13 settembre 2017

Fuga dalla moneta sovrana

Nel meraviglioso mondo delle bufale economiche c'è chi fantastica sulla riserva frazionaria, immaginando che possa addirittura salire al 100% (senza chiedersi cosa presterebbero, in tal caso, le banche) e chi pensa che i paesi europei che non usano l'euro siano più fortunati perchè hanno una moneta sovrana.

Ebbene c'è un caso che dimostra che entrambe le idee sono non solo bufale, ma hanno poco senso nel mondo reale, quello che sta al di là della tastiera del computer.

Il caso è quello di Nordea, una banca scandinava nata dall'aggregazione di diverse banche, come successo da noi con Unicredit e Intesa San Paolo.

Nordea è una banca con sede in Svezia che sta per trasferirsi in Finlandia, spaventata dai requisiti patrimoniali richiesti dalla banca centrale svedese. Per affrontare i pericoli connessi allo svolgimento dell'attività bancaria, una strada è quella di chiedere migliori requisiti patrimoniali, cosa che comporta una riduzione dei prestiti rischiosi (e remunerativi) e un aumento del capitale destinato a coprire eventuali perdite.

La banca centrale potrebbe anche affrontare una crisi bancaria in altro modo, ma in una economia relativamente piccola come quella svedese (se paragonata all'area dei paesi che usano l'euro), è più difficile trovare una banca che possa assorbire la banca in crisi ed è più complesso per la banca centrale interviene creano moneta senza influenzare pesantemente anche il cambio, con effetti negativi sui tassi.

La BCE invece ha margini di intervento maggiore perchè l'economia dell'area euro è molto più grande dell'economia svedese e può permettersi di essere meno esigente con le banche dcon sede nei paesi dell'euro.

Di qui la scelta di Nordea che preferisce spostarsi in un paese dell'area euro nonostante non abbia una moneta sovrana. Una scelta che ci dice quanto siano folli certe tesi: se si imponesse una riserva frazionaria senza senso le banche si sposterebbero dove la riserva non c'è, incuranti della sovranità monetaria che impone più vincoli delle libertà che offre.

31 agosto 2017

I finlandesi che non amano Trump

Il Varma mutual pension insurance che gestisce 45 miliardi di euro di contributi pensionistici finlandesi ha deciso di vendere azioni e titoli di stato statunitensi attualmente posseduti.

La ragione ufficiale è che Trump appare come un presidente estraneo alla tradizione democratica del paese, al punto da considerare gli USA un paese senza un presidente.

Ci sono dei buoni motivi economici per diffidare dell'economia americana e del suo presidente?

La risposta è sì, Trump potrebbe fare alcune scelte pessime per gli investitori.

Le tensioni con la Corea del Nord non possono rassicurare gli investitori perchè guerra vuol dire spesa pubblica e quindi una forte emissione di titoli di stato da parte di un paese con un debito pubblico già elevato.

Nella stessa direzione va il progetto di Trump di tagliare le imposte: se avvenisse, sarebbe certo un aumento del deficit e quindi del debito pubblico.

C'è poi l'idea di Trump di proteggere con dazi le merci americane, idea contro la quale si sono pronunciati nei giorni scorsi Mario Draghi e la numero uno della FED Yanet Yellen.

Tra qualche mese - e veniamo al quarto punto - Trump deve decidere se confermare proprio la Yellen alla FED. Potrebbe predìferirgli un economista gradito, che sostenga le idee dell'amministrazione in tema di protezionismo e imposte, e non reagisca alzando i tassi in caso di deficit e debito eccessivi.

E qui la mente va agli anni '80, quando Reagan scelse un forte taglio alle imposte che fece impennare il debito pubblico, suscitando la reazione della FED guidata da Paul Volcker, che alzò i tassi costringendo l'amministrazione Reagan a cercare di ridurre il deficit.

Un capo della FED amico di Trump potrebbe invece spingere la banca centrale a tenere i tassi bassi per non aumentare la spesa pubblica per interessi.

 Ne conseguirebbe un calo del valore del dollaro rispetto alle altre monete, e questo, insieme alla prospettiva di una economia americana indebolita da guerra e protezionismo, spiega perchè i finlandesi preferiscono stare alla larga da bond e azioni "made in USA".

17 agosto 2017

Fiat China Auto ?

Le voci di un possibile acquisto di gran parte di FCA da parte di un gruppo automobilistico cinese, ha fatto balzare il titolo di quasi il 10% in una sola seduta.

Exor, società in mano alla famiglia Agnelli, è proprietaria di poco meno del 30% delle azioni e controlla oltre il 40% dei diritti di voto di FCA. Perchè dovrebbe vendere?

Sappiamo tre cose su FCA e il mercato dell'auto: che da tempo Marchionne sta cercando un accordo con un grande produttore allo scopo di garantire un futuro sereno a FCA. Lui vorrebbe fondersi con General Motors che però non prende in considerazione le proposte del gruppo italo-americano. Sappiamo poi che Marchionne lascerà tra poco più di un anno e che il futuro dell'auto deve fare i conti con molte incognite, come i nuovi produttori cinesi e il futuro senza gli inquinanti motori a benzina e diesel.

Le novità tecnologiche potrebbero quindi creare molte difficoltà a FCA o richiederebbero in ogni caso enormi investimenti che potrebbe affrontare meglio un gruppo di grandi dimensioni. Di qui la necessità di trovare accordi con altri produttori ma anche l'incentivo a vendere.

Meglio incassare una rilevante somma oggi che incerti guadagni in futuro: potrebbe essere questo il ragionamento di John Elkann che presiede Exor, società che si è molto indebitata per comprare Partner RE, gigante delle assicurazioni. Vendere una parte rilevante significherebbe ridurre i debiti, ma anche abbandonare per sempre quell'auto da sempre associata agli eredi del fondatore della dinastia Agnelli. I cinesi da parte loro sono incentivati a spendere molti soldi per avere marchi famosi e un know-how che non possiedono.

Tuttavia esistono anche diverse buone ragioni per non vendere. Per mantenere inalterato il prestigio e il potere, ma anche perchè FCA ha capacità, conoscenze, una importante rete di vendita nel paese con l'economia più grande del mondo: tutti fattori che rendono attraente FCA in vista di possibili operazioni con altre case automobilitistiche.

Infine, l'eventuale vendita di FCA dovrebbe avere il beneplacito di Trump che presumibilmente sarebbe contrario, preferendo piuttosto una fusione tra FCA e GM. Le voci su una vendita potrebbero perciò servire a spingere Trump a fare pressione su GM perchè prenda in considerazione le proposte di Marchionne.

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24 giugno 2017

Intesa San Paolo e le banche venete

La notizia della settimana, in campo bancario, è la possibile acquisizione di Veneto Banca e della Banca Popolare di Vicenza da parte della maggiore banca italiana e la contemporanea creazione di una bad bank. Cerchiamo di capire cosa succede.

Da tempo le due banche venete sono alle prese con ingenti crediti in sofferenza, destinati a generare enormi perdite che ormai nessun azionista indende coprire con nuovi aumenti di capitale.

La crisi conclamata delle due banche inoltre ha spinto i correntisti, specie quelli che rischiano di subire gli effetti del bail-in, a spostare i soldi presso banche più sicure, che si trovano così ad avere crediti nei confronti degli istituti sofferenti, non potendo questi pagare (se no non sarebbero in crisi).

Ora se una banca perde costantemente capitali a favore di altre e la sua crisi si aggrava, a qualcuno vien voglia di invocare il fallimento, che nella forma del bail in colpisce anche obbligazionisti e correntisti. Per le banche creditrici della banca fallita, il fallimento significa subire forti perdite, perchè incasserebbero solo una piccola parte dei loro crediti.

La prima conseguenza è che le banche avrebbero meno soldi da prestare alla clientela, con effetti molto negativi per l'economia. La seconda e peggiore conseguenza è che le banche si rifiuterebbero di lavorare con una banca "sospetta" di un possibile futuro fallimento. In pratica respingerebbero assegni, bonifici e tutte le operazioni compiute dai clienti della banca a rischio e per le quali si creerebbe un credito che potrebbe non essere saldato.

La soluzione della crisi delle banche venete passa quindi dalla vendita delle due banche a Intesa San Paolo, la sola banca disponibile a comprare la rete di vendita, mentre gli ingenti crediti e le relative garanzie resteranno in una bad bank, le cui perdite (le garanzie presumibilmente valgono meno dei crediti concessi) saranno coperte dallo Stato, il solo a poter fornire garanzie all'intero sistema bancario.

13 giugno 2017

Il credito di Amazon

Amazon è una delle grandi imprese americane dell'era internet. Nata per vendere online libri, oggi vende di tutto e si espande nei settori iù diversi.

Una delle ultime iniziativa, come riporta Business Insider, è di tipo finanziario: Amazon vuole finanziare le aziende partner (fornitori e aziende che vendono tramite la piattaforma di Amazon) che possono trovare difficile accedere al credito bancario.

Si tratta di credito a breve termine (non si finanziano gli impianti ma solo le spese correnti per pagare fornitori, lavoratori, imposte) con addebito periodico direttamente sul conto presso Amazon e interessi compresi tra il 6 e il 17%. Inoltre è previsto che se un'impresa non paga, Amazon può venderne le merci presenti presso i propri magazzini e trattenere gli importi incassati.

Perchè Amazon fa tutto questo?

La ragione principale è che Amazon ha un vantaggio rispetto a una banca: conosce bene le aziende con cui lavora. Le conosce meglio di una banca. Sa se una impresa a corto di credito bancario è meno efficiente, ovvero se un'impresa con credito insufficiente è costretta a produrre e vendere meno di quel che potrebbe.

Il finanziamento fa l'interesse di Amazon come acquirente e venditore di prodotti delle aziende finanziate.

Le aziende finanziate da Amazon poi potrebbero trasformarsi in partner migliori, concedendo esclusive a Amazon, rinunciando a canali alternativi di vendita, praticando prezzi migliori a Amazon, controllando maggiormente la qualità dei prodotti destinati a essere venduti dalla piattaforma online americana. Un altro vantaggio per l'azienda di Jeff Bezos ma anche una fonte di potenziali conflitti di interesse.

Infine c'è un ulteriore vantaggio per il colosso americano: col finanziamento delle aziende partner, Amazon incrementerà i propri utili, investendo in maniera assai redditizia i notevoli utili.

07 giugno 2017

Le multe in conto

Tra qualche settimana chi prende una multa e non la paga, si troverà la multa addebitata sul conto corrente, ovvero il fisco preleverà direttamente i soldi dal conto corrente.

Secondo quanto ha chiarito Equitalia, si tratta solo di un "pignoramento presso terzi", previsto da norme del passato, da eseguirsi "solo dopo che il contribuente non ha dato seguito agli atti che gli sono stati notificati (cartella di pagamento, solleciti di pagamento, avvisi di intimazione), né provvedendo al loro pagamento, neanche in forma rateale, né contestandone il contenuto".

Ovvero ti chiedono ripetutamente di pagare, non lo fai e allora passano al pignoramento del conto corrente (se ce l'hai... ve lo ricordate Letta? non aveva un conto corrente).

Ora pensate al contribuente normale che paga quel che deve e vorrebbe farlo con meno fastidi. Deve per esempio pagare la TARI, la tassa sull'immondizia. Riceve una lettera dal comune, con il modello F24 precompilato. Poi deve portarlo in banca o compilarlo online e pagare.

Ci sono tre passaggi: dal comune al contribuente e da questo alla banca che poi versa i soldi al comune.

Si potrebbe fare molto più velocemente: si potrebbe chiedere al comune di abbebitarlo direttamente sul conto, con il solo obbligo della banca di mandare (per posta o per email) una ricevuta, utile anche per controllare eventuali errori.

Il legislatore è riuscito a creare un fisco che funziona al contrario: l'addebito diretto in conto invece di essere la norma, cosa che semplificherebbe la vita a molti cittadini, è l'eccezione prevista per chi non fa il suo dovere.

08 maggio 2017

Alitalia

Cerchiamo di fare il punto sulla situazione di Alitalia. Quello che si sa è che la società ha perso molti soldi, che i soci hanno deciso di gettare la spugna, che la compagnia aerea è stata commissariata e che i commissari vogliono provare a vendere tutta Alitalia.

Chi se la comprerà dovrà cercare di mettere in piedi un'Alitalia che funzioni e questo pone due grandi problemi.

Il primo è relativo a costi e personale. Quando una società subisce forti perdite la prima cosa da fare è tagliare i costi. E' una scelta poco piacevole perchè significa licenziare personale, tagliare stipendi e far subire la stessa sorte ai dipendenti delle società fornitrici, ma è necessaria perché è il modo più semplice e veloce per ridurre le perdite.

Per far salire i ricavi invece servono decisioni azzeccate e di solito serve tempo. Quindi per ridurre il “rosso” la strada dei tagli dei costi è obbligata. Non è tuttavia facile e non è stato facile in passato: la politica preme per difendere gli interessi dei dipendenti Alitalia e per mantenere in vita alcuni aeroporti e i relativi voli, anche se questi comportano forti perdite per chi li effettua.

Il secondo problema è quello dell'hub. Molte compagnie aeree compensano le perdite registrate dai voli interni con i guadagni dei voli intercontinentali. Hanno bisogno di riempire gli aerei in partenza per altri continenti e lo fanno con collegamenti col proprio aeroporto principale. Per capirci: da Nizza un francese vola a Parigi e qui si imbarca per Pechino. Il volo Nizza-Parigi si riempe di passeggeri, ovvero in parte di persone che resteranno a Parigi e in parte di persone che poi andranno altrove.

Ora mentre paesi come Francia, Gran Bretagna, Germania, Olanda hanno un solo grande aeroporto che -per così dire- raccoglie e poi distribuisce i passeggeri verso molte destinazioni, consentendo alle compagnie di bandiera di riempire gli aerei e guadagnare con i voli sulle lunghe distanze, in Italia un aeroporto simile non c'è o, meglio, ce ne sono due.

Uno è Malpensa, grande aeroporto del nord, la parte più ricca del paese e quindi più interessante per una compagnia aerea. Malpensa tuttavia ha vari difetti: è troppo vicino a molte importanti città del nord perchè ci sia un volo per Malpensa, ed è troppo periferico rispetto a Milano perchè gli abitanti del nord lo considerino il loro aeroporto di riferimento.

L'altro è Roma Fiumicino, a cui si arriva in volo da tutta Italia o quasi.

Mettiamoci nei panni di un abitante di Torino (o di altre importanti e ricche città del nord) che debba andare a New York. Ha tre possibilità.

La prima è prendere un volo per Fiumicino e imbarcarsi per New York con un volo Alitalia; la seconda è volare a Parigi, a Francoforte, Amsterdam o Londra e quindi prendere la coincidenza per NY con un volo non Alitalia; la terza è andare a Malpensa in auto o bus e imbarcarsi per NY con un volo Alitalia.

Sappiamo che Alitalia ha una pessima fama quanto a efficienza e puntualità e siamo certi che poche persone vogliono rischiare di perdere un volo per colpa di un contrattempo in autostrada o per un treno che ritarda.

Tutto ciò suggerisce che i potenziali clienti di Alitalia possono preferire la secnda delle tre soluzioni (andare dalla propria città in una capitale europea per imbarcarsi su un volo intercontinentale), e che non cambieranno idea facilmente, perchè Malpensa non può risolvere i tempi brevi i problemi di collegamento con le principali città del nord Italia e Fiumicino è attraente come aeroporto internazionale, solo per i clienti del centro e sud Italia.
Se le difficoltà di Alitalia sono tante e i problemi di difficile soluzioni, che futuro potrebbe avere? Io penso che potrebbe essere acquistata da una compagnia più grande, che dopo averla ristrutturata con effetti negativi pesanti per personale, imprese fornitrici e aeroporti italiani, la userebbe per portare i clienti italiani verso il proprio aeroporto principale, e per organizzare voli low cost in Europa, provando a fare concorrenza ai vari Ryanair, Vueling, ecc.

14 aprile 2017

Milan

Berlusconi ha venduto il Milan, 31 anni dopo averlo rilevato dal tribunale fallimentare di Milano. Ma chi lo compra?

La decisione di vendere stata presa molto tempo fa. Una banca ha cercato un potenziale compratore e ha faticato non poco a trovare qualcuno interessato al Milan perchè da anni chiude i bilanci con forti perdite (70-90 milioni l'anno, che i figli di Berlusconi preferiscono incassare e non spendere per coprire le perdite di una squadra di calcio, per quanto prestigiosa).

Anche se una società che perde soldi non attira compratori, in un primo momento si sono presentati in due, un tailandese e un cinese, pare entrambi mediatori, che si dicevano pronti a trovare i futuri proprietari del club. Il tailandese è poi sparito, mentre il cinese Li mette insieme alcuni potenziali investitori, creando una società, la Sino Europe Sport, che poche settimane fa si defila, lasciando solo Li.

Li rischia di perdere l'enorme caparra versata a Fininvest ma i soldi per comprare il Milan: 300 milioni prestati a un interesse del 11% da un fondo speculativo americano Elliot (famoso per non aver accettato un accordo sul debito argentino, costringendo il governo del paese sudamericano a restituire per intero la somma dovuta) che si prenderà il Milan tra 18 mesi se il prestito non verrà restituito.

Insomma, nessuno finora ha davvero cercato di comprare il Milan, Li pare un intermediario che compra per poi rivendere la società, proprio come ha fatto Thohir con l'Inter, ma deve fare i conti con lo scarso interesse per una società che richiede altri soldi (per coprire le perdite che aumenteranno se si cercherà di rafforzare la squadra con nuovi giocatori e per restituire il prestito a Elliott.

Cosa succederà nei prossimi mesi?

Possiamo pensare a alcune ipotesi.
La prima è che Li trova investitori e quindi capitali, magari anche quotando in borsa il Milan.
La seconda è il fondo Elliot che diventa proprietario del Milan e lo cede dopo aver messo a posto i conti o averli fatti sistemare dall'attuale dirigenza, con forti tagli alle spese e quindi con cessioni di giocatori.
La terza è il ritorno della famiglia Berlusconi, che per qualcuno sarebbe il vero proprietario di almeno una parte dei soldi versati da Li. Soldi -secondo questa ipotesi- detenuti in conti esteri e fatti rientrare con uno stratagemma. A Li e ai nuovi manager spetterebbe il compito di rimettere in sesto i conti del Milan, imponendo sacrifici che contrastano con l'immagine di Berlusconi generoso mecenate del calcio.

La partita forse è appena cominciata.


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