09 dicembre 2019

Cafiero de Raho

Il procuratore antimafia Cafiero de Raho si chiede "perché l'imposta non si paga sul reddito conservato anziché sul reddito speso. Questo consentirebbe di controllare tutti i pagamenti" e quindi di combattere il crimine.

La risposta è semplice: lo stato incasserebbe poco o nulla.

Oggi un lavoratore dipendente paga una percentuale variabile del proprio reddito (al netto dei contributi previdenziali). Diciamo un 25%: ogni 100 euro dichiarati gliene restano 75 e di solito in media ne spende oltre il 90%.

Se pagasse sul reddito conservato incasserebbe 100, poi spenderebbe.. già quanto spenderebbe? Qualcuno o forse molti spenderebbero 90. L'imponibile sarebbe pari a 10. Quanto è lecito chiedere di quei 10 euro? Supponiamo il 50%. Quindi lo stato incasserebbe solo 5 euro ogni 100 di reddito. Altri forse pochi invece continuerebbero a spendere 65. Il reddito conservato sarebbe pari a 35. La metà finirebbe in imposte, ovvero 17,5. Sempre meno dei 25 che oggi lo stato incassa.

E' vero che tutto sarebbe dichiarato in una ipotetica economia che funzionasse nel modo suggerito dal Procuratore. Ma alla fine solo il risparmio sarebbe sottoposto a imposta. Con l'effetto di far scendere le entrate e di non avere entrate certe. Nulla vieterebbe agli italiani di spendere tutto il reddito. In questo caso il reddito conservato da sottoporre a imposta sarebbero pari a zero. Niente incasso per lo Stato.

06 dicembre 2019

Spesa al supermercato e voli low cost

Qualche giorno fa ho visto gli ex ministri Tria e Tremonti esprimere giudizi molto negativi sul MES senza spiegarne le ragioni.

A Tremonti piacciono le frasi che colpiscono la fantasia di chi lo ascolta, come una che suona più o meno così: costa meno un biglietto aereo che fare la spesa.

Come si spiegara?

Il prezzo scontatissimo dei biglietti aerei è  prima di tutto quasi sempre ingannevole. Solo una parte dei biglietti è venduta a un pezzo basso e quindi si dovrebbe considerare il prezzo medio e non quello più basso, usato dagli esperti di marketing per attirare clienti.

Bisogna poi considerare i motivi dei prezzi bassi.

Un primo motivo è il marketing: si vende meglio un prodotto/servizio se si attira il cliente con un prezzo basso.

Un secondo motivo è che sovente le compagnie low cost collegano una località solo se ricevono contributi pubblici, diretti ovvero una somma per ogni volo o indiretti come il taglio delle tasse aeroportuali. Ciò può spingere le compagnie a calcolare il prezzo pensando a riempire l'aereo (altrimenti come si giustifica il contributo pubblico?) e a coprire i costi rimanenti.

Un'altra ragione per abbassare i prezzi dipende dal fatto che è meglio incassare poco che lasciare il posto vuoto e non incassare nulla. Un passeggero in più significa un aumento modesto dei costi (per pulizie, carburante, catering) e quindi per poco che la compagnia incassi è probabile che questa somma superi i costi di un passeggero in più.

Infine sappiamo che negli ultimi anni le compagnie aeree low cost hanno anche tagliato i costi, in particolare del personale. Ne sa qualcosa una famosa compagnia low cost irlandese che ha usato tutti i modi possibili per ridurre i costi del personale. Al punto che centinaia di piloti si sono dimessi e sono andati a lavorare altrove non appena ne hanno avuto l'occasione.

Quando invece si parla di prodotti fisici è meno probabile che si assista a un calo rilevante dei prezzi. Quali prodotti sono simili a un viaggio in aereo? Certamente i prodotti deperibili che però sono relativamente pochi e, se restano invenduti, possono essere restituiti o donati, magari con qualche beneficio fiscale, o gettati nell'immondizia senza grandi perdite.

Gli altri prodotti restano sullo scaffale.  Ci sono le vendite "lastminute" di prodotti deperibili, ma non è detto che un consumatore ne approfitti perchè spesso il risparmio è contenuto e l'acquisto di un prodotto che scade il giorno dopo costringe a consumarlo subito.

Il paradosso apparente di Tremonti è quindi facilmente spiegabile. Se la tecnologia spinge le vendite lastminute di viaggi aerei, camere d'albergo, non altrettanto succede con i prodotti del supermercato e quindi può accadere che fare la spesa costi più che comprare un biglietto aereo. Nessuno stupore, se si sa perchè succede.

20 novembre 2019

ILVA

Cosa si può dire sulla vicenda dell'ex ILVA che tiene banco in questi giorni?

Cercando di riassumere una vicenda molto complessa, provo a fare due ipotesi. Nel prossimo post ci saranno invece considerazioni più generali su casi come ILVA.

Prima ipotesi: la vicenda dell'ex ILVA dipende da due nodi irrisolti, gli esuberi e lo scudo penale. L'acquirente di ILVA non vuole avere problemi legati a questioni ambientali ereditate dalla precedente proprietà, dei poco onesti Riva, e quindi chiede al governo di avere uno scudo penale senza il quale sarebbe un suicidio (economico e penale) gestire un'azienda che inquina provocando malattie spesso mortali.

Se si risolvesse questo problema ce ne sarebbe un secondo: gli esuberi. Problema grave in generale e in particolare al sud e a Taranto perchè quell'acciaieria è nata per creare occupazione in una zona d'Italia da cui si emigrava e si emigra ancora oggi per mancanza di opportunità lavorative.

Per risolvere il problema il governo deve, secondo questa ipotesi, rimettere lo scudo penale, superando l'ostilità di chi ha promesso a Taranto di chiudere l'ex ILVA e risolvere il problema dell'inquinamento, e accettare di mandare a casa qualche migliaio di persone, rinnegando lo scambio precedente: l'ex ILVA in cambio di occupazione.

Seconda ipotesi: si vuole chiudere definitivamente l'acciaieria di Taranto e aprire il mercato dell'acciaio italiano. I mercati dei beni prodotti dall'industria è spesso un mercato oligopolistico, cioè ci sono pochi produttori, e si richiedono grandi investimenti. Ciò genera barriere all'entrata: chi vuole entrare nella produzione di tali beni deve investire tanto ma non conviene farlo se il mercato è saturo. E spesso chi già opera su quel mercato abbassa i prezzi in modo da escludere eventuali concorrenti.

Ancelor Mittal potrebbe quindi essersi trovata a nella condizione di chi deve spendere tanto per avere l'acciaieria di Taranto mentre le incertezze giudiziarie e economiche potrebbero aver spinto la clientela a rivolgersi altrove. Così il gruppo franco-indiano si troverebbe a fare una scelta: tagliare i costi e continuare a produrre meno del previsto, oppure chiudere e soddisfare la domanda residua importando dall'estero.

La chiusura risolverebbe in un colpo solo il problema legale e permetterebbe di incrementare la produzione di altri stabilimenti, esteri, del gruppo, con indubbi benefici sui costi. Ma anche sui ricavi: in assenza di un grande produttore con prezzi concorrenziali, chi opera sul mercato dei prodotti siderurgici potrebbe alzare il prezzo e ne beneficerebbe pure Ancelor Mittal, che potrebbe vendere i propri prodotti, italiani o di importazione, a prezzi più alti.

09 novembre 2019

Il (sovranismo del) muro di Berlino

30 anni fa cadeva il muro di Berlino, creato quasi 30 anni prima per impedire che i tedeschi della DDR ovvero della parte della Germania liberata o meglio conquistata dai sovietici potessero passare in uno dei tre settori della città e della Germania sotto il controllo di americani, francesi e inglesi e, di fatto, libera.

La perestroika di Gorbacev aveva da anni segnato la fine dell'economia pianificata. Sparirono poco per volta gli aiuti dell'URSS ai paesi satelliti, e anche il controllo politico e militare di Mosca sui paesi dell'est Europa. La crisi economica e la voglia di libertà per mesi spinsero i tedeschi dell'est a fuggire passando dalla Cecoslovacchia, finchè anche i confini tra le due Germanie vennero aperti e il muro, simbolo della dittatura, venne abbattuto a picconate dalla folla.

La fine del muro segnò anche un importante cambiamento per l'economia del continente. La scelta della Germania unificata di investire ingenti capitali nell'ex DDR, ha voluto dire meno investimenti in altri paesi europei tra cui l'Italia. Il surplus tedesco finanziava le infrastrutture dell'est e non più il debito pubblico e le imprese italiane, con effetti evidenti nei primi anni 90.

In pochi anni siamo passati da una crescita sostenuta, registrata soprattutto nella seconda parte degli anni 80, a una recessione evidente soprattutto nel biennio 1991-92, con conseguente crisi dei conti pubblici, debito alle stelle e la crisi della lira nel 1992.

Ce ne dovremmo ricordare mentre celebriamo i 30 anni dal crollo del muro e di fatto anche dell'impero comunista.

A quel cambiamento i tedeschi reagirono dicendo prima la Germania, come si potrebbe dire oggi. Per una economia debole come quella italiana furono dolori, anni di crisi, di aziende che chiudevano, di manovre pesanti per rimettere in sesto i conti pubblici, di credibilità ai minimi termini sui mercati, di uscita della lira dallo SME con tanto di speculazioni ai nostri danni.


31 ottobre 2019

Fiat - Peugeot

Se Volkswagen investe 9 miliardi per modelli elettrici, FCA (ma anche Peugeot) deve trovare un partner. Si potrebbe sintetizzare così l'accordo che sta prendendo piede tra FCA e Peugeot.

L'auto si trova di fronte a (almeno) due grandi sfide, il mercato globale e l'elettrico.

Che il mercato stia diventando globale lo si è capito ormai da tempo, almeno dai primi anni '90, quando si sono aperti i mercati europei alle auto giapponesi (e viceversa). Per produrre auto con prezzi competitivi, ovvero auto per tutti, servono economie di scala e i giapponesi hanno dimostrato di essere maestri in questo.

Servivano quindi grandi numeri, modelli prodotti in milioni di pezzi, piattaforme comuni per ridurre i costi di progettazione, ingegnerizzazione, ecc. vale a dire tutti i costi che si sostengono ancora prima di vendere un solo veicolo.

Ciò vale a maggior ragione con la sfida elettrica. La necessità di produrre auto elettriche riduce la possibilità di usare pezzi già progettati e testati sui nuovi modelli.

Si deve ricominciare da capo e, come succede con le nuove tecnologie, c'è il rischio che un prodotto fatto male o una tecnologia che non ha successo si trasformino in un costo e quindi in perdite, che possono essere enormi in un settore come quello dell'auto.

Ma c'è anche il rischio che, non adottando una tecnologia, ci si trovi fuori mercato, come successo a Nokia, anni fa leader nella telefonia mobile e oggi marchio quasi sparito perchè non è entrare nel mercato degli smartphone al momento giusto.

Dunque servono grandi numeri e grandi investimenti. FCA e Peugeot non potevano restare sole senza grandi rischi di insuccesso e hanno deciso di unirsi.

Infine c'è la globalizzazione dei mercati di vendita. FCA farà entrare Peugeot nel mercato americano e i francesi faranno entrare gli italiani nel mercato asiatico. Anche in questo caso condividendo le strutture commerciali oltre a quelle produttive, limitando gli investimenti in concessionarie e impianti dove non sono attualmente presenti.

26 ottobre 2019

Perchè il cavalier Brambilla....

Perchè non si investe nonostante la grande liquidità?

Ecco la risposta che dà Mario Deaglio, economista in pensione, sulle pagine de La Stampa. Risposta che rispecchia quanto avrete forse letto su questo blog:


23 ottobre 2019

10 ottobre 2019

C'è del marcio a Berlino

Siamo abituati a pensare alla Germania come alla nazione di produzioni industriali importanti, dalle auto agli elettrodomestici passando per l'industria pesante, ma la Germania è anche un importante "produttore" di servizi finanziari.

E finanza vuol dire spesso segretezza e riciclaggio, come spiega questo articolo di Valori: https://valori.it/riciclaggio-di-denaro-quanto-e-opaco-il-cielo-sopra-berlino/?fbclid=IwAR1DuoUZSFdvubCljHkUM_uNohiwgX_caWQ4ibD0KkNYBusC_YmMYI4VLT8

Regole opache, favorite dal federalismo e magari da qualche interesse rendono difficile la lotta contro il riciclaggio nella più grande economia europea che, come ricorderete ospita anche molti capitali fuggiti dalla Grecia (e dal suo fisco).

Non deve stupire l'opacità, tipica di chi ha nelle proprie banche molti soldi stranieri, e neanche la presenza di questi: chi ha capitali li investe in economie solide, che offrono buoni rendimenti e garanzie legislative. Un male comune a molte economie. Non a caso nella classifica dell'opacità troviamo gli USA, la Svizzera e altri paesi piccoli e grandi che fanno affari sull'impiego di denaro proveniente dall'estero.

05 ottobre 2019

Abbassare il debito?

La finanziaria 2020 sarà probabilmente la finanziaria delle promesse mancate. O forse delle promesse assenti.

Tutti vorrebbero fare, ridurre le imposte, alzare gli investimenti ma nessuno vuol rinunciare a nulla, e quindi alla fine le risorse disponibili saranno poche, pochissime e si farà poco o nulla.

La ragione di tutto ciò si chiama Matteo Salvini, abilissimo da marzo 2018 in poi a sfruttare ogni occasione per farsi propaganda. Se un politico riesce a trasformare in dramma ogni euro tolto a qualcuno o ogni euro in più di imposte, chi sta al governo sarà restio a cambiare, per non dare argomenti all'opposizione abile a farsi propaganda.

Tra le tante critiche poco sensate ce n'è una che dice che il governo non fa nulla per abbassare il debito, ridurre la spesa e aumentare gli investimenti. L'ho sentita dire da un giornalista che dirige un quotidiano economico. Un'affermazione che va capita e spiegata.

Si può abbassare il debito? 

Se per debito intendiamo i 2300 miliardi di debito pubblico la risposta è no, a meno di fare in modo che il deficit pubblico cioè la differenza tra entrate e spese di un anno sia positiva. In quel caso, se -supponiamo- nel 2020 lo stato spende meno di quello che incassa, il surplus servirà a ridurre l'enorme massa di 2300 miliardi di debito.

Altro discorso è parlare di rapporto debito/PIL. In questo caso il rapporto può diminuire se il PIL cresce più velocemente del debito. Cosa possibile ma improbabile visto che ormai da tempo il PIL sta crescendo a ritmi lentissimi, quando cresce.

Per cui attenzione: quando si parla di debito in calo si intende, probabilmente, il rapporto debito/PIL. Altrimenti si sta dicendo qualcosa che non ha molto senso e meriterebbe una spiegazione.

Si può ridurre la spesa e aumentare gli investimenti? 

In questo caso dobbiamo chiederci di chi sono gli investimenti. Se sono investimenti pubblici, facendo parte della spesa pubblica, invocare una minor spesa e maggiori investimenti è abbastanza contraddittorio. Per cui servirebbe spiegare quale spesa si vuol tagliare in misura maggiore dell'incremento dell'investimento pubblico che si ritiene indispensabile.

Se si parla di investimenti privati, resta da capire come stimolarli in un'economia ferma. Gli investimenti privati dipendono in gran parte dall'andamento del PIL. Si investe se si pensa di vendere più di prima, ma in una economia ferma questo non succede tanto facilmente. Se gli investimenti privati invece sono stimolati dallo Stato, è evidente che serve una maggiore spesa pubblica o ci si deve accontentare di incassare meno imposte: in ogni caso i conti pubblici peggiorano.

Di sicuro non esiste un modo per ottenere questi obiettivi senza fare scelte dolorose, che, come detto all'inizio, nessuno pare intenzionato a fare per non dare argomenti a Salvini e scontentare i propri elettori.

03 ottobre 2019

Le scommesse di Borghi

Qualche settimana fa s'è scoperto che Claudio Borghi, una delle "menti" economiche del partito di Salvini ha investito in BTP ottenendo rilevanti guadagni, calcolati dal Sole 24 Ore nel 25% dela somma investita. Un guadagno importante, soprattutto perchè si è trattato di un investimento in titoli di stato, di fatto privo di rischio.

In 14 mesi del governo giallo-verde lo spread è salito e sceso diverse volte, raggiungendo e superando in più occasioni quota 300. Un limite preoccupante ma non troppo, per diverse ragioni.

La prima ragione è che uno Stato molto indebitato non si può permettere di pagare tassi elevati sui titoli di stato. Se una dichiarazione politica lo spinge in alto, si spera che altri si muovano per ottenere il risultato opposto, perchè non conviene a nessuno trovarsi al governo con tassi e quindi spese alte.

La seconda è che oggi, a differenza di qualche anno fa, la BCE interviene per tenere bassi i tassi, condizione indispensabile (ma non sufficiente) per sperare che l'economia migliori.

Quindi era molto probabile che le fiammate dello spread fossero temporanee, vale a dire che lo spread salisse oltre quota 300 per poi scendere verso livelli più ragionevoli.

Ciò rendeva non troppo rischioso l'investimento in titoli di stato. Chi li avesse comprati con uno spread alto, non solo aveva una bassissima probabilità di restare con un pugno di mosche in mano, perchè tale è la probabilità di fallimento dello Stato Italiano, ma aveva anche buone probabilità di rivendere di lì a poche settimane gli stessi titoli ottenendo un guadagno.

I titoli di stato sono infatti quotati. Il loro prezzo varia in funzione di acquisti e vendite. Un aumento dello spread significa che le vendite di titoli (decennali) prevalgono sugli acquisti e quindi che il loro prezzo scende. Il contrario succede quando lo spread scende: il prezzo dei titoli sale.

Se si acquista qualcosa quando il prezzo è basso (e lo spread è alto) e si vende quando il prezzo è salito (e lo spread è sceso) si ottiene un guadagno. Molto più generoso del tasso pagato dal titolo.

Ora Borghi ha fatto proprio questo, comprando i titoli quando lo spread era alto e vendendoli in seguito, quando il governo giallo-rosso è entrato in crisi e lo spread è diminuito rapidamente.

Tutto ciò pone alcune questioni serie.

Può un esponente politico di un importante partito di governo speculare sullo spread che i suoi colleghi (o capi) di partito possono influenzare con dichiarazioni o atti politici?

Che garanzie hanno i cittadini e i risparmiatori che tali dichiarazioni non siano studiate per muovere lo spread e quindi i prezzi dei titoli di stato?

Che serietà ha un politico che si schiera contro l'euro ma al tempo stesso fa scelte di investimento che sono convenienti se le sue idee economiche non si realizzano?

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