14 agosto 2016

Se il PIL non cresce..

In questa estate di spiagge affollate oltre il normale, arrivano segnali contrastanti dall'economia. Il tutto esaurito nelle località di mare pare contrastare con un prodotto interno lordo che non è cresciuto nel secondo trimestre.

In realtà era tutto abbastanza prevedibile. I segnali della produzione industriale sono stati negativi negli ultimi mesi, soprattutto per colpa dei timori per l'uscita della Gran Bretagna e per effetto delle numerose tensioni che si registrano in altri paesi per il terrorismo (non a caso anche la Francia non cresce) e per incertezze politiche legate alla gestione dei profughi (l'altro paese a crescita zero è l'Austria).

Incertezze e paure che se da un lato hanno ridotto la domanda estera di prodotti italiani e quindi la produzione industriale che non risente, come l'anno scorso, dell'entrata in produzione di nuovi modelli Fiat, dall'altro stanno riempendo le spiagge italiane di quei turisti che fino a poco tempo fa avrebbero preferito mete più esotiche.

Sarà interessante dare un peso a questo fenomeno ovvero capire se il maggior contributo al PIL di spiagge e città d'arte piene sia in grado di compensare l'effetto negativo provocato da una debole produzione industriale.

Non è tuttavia solo una curiosità statistica. Per alimentare la domanda interna, il governo sta provando a trovare le risorse per dare qualche soldo in più a pensionati e dipendenti pubblici, perchè spendano con maggiore fiducia, ma le risorse disponibili dipendono in buona misura dall'andamento del PIL, e quindi delle entrate fiscali.

05 agosto 2016

Milan cinese

Da oggi il Milan è cinese, forse. Per ora è stato firmato un preaccordo che parla di un contratto da firmare entro fine anno (non a caso: il bilancio del Milan copre l'anno solare e non quello calcistico), con contestuale versamento di 15 milioni e altri 85 entro 35 giorni.

Poi si prevede l'impegno degli acquirenti "a compiere importanti interventi di ricapitalizzazione e rafforzamento patrimoniale e finanziario di AC Milan, per un ammontare complessivo di 350 milioni di euro nell’arco di un triennio (di cui 100 milioni da versare al momento del “closing”)" vale a dire 250 milioni per tre anni.

Cosa significa tutto questo?

Nel 2015 il Milan ha chiuso il bilancio con circa 90 milioni di perdita. E' probabile che il 2016 si chiuda con una perdita simile, che presumibilmente verrà coperta dai nuovi proprietari, chiamati a versare 100 milioni nelle prime settimane.

Ma anche i conti del 2017 saranno presumbilmente in rosso di una somma simile, visto che il Milan almeno fino all'autunno 2017 non parteciperà alle coppe europee, che garantiscono ricavi aggiuntivi.

Per arrivare a tale traguardo inoltre il Milan dovrà acquistare nuovi calciatori, con conseguente aumento dei costi di cui risentiranno i bilanci dei prossimi anni.

Di qui la necessità di immettere altri soldi (almeno 250 milioni in tre anni "per interventi di ricapitalizzazione") nella società a copertura delle probabili perdite e per garantire eventuali nuovi debiti ("rafforzamento patrimoniale").

Qualche mezzo d'informazione s'era sbilanciato nelle settimane scorse, annunciando centinaia di milioni dalla Cina per il mercato (ad esempio la Gazzetta: http://video.gazzetta.it/milan-cinesi-400-milioni-due-anni-il-mercato/737565ea-42bf-11e6-bc51-f24ef5b63382). Non sono arrivati e difficilmente arriveranno.

I tifosi sperano di tornare ai risultati sportivi del passato e Berlusconi pare aver garantito che i cinesi per altri tre anni e mezzo continueranno a spendere più di quanto incassano. Ma cosa succederà dopo? Il coinvolgimento tra i nuovi azionisti di diversi gruppi industriali e finanziari cinesi, uno dei quali appartenente al governo lascia pensare che non ci saranno molti azionisti disponibili a perdere soldi in una squadra di calcio italiana. L'obbligo di ricapitalizzare voluto da Berlusconi pare confermare questa tesi e forse uccide sul nascere i sogni di gloria dei tifosi.


17 luglio 2016

RCS a Cairo

La gara per il gruppo Rizzoli - Corriere della Sera è finita, decretando la vittoria di Cairo, che ha raccolto quasi il 49% delle azioni contro meno del 38% della cordata capeggiata da Bonomi.

Quest'ultima offriva un euro per azione, Cairo invece un misto di azioni di Cairo Communications e di contanti. Cosa ha spinto gli azionisti a puntare su Cairo?

Bonomi metteva insieme le azioni di alcuni finanzieri (tra cui Mediobanca, Unipol e Della Valle) e liquidava gli altri con un euro ad azione, puntando a un lento risanamento, iniziato da anni, che per ora non ha portato in utile la società. Per capire il senso dell'offerta bisogna forse rileggere la lettera aperta scritta da uno dei soci, Diego Della Valle, al presidente Napolitano nel 2013. Dopo aver scoperto che Fiat (FCA) ha comprato molte azioni e si propone come primo azionista, Della Valle compra una pagina per spiegare che la libertà dei giornalisti del gruppo RCS sarebbe in pericolo e invoca una sorta di passo indietro da parte degli azionisti che dovrebbero mettere il gruppo nelle mani non si sa bene di chi per risanarlo.

Un progetto confuso che sollevava alcune domande: perchè gli azionisti avrebbero dovuto rinunciare ai loro diritti, rendendo la società RCS non scalabile? Quale sarebbe stato l'interesse generale di avere un editore sia pure importante non gestita da manager scelti da chi aveva più azioni?

Sconfitto 3 anni fa, Della Valle esce sconfitto pure oggi. Il primo azionista è Urbano Cairo che promette di integrare le attività di RCS, fatte di giornali, riviste ma anche di eventi sportivi (in primis il Giro d'Italia) con le attività delle sue società che lavorano nel settore dell'editoria e nella tv (La7).

E promette implicitamente agli azionisti di RCS di partecipare ai futuri eventuali utili della società. L'opzione Bonomi prevedeva il pagamento di 1 euro ad azione. Chi ha comprato le azioni a una cifra superiore si sarebbe dovuto accontentare di limitare le perdite.

Invece scegliendo Cairo gli azionisti possono sperare di recuperare i soldi investiti in RCS attraverso la scelta di scambiare le proprie azioni RCS con azioni di Cairo Communication, incassando subito un conguaglio di 25 centesimi per azioni. Una soluzione più allettante di quella offerta da Bonomi e dai suoi soci.

09 luglio 2016

Brexit e MPS

Sono trascorse un paio di settimane da quando i britannici hanno deciso di voler uscire dall'Unione Europea. Che bilancio si può fare?

Il primo dato che salta all'occhio è il crollo della sterlina, con relative arrabbiature di chi aveva investito i propri soldi (spesso cifre enormi) in titoli denominati in sterline contando sulla stabilità della moneta con l'effigie della Regina Elisabetta.

Colpevole numero uno è David Cameron che qualche anno fa Paul Krugman indicava come responsabile di un altro disastro: una svolta economica in Gran Bretagna sotto il segno dell'austerità, non necessaria, che, nata per creare maggiore fiducia nella sterlina e nell'economia britannica, ha ottenuto il risultato opposto, facendo crollare la fiducia e provocando anche i disordini dell'estate del 2011.

Come allora Cameron ha fatto crollare la fiducia nella sterlina e provocato incertezze che faranno scendere il PIL di alcuni punti percentuali. Si stima un potenziale calo superiore al 4%.

I mercati finanziari s'erano fidati di sondaggi che prevedevano una vittoria risicata del "Remain" e nella settimana precedente il voto hanno comprato a piene mani titoli che, dopo il voto, son crollati, per la gioia degli speculatori che invece stanno prendendo di mira le banche italiane.

C'è infatti la questione MPS. Il Monte dei Paschi di Siena ha ricevuto una lettera della BCE che la invita nei prossimi due anni a tagliare i crediti inesigibili per 10 miliardi oltre il previsto. MPS rischia di passare alla storia come la banca (quasi) fallita due volte.

La prima quando ha svalutato la partecipazione nella Banca Antonveneta, comprata per cifre esagerate e la seconda per effetto di crediti inesigibili. In entrambi i casi le perdite della banca sono consistenti, tanto da richiedere aumenti di capitale.

Il piano industriale di MPS prevede che i prestiti in sofferenza diminuiscano ma lentamente. La BCE impone un'accelerazione che richiederà un aumento di capitale. Di fatto oggi MPS vale poco o nulla perchè la svalutazione dei crediti inesigibili assorbirà molto più degli utili futuri, e questo stimola gli speculatori, non più interessati a operare sfruttando le incertezze britanniche.

25 giugno 2016

Svalutare dopo la Brexit?

Se uno dei primi effetti della Brexit è la svalutazione della sterlina, scesa ai minimi degli ultimi 31 anni, c'è da scommettere che qualche politico proporrà il ritorno alla lira e una svalutazione competitiva. E ciò accadrà soprattutto se, come è possibile, nei prossimi mesi le esportazioni britanniche saliranno per effetto di una sterlina svalutata che rende meno conveniente importare prodotti stranieri in Gran Bretagna.

Ora, a parte il fatto che la svalutazione penalizza il settore finanziario, perchè minaccia gli investimenti in sterline, l'idea di una svalutazione competitiva è illusoria.

La prima ragione è che, a differenza della Gran Bretagna, l'Italia non possiede una propria moneta e non sarebbe facile tornare alla lira.

La seconda e più importante ragione è che se anche esistesse la lira, non sarebbe una moneta forte, capace di attrarre capitali. S'è visto ieri. Mentre i mercati crollavano lo spread italiano, cioè la differenza tra i rendimenti dei titoli di stato italiani a 10 anni e i titoli tedeschi di pari durata è aumentata fiorando i 200 punti. Nel frattempo il rendimento dei bund decennali tedeschi è diventato negativo e nonostante la sterlina stesse crollando il rendimento dei titoli decennali inglesi non è salito.

Il significato di tutto ciò è chiaro: se le cose vanno male, gli investitori scelgono i titoli di stato inglesi e tedeschi e fuggono da quelli italiani. Un eventuale e complicato ritorno alla lira se anche garantisse i vantaggi della svalutazione, metterebbe il debito pubblico in balia della speculazione, difficile da affrontare senza il supporto della BCE.

La svalutazione di una improbabile lira sarebbe decisa dalla speculazione e non dal governo italiano, che invece dovrebbe fare i conti con titoli di stato molto costosi, effetto di una scarsa fiducia nella lira.

24 giugno 2016

Brexit, l'ultima vittoria della Thatcher

I britannici hanno fatto la loro scelta, uscire dall'UE, e i mercati hanno reagito come previsto: giù la sterlina e le borse.

Il voto favorevole all'uscita è arrivato soprattutto da persone con più di 50 anni e in particolare da chi ha più di 65 anni e da chi vive in Inghilterra ma non a Londra. I giovani e i londinesi hanno invece votato per restare nell'UE.

A me pare che questa sia l'ultima vittoria di Margaret Thatcher, della sua visione di una Gran Bretagna diversa dal resto d'Europa, fatta di individui pronti a agire sulla base solo di interessi individuali e di una economia britannica che sotto il suo governo ha liquidato anche brutalmente i vecchi mestieri industriali creando non poche difficoltà a chi vive lontano da Londra e ampliando le disuguaglianze non solo tra classi sociali ma anche tra territori.

Oggi la Gran Bretagna che ha subito la radicale trasformazione thatcheriana vede negli immigrati un pericolo e decide di chiudersi in se stessa, mentre i giovani che non hanno conosciuto la Lady di Ferro e i londinesi diventati più ricchi grazie alla finanza, ai servizi, all'apertura di Londra ai capitali del resto del mondo hanno votato Remain per paura di un futuro meno roseo.

L'eredità (negativa) della signora Thatcher non si ferma qui. L'occasione per un voto clamoroso l'ha fornita un altro conservatore, David Cameron, e l'ha fatto per banali ragioni politiche interne al suo partito. Il referendum doveva essere uno strumento di lotta politica interna al Partito Conservatore. Il voto avrebbe dovuto affossare i suoi avversari anti europeisti.

Uno scenario che ricorda un altro politico conservatore europeo, Angela Merkel, che, per ottenere qualche voto in più in una elezione regionale, ha rinviato il salvataggio della Grecia, facendo preò precipitare la crisi ellenica.


21 giugno 2016

John Law

Lunedì sera Rai5 ha trasmesso l'interessante documentario Money Art (lo trovate qui:
http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2016-06-20&ch=31&v=682898&vd=2016-06-20&vc=31#day=2016-06-20&ch=31&v=682898&vd=2016-06-20&vc=31) dedicato a storie che uniscono arte e finanza.

La puntata era dedicata alle vicende di uno scozzese, John Law, che lasciò un grande collezione d'arte, in gran parte andata perduta, dopo una vita avventurosa che lo portò a una grande innovazione finanziaria. Law si accorse che chi portava in banca l'oro poi usava banconote o scritture contabili per pagare e neppure chi riceveva il pagamento ritirava l'oro depositato.

Si poteva quindi emettere moneta con valore superiore all'oro depositato. Con quale scopo?

Il Regno di Francia era sovraindebitata e rischiava il fallimento. Law propose di dare ai debitori banconote, appositamente emesse da una banca con il monopolio dell'emissione, ma c'era un problema: l'oro nei forzieri era troppo poco per garantire le banconote. Si trovò una soluzione: creare una società - sull'esempio di analoghe imprese olandesi e britanniche- per sfruttare i territori americani della Francia (una grande parte degli attuali USA) e i loro commerci con l'Europa.

I profitti avrebbero convinto i risparmiatori a comprare azioni della società, che poteva in questo modo acquisire l'intero debito pubblico francese, risolvendo i problemi della monarchia.

Le cose in realtà andarono male, la banca di Law emise troppa moneta, promettendo guadagni impossibili, perchè gli affari negli USA erano solo e molto teorici. Le azioni della banca salirono prima alle stelle, garantendo grandi emissioni di moneta per poi crollare quando la bolla speculativa scoppiò.

Law alla fine fuggì a Venezia dove visse gli ultimi anni della sua vita come giocatore d'azzardo e collezionista d'arte (il gioco rendeva bene).

Viene ricordato per un clamoroso fallimento (del suo progetto e della Francia) ma anche come l'inventore della banconota.

Banconote che, tuttavia, oggi chiameremmo obbligazioni con un rendimento fisso.

18 giugno 2016

Possibili effetti della Brexit

Cosa succederà se la prossima settimana i britannici decideranno di uscire dall'Unione Europea?

Lo scenario più probabile è che l'uscita possa provocare un calo della sterlina rispetto alle altre monete come dollaro e euro. A Londra c'è il più grande mercato finanziario dell'Europa e uno dei più importanti al mondo, capace di intertmediare somme enormi. Una parte dei capitali che passano per Londra cambierebbe strada, per paura che sia più complicato -se la Gran Bretagna esce dall'UE- investire capitali. Di qui il probabile calo, che in parte sta già avvenendo, della sterlina.

Se il calo della sterlina spaventa il mondo della finanza britannico, perchè rende meno conveniente investire in una moneta che si svaluta, il mondo dell'impresa non finanziaria guarda alla svalutazione con una certa simpatia. La svalutazione rende meno convenienti le importazioni del Regno Unito e favorisce gli esportatori.

Così si spiega il favore della piccola e media impresa britannica per la Brexit, che tuttavia dovrebbe fare i conti con le possibili reazioni europee. In caso di Brexit l'Unione Europea accetterà di tenere la Gran Bretagna nel mercato unico?

Le imprese britanniche puntano sulla svalutazione e su regole nazionali più semplici di quelle di Bruxelles, ma questo potrebbe provocare una reazione da parte europea. Le imprese britanniche potrebbero trovare la porta europea chiusa, o aperta solo in cambio del rispetto di regole e vincoli oggi inesistenti. Se ciò accadesse sarebbe inevitabile oltre alla svalutazione anche una recessione, provocata anche dal possibile spostamento di molti uffici di banche londinesi nel vecchio continente, dove potrebbero continuare a svolgere il proprio lavoro liberamente.

10 giugno 2016

Brexit?

La possibile uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea spaventa i mercati finanziari.

La City di Londra, vale a dire il più importante mercato finanziario europeo spera vinca il no e si può facilmente capire il perché: almeno 65 miliardi di sterline sarebbero usciti dal paese o convertiti in altre valute, nel timore delle conseguenze della Brexit, e molte banche stanno pensando di spostare altrove, nell'Unione Europea, visto che restare a Londra significa fare i conti con maggiori vincoli legislativi e fiscali.

La fuga di capitali rischia di colpire duramente le banche. Lo scoppio della crisi del 2008 ha insegnato che gli effetti possono essere potenzialmente esplosivi: la fuga dei capitali crea le condizioni perc ulteriori fughe. Gli investitori si spaventano, temono perdite e insolvenze e ritirano i capitali.

La Banca d'Inghilterra ha imparato la lezione e sta predisponendo un fondo per aiutare le banche garantendo loro capitali che rimpiazzeranno quelli fuoriusciti. Un buon modo di limitare i danni, in attesa del voto o, in caso di Brexit, di trovare un modo per far funzionare di nuovo a pieno regime il mercato finanziario londinese.

27 maggio 2016

Attenzione al turismo

Nell'infinita serie di idee per rilanciare l'Italia, molte prendono in considerazione il turismo. Non è raro sentir dire che un migliore sfruttassimo le nostre ricchezze artistiche farebbe dell'Italia un paese in grado di vivere sul turismo.

A leggere alcune notizie di stampa c'è da pensare che siamo di fronte a un'illusione. Il sindaco di Capri, ad esempio, nei giorni scorsi ha deciso di imporre limiti all'attracco dei traghetti, perchè l'isola è sovraffollata di turisti "mordi e fuggi", ovvero di persone che visitano l'isola e ritornano a Napoli dopo qualche ora.

Analoghi i provvedimenti sono stati presi alle Cinque Terre, prese d'assalto nel week end del 25 aprile.

Sono solo due esempi di un'Italia turistica che va a gonfie vele, con code ai musei, treni sovraffollati, code di decine di km in autostrada.

Ma è anche il segnale che il turismo di massa in molte località e musei famosi ha raggiunto limiti difficilmente superabili, con effetti che potrebbero farsi sentire sul PIL.

Se non posso far entrare anno dopo anno più turisti in un museo già oggi sovraffollato come si fa a far crescere il PIL generato dal turismo?

Una risposta banale è che non si può: prima o poi raggiungeremo il limite di visitatori al Colosseo o alla Reggia di Caserta, capiremo che la crescita dell'economia legata al turismo ha limiti invalicabili e quindi che per crescere si devono seguire altre strade.

Un'altra risposta è che il turismo deve cambiare, almeno là dove i limiti sono stati raggiunti ad esempio con l'introduzione di ticket o limitando l'ingresso, almeno nei giorni di maggiore affollamento, a chi ha prenotato una stanza d'albergo o un pranzo al ristorante.

Difficile dire cosa succederà, ma una cosa è certa: si iniziano a vedere i limiti di crescita del settore turistico e non si può pensare che questo settore porti a una crescita dell'economia come spesso si favoleggia.

Una soluzione potrebbe essere rendere più cari i luoghi più visitati con ticket d'ingresso

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