10 dicembre 2017

I conti mentali

Avete mai comprato o conoscete qualcuno che abbia comprato uno smartphone o un frigorifero a rate pur disponendo sul conto corrente di una somma maggiore di quella necessaria all'acquisto?

Di solito gli economisti pensano che sia un errore ricorrre a un prestito se si dispone di una somma sufficiente a acquistare qualcosa perchè al prezzo del bene si aggiungono altri oneri (interessi, costi per una pratica di finanziamento), evitabili pagando al momento dell'acquisto anzichè a rate.

Eppure una spiegazione c'è, ed è stata scoperta da alcuni economisti che hanno lavorato insieme agli psicologi. Si tratta dei conti mentali.

Un tempo era abitudine in molte famiglie suddividere lo stipendio, ricevuto in contanti, in alcune parti che inserivano in diverse buste (o altri contenitori). C'era la busta con la somma per pagare l'affitto, quella per comprare generi alimentari, quella per le bollette e così via.

Era un modo semplice per tenere sotto controllo le spese, evitando di trovarsi senza soldi per l'affitto o per pagare la luce.

Da un altro punto di vista si conoscono le debolezze umane, si sa che molte persone quando hanno le tasche piene di soldi cedono al desiderio di spenderli, acquistano il superfluo e dimenticano il necessario. Invece infilando i soldi in una busta si frenano le tentazioni e si ricorda la spesa necessaria, indicata sulla busta.

Un economista storcerebbe il naso, ma gli individui sono molto meno razionali di quel che si pensa e il metodo delle buste era molto diffuso. Cosa succede in epoca di conti correnti, carte di credito e denato dematerializzato?

Tutto funziona come un tempo. Non si usano le buste (per questo i conti sono mentali) ma si pongono limiti alle spese divise per categoria, anche se il rischio di commettere errori o illudersi son maggiori, come sa bene chi usa le carte di pagamento o di credito. Per questo motivo si ricorre ai prestiti anche se costano e se si dispone della somma necessaria per l'acquisto.

Immaginate che una famiglia abbia 5 mila euro sul conto corrente e che ritenga necessario tenere questa somma sul conto per varie ragioni (per esempio per affrontare spese impreviste o per pagare spese già programmate). Perchè ricorre al credito per l'acquisto di un computer del costo di qualche centinaio di euro?

L'economista direbbe: preleva i soldi dal tuo conto e poi risparmia finchè il saldo del conto torna a 5.000 euro. Invece le persone ragionano come se i 5.000 euro di risparmi appartenessero a un conto corrente diverso da quello su usato normalmente e si potesse usare soltanto in talune circostante. Per cui si preferisce pagare a rate e non usare i 5000 euro. Per la durata del prestito il bilancio famigliare ha una spesa in più, la spesa delle rate, e ciò spinge a spendere di meno per altre voci.

Ci si obbliga in altri termini a risparmiare. Non si pensa: "per i prossimi mesi rinuncio a...e recupero la somma spesa" perchè si sa in questo modo è più facile che il risultato non sia raggiunto. Le tentazioni sono tante e sappiamo di non riuscire sempre a sconfiggerle. Potremmo rinviare i risparmi o non riuscire a realizzarli.

Invece si continua a fare la vita di sempre, con una spesa in più, la rata da pagare, e la consapevolezza che alla fine del mese devono tornare i conti.

I conti mentali spiegano quindi comportamenti all'apparenza irrazionali. Di fronte al rischio di non riuscire a raggiungere gli obiettivi desiderati ci si costringe a farlo, e si paga pure per farlo perchè come sa bene chi fa i conti, alla fine pagare a rate costa di più.

19 novembre 2017

Carige, rispunta Fiorani

L'aumento di capitale della Cassa di Risparmio di Genova (Carige) sta creando un pò di apprensione nel mondo bancario italiano, dove spunta una vecchia conoscenza delle cronache economiche e giudiziarie: Giampiero Fiorani, un tempo amministratore della Popolare di Lodi.

Ma andiamo per ordine. Dopo 10 anni di crisi Carige ha bisogno di un nuovo aumento di capitale, colpa dei soliti non performing loans (npl), prestiti che comportano forti perdite per la banca. I principali azionisti son la famiglia Malacalza che possiede oltre il 17% del capitale, Volpi che ha più del 6%, Spinelli e la coop Liguria accreditati di un 1-2% a testa.

Chi sono costoro? I Malacalza sono imprenditori liguri che hanno deciso di investire in Carige. Negli ultimi 2-3 hanno comprato molte azioni spendendo oltre 200 milioni, gran parte dei quali provenienti dalla vendita di quasi il 7% di Pirelli. Volpi è un imprenditore molto ricco (il patrimonio supera i 3 miliardi) e discusso che ha scelto come braccio destro Fiorani, l'ex amministratore della Banca Popolare di Lodi,  protagonista di scalate bancarie finchè è stato fermato dalla magistratura (e dal carcere). Infine Spinelli -famoso per essere stato il proprietario del Genoa calcio- opera nella logistica e nei trasporti.

Malacalza, Spinelli, Volpi e gli altri azionisti che speravano di conquistare il controllo di Carige attraverso l'investimento di somme accettabili si sono trovati a fare i conti con un nuovo aumento di capitale, necessario e imposto dalla BCE allo scopo di ridurre drasticamente i npl e garantire un futuro meno incerto alla banca.

Speravano in un investimento redditizio e si son trovati a gestire una perdita certa. Così le banche (Deutsche Bank, Credit Suisse e Barclays) chiamate - come succede in questi casi - a garantire il successo dell'aumento di capitale creando un consorzio che garantisce l'acquisto delle azioni inoptate cioè non acquistate, hanno posto condizioni precise alla banca e agli azionisti.


Alla banca è stata imposta una iperdiluizione del capitale: per ogni azione posseduta, la banca emette 60 nuove azioni. Scelta che rappresenta un monito per gli azionisti: se non sottoscrivete l'aumento di capitale, la vostra quota perderà quasi tutto il suo valore.

Agli azionisti più importanti è stato invece chiesto di non diminuire ma anzi aumentare la propria quota nella banca. Solo venerdì Malacalza e soci hanno accettato, dopo che il consorzio di banche a garanzia dell'aumento ha minacciato di ritirarsi. Il loro impegno è in ogni caso subordinato alle autorizzazioni delle autorità di vigilanza che potrebbero avere qualcosa da ridire a Volpi e al suo braccio destro Fiorani.

Insomma Carige appare messa davvero male, una specie di MPS che tuttavia ottiene ancora la fiducia di qualche azionista speranzoso almeno di portarsi a casa i soldi investiti. Sempre che la presenza di personaggi poco raccomandabili non complichi un aumento di capitale non scontato.


30 ottobre 2017

IVA: aumento scampato?

Anche quest'anno la preparazione del bilancio dello Stato per il 2018 crea qualche preoccupazione per l'IVA. Il governo annuncia che non aumenterà, ma i giornali spiegano che l'aumento è solo rinviato al 2019.

Cosa succede veramente?

In realtà è tutto abbastanza semplice. Proviamo a spiegarlo.

Qualche anno fa di fronte a conti pubblici traballanti, un governo (se non sbaglio il governo Berlusconi con Tremonti ministro dell'economia) rassicurò i partner europei introducendo le cosiddette clausole di salvaguardia. Lo Stato si impegna di fatto a alzare alcune aliquote (relative all'IVA ma anche alle accise sui carburanti) nel caso di necessità. E' un pò come se lo Stato dicesse: se i conti non tornano, mi impegno a far pagare più soldi ai cittadini italiani.

In realtà però lo Stato non scrive una norma del tipo "se succede che ...allora..." ma stabilisce che a partire da una certa data le aliquote aumenteranno. Poi controlla i conti e se sono a posto, ovvero se il deficit è nei limiti previsti, decide che gli aumenti previsti non ci saranno. E lo fa in modo semplice: cambiando la data del previsto aumento delle aliquote. In questo modo le clausole di salvaguardia restano attive, come l'obbligo di vigilare sui conti pubblici e gli impegni verso l'Europa.

Qualche giornalista alla ricerca dello scoop o male informato può così annunciare che l'IVA aumenterà dal 2019, che la paura di una stangata di imposte è solo rinviata. Un allarme insensato: se si tengono sotto controllo le spese e l'economia cresce e con essa le entrate fiscali, l'aumento dell'IVA è destinato a restare sulla carta.

21 ottobre 2017

Renzi contro Visco

Ho ricevuto diversi messaggi di amici che mi chiedevano un parere a proposito della mozione del PD contro il governatore della Banca d'Italia Visco.

E' evidente che la questione è politica: il governo è stato attaccato ripetutamente sulla vicenda Banca Etruria, forse perch+ ha sottovalutato gli effetti mediatici delle possibili proteste strumentalizzate dal partito di Grillo, e in vista della prossima campagna elettorale Renzi vuol convincere gli elettori che le responsabilità sono altrove.

Detto questo cerchiamo di ragionare sulla vicenda. Banca Etruria e altre banche hanno prestato miliardi di euro a clienti che non li hanno restituiti nei tempi previsti, trovandosi a subire consistenti perdite a causa della necessità di svalutare crediti.

Di fronte all'impossibilità di effettuare aumenti di capitale per ripianare le perdite, governo e Banca d'Italia hanno scelto la strada della liquidazione coatta amministrativa: i crediti "problematici" sono stati ceduti incassando poco più del 30% del loro valore nominale (ovvero della somma che le banche in teoria avrebbero dovuto incassare), le perdite son state coperte con l'azzeramento del valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate, secondo le regole europee. Infine le banche sgravate dai crediti problematici son state vendute.

Si poteva fare diversamente?

Forse sì, ma ci sono alcuni problemi.

Il primo problema è nelle regole: le regole europee impongono il sacrificio delle obbligazioni subordinate.

Il secondo sono i soldi. La banca finita in amministrazione avrebbe potuto gestire da sola i crediti problematici? Si, incassando più del 30%, quindi trovando soldi con cui pagare almeno in parte gli obbligazionisti.

Però la gestione dei crediti problematici richiede tempo, probabilmente anni e comporta alla fine delle perdite che qualcuno deve coprire o almeno garantire.

La scelta esplicita di non usare soldi dei contribuenti ha impedito a Banca Etruria di tenersi i crediti o di cederli a chi avesse comprato Banca Etruria: l'acquirente avrebbe chiesto garanzie, come successo nel caso della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, e anche in molti casi di cessione di banche negli USA tra il 2007 e il 2009.


A questo si aggiunge lo scarso interesse per l'acquisto di Banca Etruria e le altre banche. Questo perchè le banche hanno troppi sportelli e quindi chi vuol vendere i suoi deve accontentarsi di incassare pochi soldi e perchè la crisi di Etruria e della altre banche ha spinto moltissimi correntisti a spostare i propri soldi su altre banche.

Ciò ha reso Etruria e le altre banche meno interessanti per eventuali acquirenti: da tempo stavano perdendo clienti e quindi capacità di produrre profitti.

In questo contesto la Banca d'Italia doveva essere molto prudente. Se avesse lanciato un allarme avrebbe favorito la fuga dei capitali dalle banche, rendendole meno interessanti per eventuali acquirenti.

La soluzione decisa due anni fa di liquidare le banche sacrificando le obbligazioni subordinate perchè rischiose e perchè così volevano le regole, s'è trasformata in un problema politico perchè qualcuno ha sottovalutato la questione proprio come successo con Lehman Brothers. S'è preferito una soluzione immediata rispetto a una che avrebbe richiesto anni, s'è scelto di applicare le regole sottovalutando le proteste -cavalcate dall'opposizione. di chi da un giorno all'altro s'è trovato a perdere i risparmi senza (magari) capire il perchè.

18 ottobre 2017

I debiti che inguaiano Chiara Appendino

Ieri la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha reso noto di aver ricevuto un avviso di garanzia per falso a proposito di un debito della città.

Ho sentito e letto di tutto, soprattutto osservazioni poco sensate - economicamente parlando- ragion per cui è bene fare chiarezza.

La vicenda nasce da un diritto non esercitato: il comune di Torino ha dato a una società (Ream) partecipata dalla Fondazione CRT (una fondazione bancaria nata per gestire il patrimonio della Cassa di Risparmio di Torino poi confluita in Unicredit) il diritto di prelazione su un'area (chiamata ex Westinghouse) che il Comune era intenzionato a vendere. La società Ream ottenendo il diritto ha versato 5 milioni di euro a titolo di anticipo sul prezzo futuro della vendita.

In caso di acquisto avrebbe pagato il prezzo pattuito versando la somma al netto dei 5 milioni già sborsati, ma ha deciso di non esercitare il diritto, e l'area è stata aggiudicata a altri per una somma vicina ai 20 milioni.

A quel punto, il Comune di Torino avrebbe dovuto restituire 5 milioni a Ream, ma ha deciso -visto il legame di Ream con la Fondazione CRT in cui il Comune ha un ruolo importante attraverso i suoi rappresentanti- di rinviare il pagamento, iniziando una trattativa a questo fine con la Fondazione.

Al momento di compilare il bilancio 2017, il direttore finanziario del Comune voleva inserire il debito verso Ream tra i debiti da restituire nel corso del 2017, ma ha subito pressioni -e alla fine è stato spostato- per inserire il debito tra quelli da pagare non nel 2017 ma negli anni successivi. La giustificazione addotta è che -come la Sindaca avrebbe scritto via email- era in corso una trattativa per rinviare il pagamento.

Rinvio che ha un motivo: presentare un bilancio 2017 migliore, con meno esborsi previsti per il 2017.

Fin qui i fatti. C'è chi ha provato a scaricare la responsabilità sulla giunta precedente, colpevole di aver creato il debito, quasi si trattasse d iun dbito dovuto a un eccesso di spesa. Non è ovviamente così: il Comune avrebbe potuto aspettare a incassare i soldi della vendita dell'area (20 milioni circa) ma ha preferito cedere un diritto (presumibilmente concesso pagando) e incassare subito un anticipo di 5 milioni. Non ha fatto un debito per comprare qualcosa o pagare gli stipendi per cui la polemica sul debito non ha proprio senso.

Su cosa si basa la contestazione della Procura? C'è stato un esposto presentato da due consiglieri comunali e dai revisori dei conti del Comune che hanno mostrato alla giunta la loro contrarietà e sostengono che il debito era da inserire nel bilancio come debito da pagare entro 12 mesi.

C'è un questione di interpretazione di principi contabili in cui non mi addentro, ma un'anomalia pare evidente: non ha senso dire -come hanno fatto gli inquisiti- che il debito ha una scadenza oltre i 12 mesi perchè è in corso una trattativa. Il principio della prudente gestione impone di non far finta che si sia già raggiunto un accordo per il rinvio del pagamento. E in mancanza di un accordo certo, la scadenza del debito dev'essere quella originaria.


29 settembre 2017

Ryanair

Tempo fa una persona di idee ultraliberiste mi spiegò che i piloti di Alitalia -veri colpevoli a suo dire della crisi della compagnia aerea- in fin dei conti non erano altro che autisti ben pagati e che il mondo del lavoro ideale era quello libero da vincoli: regole e stipendi avrebbero dovuto derivare dalla libera contrattazione del singolo lavoratore con chi gli offriva il posto.

Sembrava, col senno di poi, il piano industriale di Ryanair che oggi si trova a tagliare un gran numero di voli a causa della fuga dei suoi piloti. Per anni la compagnia irlandese le ha provate tutte pur di conquistare clienti. Per tenere i prezzi Ryanair non solo ha cercato di risparmiare sui costi del personale, tagliando gli stipendi e i benefits oppure adottando i contratti più convenienti, a volte fingendo che i lavoratori risiedessero in paesi che fanno pagare meno imposte e contributi, ma ha anche messo sotto pressione gli aeroporti di mezza Europa, chiedendo contributi pubblici e sconti sulle tasse aeroportuali.

Ebbene il sistema Ryanair pare vacillare perchè i piloti della compagnia irlandese non sono lavoratori qualsiasi e neppure -come sosteneva l'ultraliberista- autisti impegnati a guidare un bus con le ali. Hanno un capitale prezioso, ore e ore di studio teorico e di pratica su aerei e simulatori.

Così in centianaia hanno abbandonato la compagnia irlandese preferendo altre compagnie più generose e abbandonando i metodi sgraditi della dirigenza Ryanair, attenta a usare il proprio potere per comprimere diritti e quindi costi dei lavoratori.

Il mercato non funziona come sperano i liberisti, non genera facilmente un prezzo di equilibrio tra domanda e offerta. I lavoratori di Ryanair che hanno subito le condizioni capestro dell'azienda, l'hanno abbandonata senza rimorsi appena possibile, anzi forse hanno alimentato la fuga, segnalando a altre compagnie i nomi dei loro colleghi migliori.

E Ryanair non è scesa a più miti consigli, almeno per ora. Ha offerto più soldi in cambio della rinuncia alla ferie e ha fatto scelte sospette: scommetto che il taglio dei voli da e per Trapani si può spiegare con i ritardi delle amministrazioni locali nell'erogazione di contributi pubblici. Qualcosa del genere è successo a Reggio Calabria con i voli Alitalia.

Gli aeroporti senza voli e presumibilmente non saranno rimpiazzati, come invece teorizzano gli amanti del libero mercato. I mercati sono imperfetti e si piegano al più forte, al più spregiudicato: lo sanno i piloti Ryanair e adesso pure i clienti della compagnia aerea.

13 settembre 2017

Fuga dalla moneta sovrana

Nel meraviglioso mondo delle bufale economiche c'è chi fantastica sulla riserva frazionaria, immaginando che possa addirittura salire al 100% (senza chiedersi cosa presterebbero, in tal caso, le banche) e chi pensa che i paesi europei che non usano l'euro siano più fortunati perchè hanno una moneta sovrana.

Ebbene c'è un caso che dimostra che entrambe le idee sono non solo bufale, ma hanno poco senso nel mondo reale, quello che sta al di là della tastiera del computer.

Il caso è quello di Nordea, una banca scandinava nata dall'aggregazione di diverse banche, come successo da noi con Unicredit e Intesa San Paolo.

Nordea è una banca con sede in Svezia che sta per trasferirsi in Finlandia, spaventata dai requisiti patrimoniali richiesti dalla banca centrale svedese. Per affrontare i pericoli connessi allo svolgimento dell'attività bancaria, una strada è quella di chiedere migliori requisiti patrimoniali, cosa che comporta una riduzione dei prestiti rischiosi (e remunerativi) e un aumento del capitale destinato a coprire eventuali perdite.

La banca centrale potrebbe anche affrontare una crisi bancaria in altro modo, ma in una economia relativamente piccola come quella svedese (se paragonata all'area dei paesi che usano l'euro), è più difficile trovare una banca che possa assorbire la banca in crisi ed è più complesso per la banca centrale interviene creano moneta senza influenzare pesantemente anche il cambio, con effetti negativi sui tassi.

La BCE invece ha margini di intervento maggiore perchè l'economia dell'area euro è molto più grande dell'economia svedese e può permettersi di essere meno esigente con le banche dcon sede nei paesi dell'euro.

Di qui la scelta di Nordea che preferisce spostarsi in un paese dell'area euro nonostante non abbia una moneta sovrana. Una scelta che ci dice quanto siano folli certe tesi: se si imponesse una riserva frazionaria senza senso le banche si sposterebbero dove la riserva non c'è, incuranti della sovranità monetaria che impone più vincoli delle libertà che offre.

31 agosto 2017

I finlandesi che non amano Trump

Il Varma mutual pension insurance che gestisce 45 miliardi di euro di contributi pensionistici finlandesi ha deciso di vendere azioni e titoli di stato statunitensi attualmente posseduti.

La ragione ufficiale è che Trump appare come un presidente estraneo alla tradizione democratica del paese, al punto da considerare gli USA un paese senza un presidente.

Ci sono dei buoni motivi economici per diffidare dell'economia americana e del suo presidente?

La risposta è sì, Trump potrebbe fare alcune scelte pessime per gli investitori.

Le tensioni con la Corea del Nord non possono rassicurare gli investitori perchè guerra vuol dire spesa pubblica e quindi una forte emissione di titoli di stato da parte di un paese con un debito pubblico già elevato.

Nella stessa direzione va il progetto di Trump di tagliare le imposte: se avvenisse, sarebbe certo un aumento del deficit e quindi del debito pubblico.

C'è poi l'idea di Trump di proteggere con dazi le merci americane, idea contro la quale si sono pronunciati nei giorni scorsi Mario Draghi e la numero uno della FED Yanet Yellen.

Tra qualche mese - e veniamo al quarto punto - Trump deve decidere se confermare proprio la Yellen alla FED. Potrebbe predìferirgli un economista gradito, che sostenga le idee dell'amministrazione in tema di protezionismo e imposte, e non reagisca alzando i tassi in caso di deficit e debito eccessivi.

E qui la mente va agli anni '80, quando Reagan scelse un forte taglio alle imposte che fece impennare il debito pubblico, suscitando la reazione della FED guidata da Paul Volcker, che alzò i tassi costringendo l'amministrazione Reagan a cercare di ridurre il deficit.

Un capo della FED amico di Trump potrebbe invece spingere la banca centrale a tenere i tassi bassi per non aumentare la spesa pubblica per interessi.

 Ne conseguirebbe un calo del valore del dollaro rispetto alle altre monete, e questo, insieme alla prospettiva di una economia americana indebolita da guerra e protezionismo, spiega perchè i finlandesi preferiscono stare alla larga da bond e azioni "made in USA".

17 agosto 2017

Fiat China Auto ?

Le voci di un possibile acquisto di gran parte di FCA da parte di un gruppo automobilistico cinese, ha fatto balzare il titolo di quasi il 10% in una sola seduta.

Exor, società in mano alla famiglia Agnelli, è proprietaria di poco meno del 30% delle azioni e controlla oltre il 40% dei diritti di voto di FCA. Perchè dovrebbe vendere?

Sappiamo tre cose su FCA e il mercato dell'auto: che da tempo Marchionne sta cercando un accordo con un grande produttore allo scopo di garantire un futuro sereno a FCA. Lui vorrebbe fondersi con General Motors che però non prende in considerazione le proposte del gruppo italo-americano. Sappiamo poi che Marchionne lascerà tra poco più di un anno e che il futuro dell'auto deve fare i conti con molte incognite, come i nuovi produttori cinesi e il futuro senza gli inquinanti motori a benzina e diesel.

Le novità tecnologiche potrebbero quindi creare molte difficoltà a FCA o richiederebbero in ogni caso enormi investimenti che potrebbe affrontare meglio un gruppo di grandi dimensioni. Di qui la necessità di trovare accordi con altri produttori ma anche l'incentivo a vendere.

Meglio incassare una rilevante somma oggi che incerti guadagni in futuro: potrebbe essere questo il ragionamento di John Elkann che presiede Exor, società che si è molto indebitata per comprare Partner RE, gigante delle assicurazioni. Vendere una parte rilevante significherebbe ridurre i debiti, ma anche abbandonare per sempre quell'auto da sempre associata agli eredi del fondatore della dinastia Agnelli. I cinesi da parte loro sono incentivati a spendere molti soldi per avere marchi famosi e un know-how che non possiedono.

Tuttavia esistono anche diverse buone ragioni per non vendere. Per mantenere inalterato il prestigio e il potere, ma anche perchè FCA ha capacità, conoscenze, una importante rete di vendita nel paese con l'economia più grande del mondo: tutti fattori che rendono attraente FCA in vista di possibili operazioni con altre case automobilitistiche.

Infine, l'eventuale vendita di FCA dovrebbe avere il beneplacito di Trump che presumibilmente sarebbe contrario, preferendo piuttosto una fusione tra FCA e GM. Le voci su una vendita potrebbero perciò servire a spingere Trump a fare pressione su GM perchè prenda in considerazione le proposte di Marchionne.

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24 giugno 2017

Intesa San Paolo e le banche venete

La notizia della settimana, in campo bancario, è la possibile acquisizione di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza da parte della maggiore banca italiana e la contemporanea creazione di una bad bank. Cerchiamo di capire cosa succede.

Da tempo le due banche venete sono alle prese con ingenti crediti in sofferenza, destinati a generare enormi perdite che ormai nessun azionista indende coprire con nuovi aumenti di capitale.

La crisi conclamata delle due banche inoltre ha spinto i correntisti, specie quelli che rischiano di subire gli effetti del bail-in, a spostare i soldi presso banche più sicure, che si trovano così ad avere crediti nei confronti degli istituti sofferenti, non potendo questi pagare (se no non sarebbero in crisi).

Ora se una banca perde costantemente capitali a favore di altre e la sua crisi si aggrava, a qualcuno vien voglia di invocare il fallimento, che nella forma del bail in colpisce anche obbligazionisti e correntisti. Per le banche creditrici della banca fallita, il fallimento significa subire forti perdite, perchè incasserebbero solo una piccola parte dei loro crediti.

La prima conseguenza è che le banche avrebbero meno soldi da prestare alla clientela, con effetti molto negativi per l'economia. La seconda e peggiore conseguenza è che le banche si rifiuterebbero di lavorare con una banca "sospetta" di un possibile futuro fallimento. In pratica respingerebbero assegni, bonifici e tutte le operazioni compiute dai clienti della banca a rischio e per le quali si creerebbe un credito che potrebbe non essere saldato.

La soluzione della crisi delle banche venete passa quindi dalla vendita delle due banche a Intesa San Paolo, la sola banca disponibile a comprare la rete di vendita, mentre gli ingenti crediti e le relative garanzie resteranno in una bad bank, le cui perdite (le garanzie presumibilmente valgono meno dei crediti concessi) saranno coperte dallo Stato, il solo a poter fornire garanzie all'intero sistema bancario.

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