10 ottobre 2019

C'è del marcio a Berlino

Siamo abituati a pensare alla Germania come alla nazione di produzioni industriali importanti, dalle auto agli elettrodomestici passando per l'industria pesante, ma la Germania è anche un importante "produttore" di servizi finanziari.

E finanza vuol dire spesso segretezza e riciclaggio, come spiega questo articolo di Valori: https://valori.it/riciclaggio-di-denaro-quanto-e-opaco-il-cielo-sopra-berlino/?fbclid=IwAR1DuoUZSFdvubCljHkUM_uNohiwgX_caWQ4ibD0KkNYBusC_YmMYI4VLT8

Regole opache, favorite dal federalismo e magari da qualche interesse rendono difficile la lotta contro il riciclaggio nella più grande economia europea che, come ricorderete ospita anche molti capitali fuggiti dalla Grecia (e dal suo fisco).

Non deve stupire l'opacità, tipica di chi ha nelle proprie banche molti soldi stranieri, e neanche la presenza di questi: chi ha capitali li investe in economie solide, che offrono buoni rendimenti e garanzie legislative. Un male comune a molte economie. Non a caso nella classifica dell'opacità troviamo gli USA, la Svizzera e altri paesi piccoli e grandi che fanno affari sull'impiego di denaro proveniente dall'estero.

05 ottobre 2019

Abbassare il debito?

La finanziaria 2020 sarà probabilmente la finanziaria delle promesse mancate. O forse delle promesse assenti.

Tutti vorrebbero fare, ridurre le imposte, alzare gli investimenti ma nessuno vuol rinunciare a nulla, e quindi alla fine le risorse disponibili saranno poche, pochissime e si farà poco o nulla.

La ragione di tutto ciò si chiama Matteo Salvini, abilissimo da marzo 2018 in poi a sfruttare ogni occasione per farsi propaganda. Se un politico riesce a trasformare in dramma ogni euro tolto a qualcuno o ogni euro in più di imposte, chi sta al governo sarà restio a cambiare, per non dare argomenti all'opposizione abile a farsi propaganda.

Tra le tante critiche poco sensate ce n'è una che dice che il governo non fa nulla per abbassare il debito, ridurre la spesa e aumentare gli investimenti. L'ho sentita dire da un giornalista che dirige un quotidiano economico. Un'affermazione che va capita e spiegata.

Si può abbassare il debito? 

Se per debito intendiamo i 2300 miliardi di debito pubblico la risposta è no, a meno di fare in modo che il deficit pubblico cioè la differenza tra entrate e spese di un anno sia positiva. In quel caso, se -supponiamo- nel 2020 lo stato spende meno di quello che incassa, il surplus servirà a ridurre l'enorme massa di 2300 miliardi di debito.

Altro discorso è parlare di rapporto debito/PIL. In questo caso il rapporto può diminuire se il PIL cresce più velocemente del debito. Cosa possibile ma improbabile visto che ormai da tempo il PIL sta crescendo a ritmi lentissimi, quando cresce.

Per cui attenzione: quando si parla di debito in calo si intende, probabilmente, il rapporto debito/PIL. Altrimenti si sta dicendo qualcosa che non ha molto senso e meriterebbe una spiegazione.

Si può ridurre la spesa e aumentare gli investimenti? 

In questo caso dobbiamo chiederci di chi sono gli investimenti. Se sono investimenti pubblici, facendo parte della spesa pubblica, invocare una minor spesa e maggiori investimenti è abbastanza contraddittorio. Per cui servirebbe spiegare quale spesa si vuol tagliare in misura maggiore dell'incremento dell'investimento pubblico che si ritiene indispensabile.

Se si parla di investimenti privati, resta da capire come stimolarli in un'economia ferma. Gli investimenti privati dipendono in gran parte dall'andamento del PIL. Si investe se si pensa di vendere più di prima, ma in una economia ferma questo non succede tanto facilmente. Se gli investimenti privati invece sono stimolati dallo Stato, è evidente che serve una maggiore spesa pubblica o ci si deve accontentare di incassare meno imposte: in ogni caso i conti pubblici peggiorano.

Di sicuro non esiste un modo per ottenere questi obiettivi senza fare scelte dolorose, che, come detto all'inizio, nessuno pare intenzionato a fare per non dare argomenti a Salvini e scontentare i propri elettori.

03 ottobre 2019

Le scommesse di Borghi

Qualche settimana fa s'è scoperto che Claudio Borghi, una delle "menti" economiche del partito di Salvini ha investito in BTP ottenendo rilevanti guadagni, calcolati dal Sole 24 Ore nel 25% dela somma investita. Un guadagno importante, soprattutto perchè si è trattato di un investimento in titoli di stato, di fatto privo di rischio.

In 14 mesi del governo giallo-verde lo spread è salito e sceso diverse volte, raggiungendo e superando in più occasioni quota 300. Un limite preoccupante ma non troppo, per diverse ragioni.

La prima ragione è che uno Stato molto indebitato non si può permettere di pagare tassi elevati sui titoli di stato. Se una dichiarazione politica lo spinge in alto, si spera che altri si muovano per ottenere il risultato opposto, perchè non conviene a nessuno trovarsi al governo con tassi e quindi spese alte.

La seconda è che oggi, a differenza di qualche anno fa, la BCE interviene per tenere bassi i tassi, condizione indispensabile (ma non sufficiente) per sperare che l'economia migliori.

Quindi era molto probabile che le fiammate dello spread fossero temporanee, vale a dire che lo spread salisse oltre quota 300 per poi scendere verso livelli più ragionevoli.

Ciò rendeva non troppo rischioso l'investimento in titoli di stato. Chi li avesse comprati con uno spread alto, non solo aveva una bassissima probabilità di restare con un pugno di mosche in mano, perchè tale è la probabilità di fallimento dello Stato Italiano, ma aveva anche buone probabilità di rivendere di lì a poche settimane gli stessi titoli ottenendo un guadagno.

I titoli di stato sono infatti quotati. Il loro prezzo varia in funzione di acquisti e vendite. Un aumento dello spread significa che le vendite di titoli (decennali) prevalgono sugli acquisti e quindi che il loro prezzo scende. Il contrario succede quando lo spread scende: il prezzo dei titoli sale.

Se si acquista qualcosa quando il prezzo è basso (e lo spread è alto) e si vende quando il prezzo è salito (e lo spread è sceso) si ottiene un guadagno. Molto più generoso del tasso pagato dal titolo.

Ora Borghi ha fatto proprio questo, comprando i titoli quando lo spread era alto e vendendoli in seguito, quando il governo giallo-rosso è entrato in crisi e lo spread è diminuito rapidamente.

Tutto ciò pone alcune questioni serie.

Può un esponente politico di un importante partito di governo speculare sullo spread che i suoi colleghi (o capi) di partito possono influenzare con dichiarazioni o atti politici?

Che garanzie hanno i cittadini e i risparmiatori che tali dichiarazioni non siano studiate per muovere lo spread e quindi i prezzi dei titoli di stato?

Che serietà ha un politico che si schiera contro l'euro ma al tempo stesso fa scelte di investimento che sono convenienti se le sue idee economiche non si realizzano?

23 settembre 2019

La svolta verde della Germania

Mentre l'Europa scivola verso la recessione, la Germania, che già si trova in recessione, decide di spendere 100 miliardi nei prossimi anni per dare una svolta verde all'economia.

Non è un semplice rilancio, un modo di uscire dalla recessione, ma una trasformazione che non coinvolgerà soltanto lo stato ma tutto il sistema produttivo tedesco.

La Germania ormai da anni cerca di primeggiare nell'economia. Si spiegano così i guai di Deutsche Bank con i derivati, ma anche le scelte di Volkswagen che produce guadagnando poco (i guadagni del gruppo dipendono da Audi e Porsche) e mette in difficoltà le altre imprese automobilistiche europee, costrette a tenere bassi i prezzi e quindi a sacrificare la redditività.

Ora la Germania punta sul verde, promette 1 milione di colonnine elettriche, venendo in contro alla richiesta dell'industria nazionale, e incentivi per l'acquisto.

Colonnine e incentivi servono non solo a vendere le auto elettriche ma anche a ottenere economie nella produzione. Un modo per diventare leader nel mercato futuro, dove probabilmente la vendita di auto ibride e elettriche crescerà rapidamente.

Insomma la Germania non decide di spendere 100 miliardi per una svolta verde senza motivo o perchè lo dicono gli studenti che protestano contro i cambiamenti climatici. Lo fanno a ragion veduta per diventare leader nelle produzioni del futuro. E se altrove non si capisce, tanto meglio.

04 settembre 2019

Conte, Salvini e lo spread

Sta dunque per nascere il secondo governo Conte, con il PD prende il posto della Lega.

L'effetto più evidente per ora riguarda lo spread, che è un pò l'indicatore della fiducia verso le finanze pubbliche italiane. Se la fiducia c'è, si comprano titoli di stato italiani e lo spread scende. Se non c'è si vendono e lo spread sale.

Prima delle elezioni, verso la fine di febbraio del 2018, lo spread era circa 125. Ha subito un'impennata quando s'è capito che il governo avrebbe visto insieme il Movimento di Grillo e il partito di Salvini.



Col governo Conte lo spread è rimasto stabilmente sopra quota 200 e alcune volte è salito sopra 300, per effetto soprattutto degli attacchi di Salvini all'Europa.

Infatti le trattative per fare un governo senza Salvini hanno spinto lo spread fino al livello di 148 punti di oggi. Un livello mai visto durante il primo governo Conte.

Dunque un buon segnale per l'Italia, aver sostituito una forza anti-europea a una filoeuropea che ha scelto per l'economia un europeista convinto. Perchè ogni anno si rinnovano titoli di stato per oltre 400 miliardi di euro. Se un governo rassicurante per i mercati finanziari vuol dire tassi più bassi, si risparmieranno molti soldi in interessi. 4 miliardi per ogni 1% in meno di tasso pagato a chi sottoscrive i nostri titoli di stato.


02 settembre 2019

Ronaldo e le azioni della Juventus

Poco più di un anno fa la Juventus ha ingaggiato Cristiano Ronaldo. Era il luglio 2018. L'effetto sulle azioni della società è straordinario, come indica il grafico. Negli anni precedenti il valore era salito soltanto in occasione di una finale di Champions League (maggio 2017). CR7 ha portato le azioni della Juventus stabilmente sopra 1 euro, a livelli oggi doppi rispetto ai valori della primavera di un anno fa. 

Un ottimo investimento, Ronaldo, per gli azionisti.


28 agosto 2019

La mia banca è (più) differente...

La mia banca è differente, diceva uno spot delle Banche di Credito Cooperativo. Categoria a cui appartiene anche Banca Etica, che forse è più differente delle altre.

Se volete sapere il perchè, leggete l'intervista alla Presidente: https://ilponte.home.blog/2019/08/28/luca-beccaria-banca-etica-intervista-ad-anna-fasano-neo-presidente/?fbclid=IwAR0jV0lx5lO9--68fR6gEST0yCkvAv6wQpRPG2pIDPwYXdOGCisgw2jLwFQ

08 agosto 2019

I probabili effetti della flat tax

Il PIL fermo e probabilmente in calo nei prossimi mesi spinge Matteo Salvini a chiedere con inisistenza la flat tax, uno dei cavalli di battaglia della Lega (e delle destre).

Dire flat tax vuol dire promettere agli italiani un taglio delle imposte e quindi una busta paga con più soldi. Con quali effetti?

La prima questione è che la flat tax minaccia i conti pubblici. Diminuire le imposte vuol dire far crescere la spesa privata perchè i cittadini si trovano più soldi in tasca, e quindi le entrate fiscali, che però non sono sufficienti a compensare il calo delle entrate dovute alla flat tax.

La flat tax in altre parole vuol dire dare soldi ai cittadini e incassarne solo una parte, con relativi problemi di bilancio da parte dello Stato, troppo indebitato.

Flat tax vuol dire quindi un aumento del deficit: dove si trovano i soldi? La domanda se la faranno i sottoscrittori dell'ingente debito pubblico italiano. Ed è una domanda pericolosa: se il progetto di flat tax facesse diminuire la fiducia nei titoli di stato italiani, i conti pubblici subirebbero l'effetto negativo di tassi (e spread) in crescita e quindi di una maggiore spesa pubblica per interessi. Il buco nei conti pubblici provocato dalla flat tax ne genererebbe un altro.

La seconda questione è: quanta parte dei soldi ottenuti verrà spesa dagli italiani che otterranno uno sconto fiscale?

La teoria economica suggerisce che chi ha un reddito più basso spenderà di più, in percentuale delle somme ricevute. Chi ha un reddito di 800 euro e con lo sconto arriverà a 1000, spenderà buona parte o forse tutti i 200 euro in più, mentre chi guadagna 5000 euro spenderà solo parte del soldi ottenuti.

Se si vuole, quindi, che la flat tax o una qualunque riforma fiscale produca effetti positivi sui consumi, è necessario concentrare i benefici sui redditi più bassi.

L'esatto contrario di quel che promette di fare la flat tax che, prevedendo una sola aliquota, riduce le imposte soprattutto a chi ha redditi più elevati e per questo è soggetto alle aliquote più alte.E anche l'esatto contrario delle scelte economiche della Lega, contraria al salario minimo e di un governo restio a concedere aumenti degli stipendi pubblici e delle pensioni.

Se della flat tax beneficiassero soprattutto i redditi medio-alti, i consumi crescerebbero di meno. Una parte dei soldi finirebbero invece in banca, come sta succedendo ormai da anni, a rimpinguare i risparmi.

Gli italiani, scottati da una crisi senza precedenti e incerti sul futuro, evitando anche solo di investire in titoli di stato i risparmi, lasciandoli nei conti correnti.

La flat tax modificherebbe questo scenario? Probabilmente no, prevarrebbero le incertezze e la prudenza. Gli italiani ai tempi di Monti hanno capito che se i conti pubblici peggiorano c'è il rischio che qualcuno prima o poi chieda loro il conto sotto forma di maggiori imposte.

Quindi la spesa sarebbe inferiore al previsto. Colpa dei timori su un futuro incerto.

E i soldi spesi dove finiscono? In parte potrebbero essere spesi per beni di importazione. Un paradosso per chi vuole essere sovranista. Dai più soldi agli italiani ma una parte non piccola finisce per stimolare le economise straniere.

P.S.: un tempo Salvini, e in generale i sostenitori della flat tax, affermavano che il vantaggio della flat tax sarebbe un aimento delle entrate fiscali perchè aliquote più basse stimolerebbero una maggiore onestà. E' una idea che s'è sentita spesso ma non ha molto senso. Se un contribuente ha potuto dichiarare meno, non si vede perchè all'improvviso dovrebbe dire al fisco di guardagnare il 30 o il 50% in più. Anche se alla fine versasse al fisco la stessa somma, sarebbe una sorta di autodenuncia, un invito a indagare sul passato.

06 luglio 2019

Lee Iacocca

Nei giorni scorsi è morto Lee Iacocca, novantaquattrenne italoamericano ex amministratore delegato di Chrysler. Figlio di immigrati, Iacocca è un ottimo studente, e dopo aver studiato ingegneria viene assunto dalla Ford. Ma non vuole fare l'ingegnere, preferisce vendere auto. Ha successo e scala uno per uno tutti i gradini della gerarchia in  Ford fino a diventare vicepresidente. A quel punto iniziano i guai, perchè il presidente, nipote del fondatore teme di essere messo da parte e inizia a essergli ostile, fino a spingerlo a andarsene.

Così Iacocca approda in Chrysler,  la terza casa automobilistica americana che naviga in cattive acque dopo le due crisi petrolifere degli anni 70. L'impennata del prezzo della benzina e la crisi hanno spinto gli americani a abbandonare le grandi auto "made in USA" e a preferire le piccole giapponesi che fino a poco tempo prima nessuno voleva.

Iacocca riesce nell'impresa di salvare Chrysler. Impresa che racconta in un ottimo libro, la sua autobiografia. Libro che merita di essere letto ancora oggi, o forse soprattutto oggi, perchè Iacocca affronta i luoghi comuni del pensiero conservatore americano e li smonta con il punto di vista di chi a certe idee sull'intervento pubblico in economia ha creduto davvero salvo capirne in prima persona i limiti pratici.

Non solo un grande manager, ma anche un uomo che ha saputo mettere in dubbio le proprie convinzioni di  repubblicano dopo aver capito che certe idee alla prova dei fatti sono un vero fallimento.

19 giugno 2019

Il dominio della finanza, secondo Conte (Giuseppe)

Nel giorno della maturità, i principali esponenti del governo italiano si riuniscono per rispondere alla lettera dell'UE sul debito eccessivo.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha spiegato il senso della lettera: non è accettabile il dominio della finanza, perchè non permette la crescita.

E' una affermazione che lascia perplessi per vari motivi.

Il primo è che si sposta l'attenzione. Non si parla del debito eccessivo, che è l'oggetto del contendere, ma della finanza. Vale a dire di chi presta soldi e non di chi ne prende in prestito troppi. Un pò come se una persona dicesse al dietologo che non gli interessa parlare del proprio peso eccessivo ma di quel che vende il negozio sotto casa che vende cibi troppo buoni.

Dobbiamo anzi dovrebbe, il governo occuparsi del debito, pensando che l'UE difficilmente si lascerà ingannare.

La seconda questione riguarda l'idea del dominio della finanza. Affermazione che ricorda le bufale sui Rothschild che avrebbero e userebbero un grande potere. Bufala che nasce dal fatto che i banchieri hanno raccolto enormi somme di denaro usato per finanziare il debito pubblico, proprio come i Medici (e tante altre famiglie italiane del passato), ricordati invece per le opere d'arte.

Chi presta i propri capitali lo fa pensando ai propri interessi. Se domina (qualunque sia il significato di questo concetto) lo fa perchè il debito è enorme. Quindi anche questa volta il problema è il debito, non il dominio del creditore.

Terzo punto: il dominio non permetterebbe la crescita. Quella crescita che il governo sta promettendo, da un anno a questa parte cioè da quando è nato, ma di cui non si vede alcuna traccia. E non c'è neanche traccia di autocritica o almeno di una valutazione delle scelte fatte finora. Scelte celebrate come se dovessero far svoltare l'Italia, ma nella realtà capaci di deprimere l'economia, facendo fuggire capitali e investimenti.

Se il governo Conte vuole essere credibile non può certo spostare l'attenzione ma concentrarsi sulle proprie scelte che non stanno facendo bene all'economia e far salire troppo il debito, che pur alto sarebbe più facile da gestire se il PIL crescesse. Crescita che è auspicabile ma non si ottiene spendendo troppi soldi e male.

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