07 febbraio 2018

Bitcoin

Il Bitcoin è una moneta?

I manuali di economia dicono che la moneta svolge tre funzioni: è misura del valore, riserva di valore e strumento di pagamento.

Visti i forti aumenti e le repentine diminuzioni del valore del Bitcoin rispetto a dollaro appare difficile pensare che la criptovaluta svolga in modo efficiente il compito di misura del valore e di riserva di valore. Entrambe le funzioni richiedono stabilità nel tempo del valore di una moneta, caratteristica che non appartiene al Bitcoin, capace di perdere il 15% del valore rispetto al dollaro in un solo giorno.

Resta la funzione di strumento di pagamento, che il Bitcoin svolge in misura assai limitata a favore, a quanto pare, di imprese e individui che violano leggi. Per questo motivo le criptovalute sono finite nel mirino di autorità monetarie, governi e organismi internazionali.

Con il probabile effetto di dissuadere gli speculatori, facendo crollare il valore del Bitcoin. Una crescita rapidissima del valore e il crollo successivo si possono spiegare con il tentativo di molti di guadagnare correndo a comprare ciò che acquista valore e vendendolo appena diminuisce, sulla base di una scommessa su possibili aumenti o diminuzioni e non sulla base di dati reali su domanda e offerta della criptovaluta.

02 febbraio 2018

Il vincolo del 3%

Siamo in campagna elettorale e piovono le promesse di tagli di imposte, tasse e chi più ne ha più ne metta.

Il leader della Lega Matteo Salvini contesta il vincolo del deficit al 3% del PIL e anche altri leader mettono in discussione tale limite, lasciando capire che andrebbe modificato in sede europea o che è giusto fare un deficit più elevato per il bene degli italiani.

Il significato intuitivo del vincolo del 3% è quello di un limite alla crescita del debito pubblico che attualmente supera il 130% del PIL.
E ' un limite necessario perché in un paese fortemente indebitato come l'Italia è più facile che i potenziali sottoscrittori di titoli di stato abbiano dubbi sulla sostenibilità del debito, e possano rinunciare all'acquisto di titoli o possano chiedere tassi più alti per assumersi il rischio di acquistare titoli di un paese con conti pubblici pessimi.

Se ciò avvenisse, se cioè aumentasse il tasso richiesto per sottoscrivere i titoli, gli effetti sui conti pubblici sarebbero disastrosi: un aumento dell'1% del tasso provocherebbe maggiore una spesa di circa 1,3% del PIL, ovvero più di 20 miliardi, pari a 1/6 dei soldi che si spendono nella sanità pubblica oppure pari ai risparmi determinati dalla contestata Legge Fornero.

Perciò è meglio essere prudenti. In gioco non c'è una lite con i burocrati di Bruxelles ma il rischio concreto che il debito pubblico costi tanto al contribuente italiano. In passato altri governi hanno scherzato col fuoco e ci siamo ritrovati una marea di imposte per riequilibrare i conti pubblici sotto controllo, oltre a una recessione assai dolorosa.

23 gennaio 2018

Che fine ha fatto il signoraggio?

Ve lo ricordate il signoraggio, argomento che qualche anno fa riempiva una infinità di forum grazie a alcuni buffi personaggi che diffondevano le loro idee e insultavano chiunque osasse metterle in dubbio?

Se date un'occhiata a signoraggio.com, il sito più ortodosso sull'argomento, scoprirete che l'ultimo aggiornamento risale al 2016. Appare la scritta 2005-2016. Nessun aggiornamento almeno negli ultimi 12 mesi. Il forum è praticamente morto, salvo una discussione (si fa per dire) sul Bitcoin.

D'altronde se anche i 5 Stelle hanno deciso (senza consultare la base) di rinunciare al referendum sull'euro.... Vuol proprio dire che l'argomento moneta interessa poco, soprattutto chi ne sa poco e magari teme la fregatura.

17 dicembre 2017

Maria Elena Boschi

La vicenda politica che ha tenuto banco negli ultimi giorni riguarda la ministra (e fedelissima di Renzi) Maria Elena Boschi. Colpevole di...già di cosa è colpevole Maria Elena Boschi? Di aver tentato di salvare Banca Etruria? Oppure suo padre che era nel consiglio di amministrazione?

Banca Etruria come tante banche s'è trovata a gestire una gran quantità di crediti inesigbili, frutto in parte della crisi, che ha fatto fallire le imprese e spinto le banche in taluni casi a prestare soldi a chi era di fatto insolvente nella speranza che riuscisse a uscire dalle difficoltà, e in parte di una gestione non sempre prudente, che spiega prestiti azzardati poi diventati perdite.

Ora, chi ha sbagliato a dar credito è giusto che paghi perdendo il lavoro, subendo multe, inchieste penali, provvedimenti delle autorità di vigilanza, ecc. Naturalmente dopo aver raccolto le prove di errori gravi o comportamenti illeciti commessi da Tizio, Caio o Sempronio.

Ma, detto questo, resta anzi restava prima del fallimento di Etruria la domanda: che fare di una banca che ha prestato soldi, ha accumulato perdite ingenti che nessuno voleva coprire con un aumento di capitale perchè avrebbe significato pagare molto per una banca che valeva poco?

In passato le banche in crisi sono state spesso assorbite da banche più grandi senza eccessivi scandali. Quanti sanno che due grandi banche storiche del sud (il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia) sono state assorbite da gruppi che oggi si chiamano Intesa San Paolo e Unicredit perchè erano messe come se non peggio di Banca Etruria? Chi saprebbe indicare il nome di un politico travolto da qualche scandalo legato alle crisi di quelle banche?

La cessione di una banca in crisi salva posti di lavoro, evitano problemi ai correntisti e ai clienti, soprattutto le imprese che hanno bisogno quotidianamente dei servizi e dei prestiti della banca. Magari si riescono pure a salvare gli azionisti, limitandone le perdite.

Dunque cosa avrebbe fatto di male Maria Elena Boschi se avesse chiesto a Ghizzoni di Unicredit di acquisire Banca Etruria? Se fosse successo o se Etruria fosse stata comprata da un'altra banca abbastanza grande, i possessori di  obbligazionisti di Banca Etruria non avrebbero subito fortissime perdite. Possiamo rimproverare la Boschi di aver provato a salvare la banca, ammesso che l'abbia fatto?

Un eventuale salvataggio può non piacere a chi immagina guai per i nemici e scenari positivi per gli amici, come se si potesse far fallire una banca salvando correntisti, obbligazionisti e gettando nel fango i dirigenti scomodi.

Nella realtà questo non si può fare, non si può scindere la sorte di qualcuno da quella di altri. O si salva la banca o si subiscono le conseguenze del crack. 

Qualcuno potrebbe dire che la colpa del ministro Boschi è di essersi interessata alle sorti di Banca Etruria.  Non l'avrebbe dovuto fare, magari in virtù del fatto che il padre aveva avuto un ruolo in quella banca.

Bene, ma qual è l'alternativa? Forse una politica che di fronte alle crisi si gira dall'altra parte per paura delle critiche?

Chi invoca oggi le dimissioni della Boschi cosa farà un domani al governo? Sorriderà di fronte a risparmiatori traditi o a lavoratori licenziati pensando di aver salvato se stesso dalle critiche?

10 dicembre 2017

I conti mentali

Avete mai comprato o conoscete qualcuno che abbia comprato uno smartphone o un frigorifero a rate pur disponendo sul conto corrente di una somma maggiore di quella necessaria all'acquisto?

Di solito gli economisti pensano che sia un errore ricorrre a un prestito se si dispone di una somma sufficiente a acquistare qualcosa perchè al prezzo del bene si aggiungono altri oneri (interessi, costi per una pratica di finanziamento), evitabili pagando al momento dell'acquisto anzichè a rate.

Eppure una spiegazione c'è, ed è stata scoperta da alcuni economisti che hanno lavorato insieme agli psicologi. Si tratta dei conti mentali.

Un tempo era abitudine in molte famiglie suddividere lo stipendio, ricevuto in contanti, in alcune parti che inserivano in diverse buste (o altri contenitori). C'era la busta con la somma per pagare l'affitto, quella per comprare generi alimentari, quella per le bollette e così via.

Era un modo semplice per tenere sotto controllo le spese, evitando di trovarsi senza soldi per l'affitto o per pagare la luce.

Da un altro punto di vista si conoscono le debolezze umane, si sa che molte persone quando hanno le tasche piene di soldi cedono al desiderio di spenderli, acquistano il superfluo e dimenticano il necessario. Invece infilando i soldi in una busta si frenano le tentazioni e si ricorda la spesa necessaria, indicata sulla busta.

Un economista storcerebbe il naso, ma gli individui sono molto meno razionali di quel che si pensa e il metodo delle buste era molto diffuso. Cosa succede in epoca di conti correnti, carte di credito e denato dematerializzato?

Tutto funziona come un tempo. Non si usano le buste (per questo i conti sono mentali) ma si pongono limiti alle spese divise per categoria, anche se il rischio di commettere errori o illudersi son maggiori, come sa bene chi usa le carte di pagamento o di credito. Per questo motivo si ricorre ai prestiti anche se costano e se si dispone della somma necessaria per l'acquisto.

Immaginate che una famiglia abbia 5 mila euro sul conto corrente e che ritenga necessario tenere questa somma sul conto per varie ragioni (per esempio per affrontare spese impreviste o per pagare spese già programmate). Perchè ricorre al credito per l'acquisto di un computer del costo di qualche centinaio di euro?

L'economista direbbe: preleva i soldi dal tuo conto e poi risparmia finchè il saldo del conto torna a 5.000 euro. Invece le persone ragionano come se i 5.000 euro di risparmi appartenessero a un conto corrente diverso da quello su usato normalmente e si potesse usare soltanto in talune circostante. Per cui si preferisce pagare a rate e non usare i 5000 euro. Per la durata del prestito il bilancio famigliare ha una spesa in più, la spesa delle rate, e ciò spinge a spendere di meno per altre voci.

Ci si obbliga in altri termini a risparmiare. Non si pensa: "per i prossimi mesi rinuncio a...e recupero la somma spesa" perchè si sa in questo modo è più facile che il risultato non sia raggiunto. Le tentazioni sono tante e sappiamo di non riuscire sempre a sconfiggerle. Potremmo rinviare i risparmi o non riuscire a realizzarli.

Invece si continua a fare la vita di sempre, con una spesa in più, la rata da pagare, e la consapevolezza che alla fine del mese devono tornare i conti.

I conti mentali spiegano quindi comportamenti all'apparenza irrazionali. Di fronte al rischio di non riuscire a raggiungere gli obiettivi desiderati ci si costringe a farlo, e si paga pure per farlo perchè come sa bene chi fa i conti, alla fine pagare a rate costa di più.

19 novembre 2017

Carige, rispunta Fiorani

L'aumento di capitale della Cassa di Risparmio di Genova (Carige) sta creando un pò di apprensione nel mondo bancario italiano, dove spunta una vecchia conoscenza delle cronache economiche e giudiziarie: Giampiero Fiorani, un tempo amministratore della Popolare di Lodi.

Ma andiamo per ordine. Dopo 10 anni di crisi Carige ha bisogno di un nuovo aumento di capitale, colpa dei soliti non performing loans (npl), prestiti che comportano forti perdite per la banca. I principali azionisti son la famiglia Malacalza che possiede oltre il 17% del capitale, Volpi che ha più del 6%, Spinelli e la coop Liguria accreditati di un 1-2% a testa.

Chi sono costoro? I Malacalza sono imprenditori liguri che hanno deciso di investire in Carige. Negli ultimi 2-3 hanno comprato molte azioni spendendo oltre 200 milioni, gran parte dei quali provenienti dalla vendita di quasi il 7% di Pirelli. Volpi è un imprenditore molto ricco (il patrimonio supera i 3 miliardi) e discusso che ha scelto come braccio destro Fiorani, l'ex amministratore della Banca Popolare di Lodi,  protagonista di scalate bancarie finchè è stato fermato dalla magistratura (e dal carcere). Infine Spinelli -famoso per essere stato il proprietario del Genoa calcio- opera nella logistica e nei trasporti.

Malacalza, Spinelli, Volpi e gli altri azionisti che speravano di conquistare il controllo di Carige attraverso l'investimento di somme accettabili si sono trovati a fare i conti con un nuovo aumento di capitale, necessario e imposto dalla BCE allo scopo di ridurre drasticamente i npl e garantire un futuro meno incerto alla banca.

Speravano in un investimento redditizio e si son trovati a gestire una perdita certa. Così le banche (Deutsche Bank, Credit Suisse e Barclays) chiamate - come succede in questi casi - a garantire il successo dell'aumento di capitale creando un consorzio che garantisce l'acquisto delle azioni inoptate cioè non acquistate, hanno posto condizioni precise alla banca e agli azionisti.


Alla banca è stata imposta una iperdiluizione del capitale: per ogni azione posseduta, la banca emette 60 nuove azioni. Scelta che rappresenta un monito per gli azionisti: se non sottoscrivete l'aumento di capitale, la vostra quota perderà quasi tutto il suo valore.

Agli azionisti più importanti è stato invece chiesto di non diminuire ma anzi aumentare la propria quota nella banca. Solo venerdì Malacalza e soci hanno accettato, dopo che il consorzio di banche a garanzia dell'aumento ha minacciato di ritirarsi. Il loro impegno è in ogni caso subordinato alle autorizzazioni delle autorità di vigilanza che potrebbero avere qualcosa da ridire a Volpi e al suo braccio destro Fiorani.

Insomma Carige appare messa davvero male, una specie di MPS che tuttavia ottiene ancora la fiducia di qualche azionista speranzoso almeno di portarsi a casa i soldi investiti. Sempre che la presenza di personaggi poco raccomandabili non complichi un aumento di capitale non scontato.


30 ottobre 2017

IVA: aumento scampato?

Anche quest'anno la preparazione del bilancio dello Stato per il 2018 crea qualche preoccupazione per l'IVA. Il governo annuncia che non aumenterà, ma i giornali spiegano che l'aumento è solo rinviato al 2019.

Cosa succede veramente?

In realtà è tutto abbastanza semplice. Proviamo a spiegarlo.

Qualche anno fa di fronte a conti pubblici traballanti, un governo (se non sbaglio il governo Berlusconi con Tremonti ministro dell'economia) rassicurò i partner europei introducendo le cosiddette clausole di salvaguardia. Lo Stato si impegna di fatto a alzare alcune aliquote (relative all'IVA ma anche alle accise sui carburanti) nel caso di necessità. E' un pò come se lo Stato dicesse: se i conti non tornano, mi impegno a far pagare più soldi ai cittadini italiani.

In realtà però lo Stato non scrive una norma del tipo "se succede che ...allora..." ma stabilisce che a partire da una certa data le aliquote aumenteranno. Poi controlla i conti e se sono a posto, ovvero se il deficit è nei limiti previsti, decide che gli aumenti previsti non ci saranno. E lo fa in modo semplice: cambiando la data del previsto aumento delle aliquote. In questo modo le clausole di salvaguardia restano attive, come l'obbligo di vigilare sui conti pubblici e gli impegni verso l'Europa.

Qualche giornalista alla ricerca dello scoop o male informato può così annunciare che l'IVA aumenterà dal 2019, che la paura di una stangata di imposte è solo rinviata. Un allarme insensato: se si tengono sotto controllo le spese e l'economia cresce e con essa le entrate fiscali, l'aumento dell'IVA è destinato a restare sulla carta.

21 ottobre 2017

Renzi contro Visco

Ho ricevuto diversi messaggi di amici che mi chiedevano un parere a proposito della mozione del PD contro il governatore della Banca d'Italia Visco.

E' evidente che la questione è politica: il governo è stato attaccato ripetutamente sulla vicenda Banca Etruria, forse perch+ ha sottovalutato gli effetti mediatici delle possibili proteste strumentalizzate dal partito di Grillo, e in vista della prossima campagna elettorale Renzi vuol convincere gli elettori che le responsabilità sono altrove.

Detto questo cerchiamo di ragionare sulla vicenda. Banca Etruria e altre banche hanno prestato miliardi di euro a clienti che non li hanno restituiti nei tempi previsti, trovandosi a subire consistenti perdite a causa della necessità di svalutare crediti.

Di fronte all'impossibilità di effettuare aumenti di capitale per ripianare le perdite, governo e Banca d'Italia hanno scelto la strada della liquidazione coatta amministrativa: i crediti "problematici" sono stati ceduti incassando poco più del 30% del loro valore nominale (ovvero della somma che le banche in teoria avrebbero dovuto incassare), le perdite son state coperte con l'azzeramento del valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate, secondo le regole europee. Infine le banche sgravate dai crediti problematici son state vendute.

Si poteva fare diversamente?

Forse sì, ma ci sono alcuni problemi.

Il primo problema è nelle regole: le regole europee impongono il sacrificio delle obbligazioni subordinate.

Il secondo sono i soldi. La banca finita in amministrazione avrebbe potuto gestire da sola i crediti problematici? Si, incassando più del 30%, quindi trovando soldi con cui pagare almeno in parte gli obbligazionisti.

Però la gestione dei crediti problematici richiede tempo, probabilmente anni e comporta alla fine delle perdite che qualcuno deve coprire o almeno garantire.

La scelta esplicita di non usare soldi dei contribuenti ha impedito a Banca Etruria di tenersi i crediti o di cederli a chi avesse comprato Banca Etruria: l'acquirente avrebbe chiesto garanzie, come successo nel caso della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, e anche in molti casi di cessione di banche negli USA tra il 2007 e il 2009.


A questo si aggiunge lo scarso interesse per l'acquisto di Banca Etruria e le altre banche. Questo perchè le banche hanno troppi sportelli e quindi chi vuol vendere i suoi deve accontentarsi di incassare pochi soldi e perchè la crisi di Etruria e della altre banche ha spinto moltissimi correntisti a spostare i propri soldi su altre banche.

Ciò ha reso Etruria e le altre banche meno interessanti per eventuali acquirenti: da tempo stavano perdendo clienti e quindi capacità di produrre profitti.

In questo contesto la Banca d'Italia doveva essere molto prudente. Se avesse lanciato un allarme avrebbe favorito la fuga dei capitali dalle banche, rendendole meno interessanti per eventuali acquirenti.

La soluzione decisa due anni fa di liquidare le banche sacrificando le obbligazioni subordinate perchè rischiose e perchè così volevano le regole, s'è trasformata in un problema politico perchè qualcuno ha sottovalutato la questione proprio come successo con Lehman Brothers. S'è preferito una soluzione immediata rispetto a una che avrebbe richiesto anni, s'è scelto di applicare le regole sottovalutando le proteste -cavalcate dall'opposizione. di chi da un giorno all'altro s'è trovato a perdere i risparmi senza (magari) capire il perchè.

18 ottobre 2017

I debiti che inguaiano Chiara Appendino

Ieri la sindaca di Torino, Chiara Appendino, ha reso noto di aver ricevuto un avviso di garanzia per falso a proposito di un debito della città.

Ho sentito e letto di tutto, soprattutto osservazioni poco sensate - economicamente parlando- ragion per cui è bene fare chiarezza.

La vicenda nasce da un diritto non esercitato: il comune di Torino ha dato a una società (Ream) partecipata dalla Fondazione CRT (una fondazione bancaria nata per gestire il patrimonio della Cassa di Risparmio di Torino poi confluita in Unicredit) il diritto di prelazione su un'area (chiamata ex Westinghouse) che il Comune era intenzionato a vendere. La società Ream ottenendo il diritto ha versato 5 milioni di euro a titolo di anticipo sul prezzo futuro della vendita.

In caso di acquisto avrebbe pagato il prezzo pattuito versando la somma al netto dei 5 milioni già sborsati, ma ha deciso di non esercitare il diritto, e l'area è stata aggiudicata a altri per una somma vicina ai 20 milioni.

A quel punto, il Comune di Torino avrebbe dovuto restituire 5 milioni a Ream, ma ha deciso -visto il legame di Ream con la Fondazione CRT in cui il Comune ha un ruolo importante attraverso i suoi rappresentanti- di rinviare il pagamento, iniziando una trattativa a questo fine con la Fondazione.

Al momento di compilare il bilancio 2017, il direttore finanziario del Comune voleva inserire il debito verso Ream tra i debiti da restituire nel corso del 2017, ma ha subito pressioni -e alla fine è stato spostato- per inserire il debito tra quelli da pagare non nel 2017 ma negli anni successivi. La giustificazione addotta è che -come la Sindaca avrebbe scritto via email- era in corso una trattativa per rinviare il pagamento.

Rinvio che ha un motivo: presentare un bilancio 2017 migliore, con meno esborsi previsti per il 2017.

Fin qui i fatti. C'è chi ha provato a scaricare la responsabilità sulla giunta precedente, colpevole di aver creato il debito, quasi si trattasse d iun dbito dovuto a un eccesso di spesa. Non è ovviamente così: il Comune avrebbe potuto aspettare a incassare i soldi della vendita dell'area (20 milioni circa) ma ha preferito cedere un diritto (presumibilmente concesso pagando) e incassare subito un anticipo di 5 milioni. Non ha fatto un debito per comprare qualcosa o pagare gli stipendi per cui la polemica sul debito non ha proprio senso.

Su cosa si basa la contestazione della Procura? C'è stato un esposto presentato da due consiglieri comunali e dai revisori dei conti del Comune che hanno mostrato alla giunta la loro contrarietà e sostengono che il debito era da inserire nel bilancio come debito da pagare entro 12 mesi.

C'è un questione di interpretazione di principi contabili in cui non mi addentro, ma un'anomalia pare evidente: non ha senso dire -come hanno fatto gli inquisiti- che il debito ha una scadenza oltre i 12 mesi perchè è in corso una trattativa. Il principio della prudente gestione impone di non far finta che si sia già raggiunto un accordo per il rinvio del pagamento. E in mancanza di un accordo certo, la scadenza del debito dev'essere quella originaria.


29 settembre 2017

Ryanair

Tempo fa una persona di idee ultraliberiste mi spiegò che i piloti di Alitalia -veri colpevoli a suo dire della crisi della compagnia aerea- in fin dei conti non erano altro che autisti ben pagati e che il mondo del lavoro ideale era quello libero da vincoli: regole e stipendi avrebbero dovuto derivare dalla libera contrattazione del singolo lavoratore con chi gli offriva il posto.

Sembrava, col senno di poi, il piano industriale di Ryanair che oggi si trova a tagliare un gran numero di voli a causa della fuga dei suoi piloti. Per anni la compagnia irlandese le ha provate tutte pur di conquistare clienti. Per tenere i prezzi Ryanair non solo ha cercato di risparmiare sui costi del personale, tagliando gli stipendi e i benefits oppure adottando i contratti più convenienti, a volte fingendo che i lavoratori risiedessero in paesi che fanno pagare meno imposte e contributi, ma ha anche messo sotto pressione gli aeroporti di mezza Europa, chiedendo contributi pubblici e sconti sulle tasse aeroportuali.

Ebbene il sistema Ryanair pare vacillare perchè i piloti della compagnia irlandese non sono lavoratori qualsiasi e neppure -come sosteneva l'ultraliberista- autisti impegnati a guidare un bus con le ali. Hanno un capitale prezioso, ore e ore di studio teorico e di pratica su aerei e simulatori.

Così in centianaia hanno abbandonato la compagnia irlandese preferendo altre compagnie più generose e abbandonando i metodi sgraditi della dirigenza Ryanair, attenta a usare il proprio potere per comprimere diritti e quindi costi dei lavoratori.

Il mercato non funziona come sperano i liberisti, non genera facilmente un prezzo di equilibrio tra domanda e offerta. I lavoratori di Ryanair che hanno subito le condizioni capestro dell'azienda, l'hanno abbandonata senza rimorsi appena possibile, anzi forse hanno alimentato la fuga, segnalando a altre compagnie i nomi dei loro colleghi migliori.

E Ryanair non è scesa a più miti consigli, almeno per ora. Ha offerto più soldi in cambio della rinuncia alla ferie e ha fatto scelte sospette: scommetto che il taglio dei voli da e per Trapani si può spiegare con i ritardi delle amministrazioni locali nell'erogazione di contributi pubblici. Qualcosa del genere è successo a Reggio Calabria con i voli Alitalia.

Gli aeroporti senza voli e presumibilmente non saranno rimpiazzati, come invece teorizzano gli amanti del libero mercato. I mercati sono imperfetti e si piegano al più forte, al più spregiudicato: lo sanno i piloti Ryanair e adesso pure i clienti della compagnia aerea.

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