti a scegliere una compagnia aerea diversa. Integrare bene le compagnie aeree significa non solo attrarre clienti ma anche tenere sotto controllo i costi. Se un aereo Milano-New York ha, supponiamo, 300 posti a disposizione e ci sono 400 potenziali clienti, una compagnia aerea ben integrata con altre compagnie sposta i clienti su altri vettori portandoli in un altro aeroporto da cui si imbarcheranno su un altro volo per NY. La scelta inefficiente prevede che si usino 2 aerei semivuoti, con conseguenti perdite oppure ancora che si perda il cliente non soddisfatto che sceglierà altre compagnie anche per altri voli.

Alitalia è vittima di tutte queste inefficienze, di scelte sbagliate per difendere posti di lavoro a Roma (si voleva spostare la sede operativa a Malpensa ma la politica ha scelto Roma), di costi esagerati mentre le compagnie aeree low cost imponevano una riorganizzazione e il taglio dei costi.

ITA nasce sulle ceneri di Alitalia con un progetto realistico: provare (sottolineo: provare) a creare una compagnia aerea che non produca perdite o almeno non produca perdite esagerate all'inizio. Per questo serve un taglio dei costi e rotte che garantiscano aerei pieni. Se il modello funziona, si aggiungeranno altre rotte e quindi altro personale.

E' quindi irrealistico pensare che possa assumere gli oltre 10 mila lavoratori di Alitalia, che possa pagare i 290 milioni chiesti per il marchio Alitalia, che possa garantire gli stipendi del passato, che si voli ovunque senza la certezza di riempire gli aerei, che la pandemia ha svuotato. I concorrenti abbasseranno i prezzi per riconquistare i clienti tenuti a terra dal Covid e ITA, per sopravvivere, dovrà fare i conti con margini di guadagno modesti. 

Per questo è essenziale tenere bassi i costi. Il passato di Alitalia è ormai morto e sepolto. ITA al massimo riuscirà a salvare il salvabile, se ci riuscirà.


05 settembre 2021

Il reddito di cittadinanza a Cernobbio

Politici e imprenditori Cernobbio hanno dedicato un pò di attenzione al tema del reddito di cittadinanza (RdC), contro il quale i politici di destra si stanno scagliando da tempo.

In un paese con pochi controlli, poca serietà, pochissima capacità di organizzare e programmare, ci voleva poco a capire che il RdC avrebbe suscitato critiche e non avrebbe prodotto i risultati sperati.

Tuttavia un risultato il RdC pare averlo prodotto: un cambiamento nel mercato del lavoro, da decenni vittima (si fa per dire) di una logica che spinge gli imprenditori a cercare di pagare sempre meno i lavoratori, offrendo loro condizioni lavorative sempre peggiori. 

Il RdC sta (forse) modificando il trend. Si sentono sempre più imprenditori lamentarsi perchè non riescono a trovare lavoratori disposti a grandi sacrifici per pochi soldi. Perchè lavorare male per incassare somme simili a quelle che lo Stato offre senza chiedere in cambio nulla?

Se questo è il problema, la soluzione semplice è pagare meglio i lavoratori e offrire condizioni di lavoro più dignitose. Con il vantaggio di garantire all'Italia anche una crescita maggiore, cosa che tra l'altro attira gli investimenti. Lo spiega un rapporto  presentato proprio a Cernobbio dagli organizzatori dell'incontro, lo studio Ambrosetti. L'Italia cresce poco e crescono poco i soldi che finiscono nelle tasche dei lavoratori.

Se paghi poco la gente, questa non spenderà e l'economia soffrirà. Lo sanno bene gli economisti ma non i politici di destra e nemmeno gli imprenditori a essi legati (e che forse li finanziano), che invocano la fine del RdC per continuare a pagare poco la manodopera.

Chissà se i partecipanti al celebre simposio sul lago di Como si sono accorti che mentre ascoltavano alcuni politici scagliarsi contro il RdC, veniva suggerito loro di aumentare stipendi e salari per il bene dell'economia, che è anche il bene delle loro imprese.


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