12 maggio 2019

L'atomica cinese

La settimana appena trascorsa è stata la peggiore per le borse mondiali nel 2019. Colpa dell'aumento dei dazi sui prodotti cinesi da parte degli USA.

Le borse hanno reagito male, come prevedibile, perchè dazi significano minore crescita e perchè le decisioni americane potrebbero provocare reazioni dei cinesi, con conseguenze molto negative per molte economie.

La reazione cinese potrebbe però non riguardare i dazi. Spesso i paesi che esportano beni di consumo a basso costo, importano tecnologia. Mettere dazi sui prodotti stranieri potrebbe essere controproducente, occorrerebbe quantomeno trovare fornitori alternativi, di paesi non colpiti dai dazi.

Quindi come potrebbero, i cinesi, colpire gli americani?

I cinesi sono grandi risparmiatori: producono e esportano più di quanto importano e hanno somme enormi che investono, tra i vari modi, acquistando titoli di stato americani. Titoli che l'America di Trump emette in grande quantità perchè la crisi e le scelte politiche hanno prodotto grandi deficit e un forte aumento del debito pubblico.

I cinesi possono quindi fare pressione su Trump semplicemente non acquistando i titoli del debito pubblico americano. E hanno già iniziato a farlo. I cinesi (e i paesi alleati) non si sono presentati all'ultima asta dei titoli.

Scelta che ha fatto salire i tassi americani e messo in allarme la Casa Bianca che venerdì ha fatto dichiarazioni più concilianti.Trump infatti sta usando il debito per far crescere gli USA, convinto che tanto qualcuno che compra i bond ci sarà sempre e che la FED che cerca di controllare non aumenterà i tassi.

Tassi che invece potrebbero far salire i cinesi, riducendo gli acquisti di titoli di stato USA. E' questa l'atomica cinese, meno cruenta e forse più efficace.

Insomma l'atomica ce l'hanno. Non uccide ness

30 aprile 2019

Pil +0,2%: buona notizia?

La stima del PIL del primo trimestre segna un inatteso +0,2%. Bankitalia qualche giorno fa ha previsto uno 0,1%, compatibile con i dati della produzione industriale, positivi soprattutto a febbraio.

Tuttavia non è per forza una buona notizia.

Anzitutto si tratta di una stima. Il dato vero lo scopriremo poi e potrebbe riservare sorprese non positive.

Poi la crescita è dovuta a fattori esterni, ovvero alle vendite di prodotti italiani sui mercati stranieri, in particolare quello cinese. Che potrebbe invertire la rotta nei prossimi mesi, con effetti negativi sul PIL.

Al contrario la domanda interna è in calo, segno che  la fiducia nel cambiamento è bassa, come dimostra anche qualche indagine congiunturale. Se il governo voleva far salire la fiducia nel futuro, stimolare gli investimenti, attrarre capitali stranieri, è chiaro che ci riesce.

L'aumento della domanda estera, con il calo di quella interna, non è un buon segnale perché significa ampliare le differenze tra nord e sud, mentre una buona politica dovrebbe stimolare la domanda al sud, svantaggiato.

Un ultimo aspetto negativo è legato alle dimensioni della crescita. Lo 0,2% non cambia di molto la sostanza. L'economia cresce ma poco. e questo non risolve i dubbi legati alla futuro dei conti pubblici. Senza una crescita sostenuta, serviranno decine di miliardi per mantenere in ordine i conti pubblici.

Salvini dice che una vittoria in Europa garantirebbe la possibilità di fare più deficit. Magra consolazione, perchè i mercati finanziari che finanziano il debito pubblico italiano richiederanno come minimo tassi di interesse più alti, facendo salire la spesa pubblica senza nessun beneficio per i cittadini in attesa di migliori servizi pubblici.



29 aprile 2019

Non solo Alitalia

Non c'è solo Alitalia tra le compagnie aeree in difficoltà, che rischiano di dover licenziare centinaia o migliaia di persone. C'è anche Airitaly, che una volta si chiamava Meridiana e oggi sposta la sede a Malpensa, minaccia di licenziare 500 dipendenti oltre ai 400 già usciti.

La compagnia aerea sarda è nata negli anni '60. Si chiamava Alisarda e serviva a portare turisti benestanti in Sardegna. Un mercato ricco a cui si affiancavano i soldi pubblici che permettono ai sardi di volare nel resto d'Italia con tariffe scontate.

Oggi Airitaly non può contare su un mercato ricco, perchè la concorrenza ha drasticamente ridotto i margini di guadagno, e nemmeno sui soldi pubblici per i voli da e per il resto d'Italia. Però ha fatto gola a Qatar Airways che ne ha comprato il 49%, perchè permette di aggirare i limiti ai voli di Qatar verso gli USA.

Ciò nonostante Qatar ha tagliato il personale, promette altri tagli e ha spostato la sede operativa a Malpensa, scelta che mette in difficoltà molti dipendenti sardi della compagnia aerea.

Lo spostamento a Malpensa ricorda anche la scelta non fatta da Alitalia alla fine degli anni '90. La politica, per difendere i dipendenti romani della compagnia, fece saltare l'integrazione di Alitalia con Airfrance e KLM e condannò la compagnia di bandiera a un futuro incerto.

Le compagnie aeree sopravvivono se si minimizzano i posti vuoti. Altrimenti i rilevanti costi non vengono pagati e alla fine le perdite mettono in pericolo voli e posti di lavoro. Di qui la necessità di integrarsi con altre compagnie aeree.

Alitalia non l'ha fatto, puntando, ai tempi di Colaninno, su un monopolio, quello dei voli tra Milano e Roma, messo in crisi dall'alta velocità ferroviaria.

Scelta errata che ha provocato perdite, coperte dallo Stato che vuole impedire il fallimento di Alitalia o quantomeno drastici tagli al personale.

Oggi Alitalia non può integrarsi con altre compagnie, cosa che, se fosse possibile richiederebbe in ogni caso una ristrutturazione e quindi costi sociali elevata. Non può essere venduta a pezzi, per lo stesso motivo. Può solo essere salvata con tutti i dipendenti, che altrimenti scenderebbero in piazza a protestare.

Come?

L'idea è di mettere insieme chi si occupa di trasporti in Italia, ovvero Ferrovie, Autostrade e ...Alitalia, con le società sane che diventano socie di Alitalia e ne coprono le perdite e gestiscono tutte insieme gli spostamenti degli italiani, con la scusa dell'integrazione.

Il rischio è che ne approfittino alzano le tariffe, creando un (quasi) monopolio su ferrovie, autostrade e aeroporti. Un piccolo aumento delle tariffe su milioni di spostamenti sarebbe sufficiente a coprire le perdite di Alitalia.

Inoltre ciò avrebbe effetti su altre decisioni, come le scelte di Trenitalia e Autostrade. Se servono più utili per pagare le perdite di Alitalia, queste società potrebbero cambiare le scelte di investimento, rinunciando ai meno redditizi o rinunciando a alcuni, come potrebbero decidere di chiudere linee ferroviarie in perdita o attività meno redditizie.

Insomma rischiamo di tenere in piedi una società in perdita da anni (Alitalai) con scelte che potrebbero influire negativamente su costi e qualità dei trasporti stradali e ferroviari. E cosa succederebbe se un giorno gli azionisti decidessero di non continuare a finanziare le perdite di Alitalia? Trovare una soluzione di mercato sarebbe ancora più difficile.

19 aprile 2019

AMA e Raggi

L'Espresso racconta di Virginia Raggi registrata che dice all'amministratore delegato di AMA di modificare il bilancio dell'azienda dei rifiuti così da ottenere "la chiusura del bilancio ..in passivo mediante lo storno dei crediti per i servizi cimiteriali".

La sindaca si difende facendo capire che se si fosse chiuso il bilancio con un utile, i manager avrebbero ottenuto dei premi che il comune di Roma non riteneva opportuno erogare in una città dove la qualità del servizio non è quella desiderata. 

Da parte sua l'ex (nel frattempo licenziato) manager dichiara di essere stato spinto a "togliere dall'attivo crediti certi, liquidi e esigibili" al solo fine di portare in rosso i conti dell'azienda.

Letta così, la questione mi pare un pochino confusa. Per cui provo a capirci qualcosa. 

L'affermazione "togliere dall'attivo crediti certi, liquidi ed esigibili" crea due problemi. Il primo è come si fa a togliere dall'attivo un credito? La seconda è i crediti sono certi liquidi e esigibili?

Se AMA fornisce servizi al comune, emetterà periodicamente una fattura, calcolata in base a un contratto che prevede tariffe certe. Fatture ricevute dal comune, che ha un debito (e quindi AMA ha un credito) a meno di contestazioni. Il comune potrebbe in altri termini dire a AMA che qualcosa non torna nelle fatture, ad esempio a causa di un errore nella fatturazione oppure che intende contestare le fatture perchè la qualità del servizio non è quella concordata. 

In questo caso attraverso operazioni contabili apposite, si riduce l'importo delle fatture emesse da AMA e quindi il credito verso Roma. Il minor fatturato causerebbe un minor utile o anche una perdita da parte di AMA. Perchè la sindaca non dice qualcosa del genere?

Di fronte all'annuncio di contestazioni del comune per i servizi resi da AMA, quest'ultima sarebbe stata costretta a correggere il bilancio, mettendo a bilancio un fondo per coprire eventuali futuri esborsi nei confronti del comune.  

Virginia Raggi avrebbe potuto farlo presente all'amministratore di AMA, dicendo: contesteremo le vostre fatture quindi le consiglio di accantonare fondi appositi. Avrebbe ottenuto l'obiettivo desiderato: abbattere gli utili di AMA.

Invece la sindaca contesta -a quanto pare- il fatto che i crediti siano certi, liquidi e esigibili. Che è come dire "il comune che rappresento non è detto pagherà tutto il debito (credito per AMA)".

L'amministratore di AMA avrebbe fatto bene a chiedere il perchè. Avrebbe potuto chiedere: forse il comune fallirà (cosa difficile da immaginare se la stessa sindaca propone a AMA un prestito di oltre 200 milioni) o ci sono altre cause che nessuno meglio di una sindaca può spiegare?

Senza una spiegazione, negare che il credito sia certo, liquido ed esigibile non significa stornarlo. Casomai vuol dire immaginare perdite future che però non devono per forza essere pari all'intero credito. Di solito la perdita è solo parziale. Una contestazione del credito o un problemi finanziari del debitore comportano perdite parziali. Quindi contestando la qualità del credito, la Raggi non obbligava AMA a cancellarlo per intero dal bilancio.

Insomma la questione sembra un pasticcio nel quale le esigenze politiche hanno spinto qualcuno a cercare una soluzione molto semplice, tanto semplice da risultare poco credibile.


Fino a 780 euro...

Stanno arrivando al pettine i primi nodi del reddito di cittadinanza. I numeri saranno deludenti, poco più di mezzo milione di beneficiari e assegni più poveri del previsto.

Il governo aveva detto FINO a 780 euro, ma tutti hanno capito 780 euro. Soldi che sarebbero finiti a persone con un ISEE basso, senza auto comprate di recente.

Ma chi ha queste caratteristiche è probabile che abbia provato a ottenere altri aiuti, come il reddito di inclusione. Per questo gli assegni del reddito di cittadinanza sono più poveri del previsto. I beneficiari hanno altri aiuti e non possono aggiungere l'assegno "intero" del reddito di cittadinanza.

Il reddito di cittadinanza rischia quindi di diventare un boomerang. Sarebbe bastato usare i soldi per il reddito di inclusione per far stare meglio i poveri che tanto stanno a cuore a una parte della maggioranza di governo, ma non era una opzione praticabile da chi pensa all'immagine politica.

Il reddito di cittadinanza è anche problematico per chi cerca lavoro. Se non ha le caratteristiche patrimoniali previste, sono esclusi: è una cosa senza senso perchè un lavoro lo può cercare anche chi non è povero.


11 aprile 2019

DEF

"Sarà un anno bellissimo" ha detto qualche mese fa il presidente del Consiglio Conte. Anzi no, è stata solo una battuta, racconta oggi.

La differenza la fanno, forse, i dati dell'economia contenuti dell'aggiornamento del DEF che disegna un quadro deprimente: per il 2019 il governo italiano si aspetta una crescita appena positiva, uno 0,2% che contrasta con previsioni ottimistiche di qualche mese fa che dicevano almeno un +1%.

E anche con le previsioni più recenti che iniziano a parlare di recessione, con un calo che potrebbe essere anche dello 0,5%.

Una crescita stimata che si deve per intero a quota 100 e al reddito di cittadinanza. Un magro bottino per provvedimenti molto costosi che rischiano di essere controproducenti.
In particolare quota 100 può spingere lavoratori produttivi a scegliere la pensione, lasciando il posto, forse, a giovani senza esperienza e quindi meno produttivi.

Se reddito di cittadinanza e quota 100 producono una crescita modesta, cosa farà crescere l'economia italiana?

La domanda è importante perchè in vista del 2020 sarà importante trovare risorse. A cominciare da quelle necessarie a evitare le clausole di salvaguardia, una ventina di miliardi da trovare per evitare l'aumento dell'IVA.

Il contesto è negativo: l'intera economia mondiale rallenta, Trump spaventa con i dazi, la Brexit crea incertezze e come ha stimolato alcuni settori, perchè i clienti britannici nell'incertezza hanno fatto scorte di prodotti italiani, così potrebbe avere effetti negativi, sia perchè le scorte vanno smaltite, sia perchè potrebbero essere introdotti dazi capaci di deprimere la domanda estera, le elezioni europee sono una grande incognita che potrebbe riservare sorprese sia in Italia che sui mercati di sbocco per le nostre imprese.

La probabilità che nel resto dell'anno gli indicatori economici possano peggiorare non sono quindi diminuite, anzi. Ciò richiede una strategia di durata superiore ai pochi mesi che invece sono stati l'orizzonte di Salvini e Di Maio, preoccupati di vincere le elezioni a maggio, costi quel che costi.

31 marzo 2019

Bollette luce e gas

La sola buona notizia economica delle ultime settimane è il calo delle bollette energetiche. Quasi il 10% in meno per luce e gas.

Colpa o merito di un inverno poco piovoso e con temperature miti, che ha fatto calare la domanda e, mi sa, pure di una produzione industriale che non cresce e magari decresce.

Gli effetti possibili saranno due e non proprio piacevoli: il calo dei prezzi farà scendere l'inflazione, che arriva con fatica all'1% e probabilmente anche il PIL del secondo trimestre, che si sperava potesse crescere un pò.

Tutto ciò influenzerà negativamente il rapporto debito/PIL perchè influenza in negativo il denominatore del rapporto, vale a dire il PIL e peserà sulle finanze pubbliche, riducendo le entrate fiscali.

Ma i conti li faremo a partire da giugno, dopo le elezioni per il Parlamento europeo.


27 marzo 2019

Pericolo Santander?

Contingent convertible bond o CoCo Bond.

E' il nome dell'ultimo allarme lanciato su una possibile nuova crisi bancaria e riguarda la quinta banca europea, Santander,

Si tratta di un tipo di obbligazione emessa dalle banche e destinate solitamente a clienti istituzionali che prevedono due clausole interessanti.

Una prevede la possibilità che la banca rimborsi in anticipo rispetto alla data di scadenza dell'obbligazione, il valore della stessa. Ovvero una clausola che dice che a partire da una certa data e fino alla scadenza oppure in certi momenti prestabiliti, l'emittente cioè la banca può rimborsare l'obbligazione.

L'altra dice che alla scadenza la banca può convertire i titoli in azioni.

Che senso hanno queste obbligazioni?

In epoca di forti perdite per le banca, a causa della svalutazione dei crediti, tale obbligazione garantisce che la banca vedrà sottoscritto almeno in parte un eventuale aumento di capitale reso necessario dalla svalutazione del credito (e conseguente riduzione del capitale, usato per coprire le perdite). Quindi tranquillizza il sistema bancario che funziona sulla fiducia reciproca. E' un modo di dire: tranquilli, il capitale non scenderà sotto soglie pericolose.

Chi sottoscrive l'obbligazione (bond) riceve un premio sotto forma di interesse pagato, perchè corre il rischio di trovarsi in mano azioni invece di contanti, alla scadenza dell'obbligazione, ma sa anche che la banca ha interesse a mostrarsi a posto, e per questo rimborserà le obbligazioni appena possibile, applicando la prima clausola.

Ebbene, qualche giorno fa è scattato l'allarme per i CoCo Bond di Santander, il colosso spagnolo, quinta banca europea. Poteva rimborsare titoli emessi tempo fa ma non l'ha fatto.

Gli analisti si chiedono il perchè e temono difficoltà per la banca.

18 marzo 2019

Chi ha paura di Greta Thunberg?

Greta Thumberg ha 16 anni. Quando ne aveva 15 ha deciso di scioperare. S'è seduta davanti al parlamento svedese con un cartello su cui c'era scritto Skolstrejk for klimatet e ha chiesto che la Svezia riduca in fretta le emissioni di inquinanti, rispettando gli impegni presi a Parigi. La sua storia è stata raccontata ovunque e venerdì scorso si son tenute manifestazioni in oltre 2000 città in decine di paesi.

Chi alla sua età ha avuto ideali, magari ecologisti, sa che gli oppositori non mancano mai. C'è chi ti dice "che ne sai, sei giovane" oppure "è sempre stato così e non è mai morto nessuno". Che chi nega il problema e chi ti spiega che proponi una soluzione che produrrà effetti contrari a quelli desiderati.

I più radicali offrono in cambio altri valori. Di solito fanno riferimento a dio patria e famiglia. Che non sono solo valori (per qualcuno) ma anche modi per imporre gerarchie.

Per questo, ma non solo per questo, Greta Thunberg è stata attaccata in modi davvero sgradevoli. Molti si saranno chiesti come possano una sedicenne o un quattordicenne (che a detta di un giornalista del tg di Sky ha organizzato la manifestazione a Stoccolma) muovere milioni di persone, quando politici in tv tutti i giorni riescono a spostare al massimo qualche decimo di punto nei sondaggi?

Giovani ragazzi che mettono in dubbio certezze, che si dimostrano insensibili alla propaganda altrui, non rispettano le gerarchie e rischiano di creare problemi economici.

Dietro quelli come Trump che negano il riscaldamento globale perchè in inverno nevica, non c'è solo ignoranza e propaganda. Ci sono anche interessi economici, che la propaganda difende (un esempio lo trovate qui: http://www.econoliberal.it/2011/06/paghereste-3000-euro-lanno-per.html ) e continua a difendere, cercando di screditare ragazzi che fortunatamente sono insensibili al vecchio e per questo fanno paura. Più del clima impazzito


14 marzo 2019

I paradisi fiscali europei

L'Europa non piace a molti politici populisti che, in Italia, hanno individuato un avversario grosso e visibile: la Francia di Macron, colpevole forse di fare politiche sgradite o solo di essere un avversario di loro amici politici, come ad esempio il Front National di Marie Le Pen.

Eppure a ben vedere i veri avversari sono altri. I paesi dell'est per esempio. L'Ungheria che ha tassi di disoccupazione molto bassi, ha di recente deciso di far lavorare di più i propri cittadini, che ricevono salari modesti se paragonati a quelli dell'Europa occidentale.
Un esempio di concorrenza sleale di cui si parla poco perché a molte imprese tedesche (ma anche francesi e italiane) conviene acquistare componenti prodotti in Polonia, Romania, Ungheria piuttosto che produrli in patria.

Oppure i paesi più piccoli come Malta, Lussemburgo, Cipro ma anche Olanda e Irlanda. Che non si fanno problemi a concedere condizioni assai favorevoli a imprese estere alla ricerca di paradisi fiscali.

Ebbene l'Italia a causa dei paradisi fiscali in questi 5 paesi, perde ogni anno 6,5 miliardi di imposte. La Spagna 3,5, la Francia 10 e la Germania 15. Misura concreta del fatto che gli avversari non sono a Berlino o a Parigi, ma altrove.

06 marzo 2019

La TAV è anticiclica (ma il governo non lo sa)

Cosa dovrebbe fare un governo quando l'economia è debole?

La risposta à semplice: deve far crescere la domanda e dare certezze perchè da esse dipendono le scelte dei cittadini e delle imprese su consumi, investimenti, lavoro. Se il clima economico è negativo, le imprese non assumono, rinviano gli investimenti e i cittadini consumano di meno.

Gli investimenti sono prociclici: si fanno per soddisfare una maggior domanda futura. Se l'economia va bene vale a dire si immagina una futura domanda più elevata, le imprese investono e assumono nuovo personale e viceversa quando l'economia peggiora. Ciò non fa altro che accentuare l'andamento dell'economia: quando il PIL cresce gli investimenti lo fanno crescere ancora di più, quando diminuisce, contribuiscono al calo più di altri componenti della domanda.

Per questa ragione si invocano politiche anticicliche, ovvero scelte economiche che danno più certezze e fan salire la domanda quando questa è debole e che rallentino la crescita quando ce ne troppa e si rischia una fiammata inflazionistica.

La contestatissima TAV Torino-Lione ha questa caratteristica: in un momento di PIL in rallentamento rappresenta una domanda aggiuntiva e certa. Cosa c'è di meglio di una spesa di miliardi di euro assolutamente certi da spendere in qualche anno, di migliaia di lavoratori impegnati sul territorio, di un indotto che ha commesse per anni?

Se ne sono resi conto le imprese e i lavoratori, schierati contro l'ipotesi di fermare la costruzione della TAV. Sanno che mentre l'incertezza aumenta e le commesse calano, un'opera come la TAV va nella direzione opposta: offre certezze e lavoro.

La loro prospettiva è limitata, certo. Pensano a quel che può accadere nei prossimi mesi o al massimo negli prossimi anni, ma hanno individuato uno strumento anticiclico e chiedono al governo di non rinunciarvi.

Imprese e lavoratori sono anche, forse incosapevolmente, keynesiani. L'economista inglese ha cambiato l'economia prendendo in considerazione il ruolo della domanda in una economia che era stata fino a quel momento studiata soprattutto dal punto di vista dell'impresa, di solito capace di influire poco o per niente sulla domanda.

Keynes suggerì che lo Stato dovesse stimolare la domanda quando questa era insufficiente a garantire il livello di occupazione desiderato e che dovesse farlo stimolando gli investimenti in modo che all'uscita da una crisi la maggiore dotazione di infrastrutture permettesse all'economia di crescere.

Le imprese lo sanno, i lavoratori lo sanno, ma non lo sa il governo che confonde il reddito di cittadinanza e la promessa di spese future con il keynesismo. Ma promettere una metropolitana significa spendere i soldi tra molti anni, non oggi. E anche questo le imprese e i lavoratori pro TAV lo sanno.


18 febbraio 2019

Un fallimento valutato da Ponti

Marco Ponti, non simpatico professore di economia con idee liberiste che ha valutato negativamente la TAV che dovrebbe collegare Italia e Francia, non è nuovo a queste valutazioni. Nel caso della Brebemi, la fallimentare autostrada che collega Milano con Bergamo e Brescia, pare abbia espresso giudizi positivi, come racconta Repubblica:

https://www.repubblica.it/economia/2019/02/18/news/brebemi_a35_ecco_tutti_i_benefici_dell_autostrada_fantasma-219457191/?ref=RHPPBT-VE-I0-C6-P20-S1.6-T1

15 febbraio 2019

Quando arriva la stangata

Vi è mai capitato in passato di leggere di proteste di cittadini a cui è arrivata una bolletta dell'acqua o dell'immondizia particolarmente salata?

Non stiamo parlando di errori, del rubinetto lasciato aperto che ha fatto scattare il contatore, penalizzando l'utente per via di tariffe progressive, ma di stangate causate da enti che all'improvviso aumentano le tariffe, magari raddoppiandole.

Quando c'è di mezzo una privatizzazione, spesso si è data la colpa al privato che prende in carico il servizio dal comune e manda un manager ben pagato a gestire la società, che deve generare profitti per l'investitore.

Ma profitti e spese aggiuntive son sufficienti a spiegare i rincari?

Forse no, come testimonia la città di Genova. Il Secolo XIX racconta che il comune ha deciso di non aumentare le tariffe, colmando coi soldi pubblici la differenza tra i maggiori costi e l'incasso dai cittadini. 

Solo i contribuenti poco fedeli pagheranno una bolletta rincarata di oltre il 18%, scelta su cui si possono avere dubbi: un aumento dell'imposta non spingerà i contribuenti infedeli a pagare.

Il maggior costo della raccolta dei rifiuti si deve sicuramente in buona parte a problemi nello smaltimento. La chiusura di una discarica alle spalle della città, ha costretto a esportare rifiuti verso altre regioni, con un forte aggravio del costi, in assenza di un incremento della raccolta differenziata.

Il congelamento dell'aumento della TARI non spingerà la città e i cittadini a aumentare la raccolta differenziata, e crea il rischio di un aumento futuro molto rilevante. come successo altre volte in altri comuni. Un aumento del 50% di una tariffa si può spiegare con una serie di aumenti che in precedenza non si sono realizzati, per non scontentare i cittadini.

10 febbraio 2019

TAV, qualche numero

Non è ancora stato pubblicato l'ennesimo studio costi-benefici sulla TAV in Valsusa, ma circolano dati e considerazioni.

Pare che i dati dicano che i TIR che ogni giorno attraversano il Frejus siano poco più di 2. 000, un numero insufficiente a giustificare la nuova linea ferroviaria ovvero a spostare almeno 1,5 milioni di TIR l'anno su rotaia.

Ma se si considerano anche i passaggi a Ventimiglia e al traforo del Monte Bianco i passaggi giornalieri salgono a 12.500. Se metà di questi venisse spostato su rotaia, l'obiettivo sarebbe raggiunto e superato. Entro il 2050, dice la commissione guidata da Marco Ponti che sembra aver anche segnalato che mettere le merci su ferrovia significa congestionare le autostrade attorno a Torino o meglio all'interporto di Orbassano dove avverrà il carico/scarico di merci dalla ferrovia, scoraggiando il ricorso alla ferrovia.

Insomma o non si deve fare perchè le merci sono poche o non si deve fare perchè ci sono colli di bottiglia a limitare la fruibilità dell'opera.

I dati confermano che la TAV non può essere considerata solo un'opera che collega due città (Torino e Lione) e le obiezioni paiono viziate da ragionamenti piuttosto conservatori.

Se infatti consideriamo il numero di TIR che ogni giorno attraversano la frontiera, non c'è dubbio che una nuova linea ferroviaria ha ragion d'essere. Tuttavia si dovranno fare scelte che spingano i trasportatori a usare il treno. Lo si deve fare per uno scopo diverso, un pò come quando si chiude il centro storico alle auto per limitare rumore e inquinamento in zone molto popolate.

Altrimenti non è detto che le merci si spostino su ferrovia. La libertà di scelta non si sposa con la tutela dell'ambiente: si fa ciò che conviene e non si considerano le esternalità, come l'inquinamento. Se si vuole raggiungere un certo obiettivo che rappresenta un bene per tutti, servono incentivi, divieti, motivazioni.

Inoltre occorre anche capire che le merci non partiranno tutte da Torino per arrivare a Lione (e vicerversa), come non tutti i passeggeri dell'alta velocità tra Milano e Roma salgono in una delle due città e scendono nell'altra (a ben vedere la TAV collega Torino con Salerno, ma semplifichiamo). Per cui serviranno diversi interporti, ovvero stazioni dedicate alle merci in cui far salire/scendere le merci dal treno.

Il trasporto è fatto di tanti passaggi, si imboccano tante vie di comunicazione, ci sono operazioni di carico/scarico. Se uno di questi si blocca, ne risente l'efficienza complessiva e si sceglieranno altri modi di trasportare le merci o le persone.

Per questo motivo i critici della commissione guidata da Ponti spiegheranno che l'obiezione di autostrde con più traffico attorno a Torino non ha senso. Per far funzionare una ferrovia non basta quei 2-300 km tra Italia e Francia ma anche altri investimenti capaci di liberare dai TIR le autostrade di tutto il nord ovest.


03 febbraio 2019

Bentornato, Mario Monti

No, non sono impazzito. Mario Monti non è il presidente del Consiglio, e purtroppo (qualcuno magari penserà: per fortuna) al governo ci sono Conte, i suoi vice Salvini e Di Maio, all'economia Tria e la Castelli che arriva a chiedere a un partito di opposizione di spiegare la recessione.

Ma in fin dei conti è come se ci fosse, come se Mario Monti fosse il presidente del Consiglio e non dell'Università Bocconi.

Mario Monti che 7 anni fa, nel novembre 2011 entrò a Palazzo Chigi per sostituire Berlusconi è riuscito a spaventare gli italiani con un programma tutto lacrime e sangue, certo invece di creare certezze sui mercati finanziari, riluttanti con chi l'ha preceduto ad acquistare i titoli di stato.

Monti ha criticato le scelte della politica, ha promesso riforme capaci di portare, a suo dire, diversi punti di crescita del PIL, ma nell'immediato ha anticipato l'IMU e preso altri provvedimenti economici che avrebbero dovuto azzerare il deficit nel 2014.

Obiettivi clamorosamente falliti. Il PIL è crollato di quasi 5 punti in due anni e il deficit è rimasto al 3% perchè gli italiani si sono spaventati. Non si sono fidati delle promesse, non hanno pagato le imposte come fossero una tantum. Hanno pensato che era prudente tagliare le spese, rinviare gli acquisti di beni durevoli, per non attirare l'attenzione di un fisco che controllava gli scontrini fuori dai bar e non dava più certezze e sembrava promettere nuove tasse.

Per questo alla fine gli obiettivi promessi da Mario Monti si son rivelati errati: il PIL è sceso bruscamente, le certezze dei conti pubblici hanno prodotto incertezze nei bilanci privati e gli italiani hanno capito che le incertezze causano stangate, che lo spread che sale pericolosamente annuncia un aumento sgradito di imposte e tagli alla spesa.

Hanno imparato talmente bene la lezione, gli italiani, che di fronte alle incertezze del governo Conte, si son rimessi a fare quello che facevano ai tempi di Monti rinviando gli acquisti, girando alla larga dalla borsa e anche dai BTP Italia, tenendo i soldi in banca o portandoli all'estero. Le imprese risentono delle incertezze come quella della TAV e tagliano o rinviano gli investimenti, e le assunzioni.

Insomma siamo tornati ai tempi di Monti. Stesse incertezze sulle imposte e la spesa pubblica, stessi rinvii di spese e investimenti, stesse promesse poco credibili di miglioramenti futuri. Il PIL ne risente allora come oggi a testimonianza che la lezione non è servita perchè non è stata capita.

Non s'è compreso che di fronte a un'Italia frastornata dalla crisi serve meno incertezza, occorre muoversi con delicatezza per non provocare reazioni di paura e a volte anche di panico.

24 gennaio 2019

CETA

Nella puntata di lunedì scorso di Presa Diretta s'è parlato di CETA (vedi qui), l'accordo sul commercio tra Canada e Unione Europea che ha eliminato i dazi.

E' un accordo che diversi partiti, in testa Lega, 5 Stelle e Fratelli d'Italia contrastano ma che pare funzionare egregiamente.

I motivi dell'opposizione al CETA sono tre: aiuterebbe le multinazionali, porterebbe in Italia il grano canadese coltivato con sostanze potenzialmente pericolose e tutela solo 41 prodotti di origine protetta.

I dati che provengono dall'economia dicono che 5 prodotti dei 41 tutelati dall'accordo, rappresentano gran parte delle esportazioni dei prodotti a DOP, mentre sono modestissime le esportazioni di beni come la cipolla di Tropea, ignorata dai trattati ma citata dagli oppositori del CETA come esempio di ingiustizia nei rapporti commerciali.

Le importazioni di grano canadese, previste in automento, sono invece diminuite in seguito alla rimozione dei dazi. La ragione è da ricercarsi nei pesticidi usati in Canada che spaventano i consumatori e italiani e le imprese importatrici.

Invece un anno di CETA ha permesso a molti produttori italiani di aumentare le esportazioni verso il Canada. Si tratta di beni alimentari, come prosciutti, formaggi, pasta ma anche di scarpe, vestiti, gioielli, prodotti

Tutto ciò non dovrebbe stupirci.

La teoria economica insegna che il grano come tutti i prodotti agricoli e quelli minerari, hanno un prezzo che dipende da domanda e offerta. Il consumatore fatica a distinguere un buon grano da un grano di qualità peggiore e quasi sempre l'acquisto di beni come il grano (ma pensiamo anche alle materie prime in generale) è realizzato da aziende che poi trasformano o usano i beni acquistati. Si compra il prodotto più conveniente, pagando di più il prodotto migliore perchè il suo uso comporta costi inferiori.

Diverso è il discorso nel caso dei beni industriali (o agro-industriali come i formaggi o i prosciutti). Il consumatore può capire la qualità e decidere cosa comprare e quanto pagarlo. Si capisce se un prosciutto è più gustoso, se un formaggio è più buono e si decide di conseguenza quanto spendere.

La crescita della vendita dei prodotti italiani in Canada sta avvendendo a spese dei produttori locali, a conferma che le teorie hanno visto giusto.

Il solo problema sono i politici che predicano contro il CETA in nome del sovranismo. L'ultimo è stato Luigi di Mario, 6 mesi fa (vedi qui). rischiano di rovinare un exploit delle imprese italiane premiate per il lavoro svolto.

20 gennaio 2019

Bankitalia vs Di Maio: chi ha ragione e perché

Banca d'Italia rivede al ribasso le stime di crescita del 2019. Il governo aveva corretto la previsione di una crescita del PIL: dall'1,5% all'1%. Secondo la Banca d'Italia invece il PIL crescerà dello 0,6%, dato che ha suscitato la reazione del ministro Di Maio che ricorda che le previsioni in passato si son rivelate errate.

Per capire chi ha ragione, vorrei provare a fare una piccola simulazione numerica.

Immaginate che il PIL di un ipotetico stato sia nel 2017 pari a 1000 e crescente nel corso dell'anno. E quello che succede quando una economia va bene. Nel primo trimestre il PIL è 247, nel secondo 249 ecc.. La crescita è sempre di 2.

La crescita continua nei primi due trimestri del 2018 per poi diminuire nella seconda metà dell'anno: è quello che sta succedendo in Italia. La Banca d'Italia ha infatti segnalato che i dati disponibili suggeriscono un calo del PIL anche nell'ultimo trimestre del 2018. Tutto questo è sintetizzato nei dati che trovate qui sotto (per adesso non guardate i numeri rossi).


2017 2018
1° trimestre 247 253 253
2° trimestre 249 255 253
3° trimestre 251 254 253
4° trimestre 253 253 253
PIL annuo 1000 1015 1012
% variaz
1,5% 1,2%

Come potete leggere, con queste ipotesi il PIL risulta cresciuto nel 2018 dell''1,5% rispetto al PIL 2017, ma è bene osservare che questa crescita dipende in gran parte dal trend crescente del 2017 vale a dire dal fatto che il PIL di ogni trimestre del 2017 è stato superiore al precedente.

E qui entrano in gioco i dati in rosso. Immaginiamo che nel corso del 2018 il PIL non cresca e che i valori non siano quelli in nero della colonna 2018 ma quelli scritti in rosso. In questo caso il PIL 2018 risulta pari a 1012, l'1,2% in più del 2017. Quindi se nel corso del 2018 non ci fosse alcuna crescita, il PIL risulterebbe comunque in crescita rispetto all'anno prima.

Allora possiamo dire che la crescita pari al 1,5% del PIL 2018 rispetto al PIL 2017 è per l'1,2% ereditato dal 2017 e per il restante 0,3% dovuto a quanto successo nel corso del 2018.

Se la variazione del PIL di un anno dipende in parte da quanto successo l'anno prima, aggiungiamo un ipotetico 2019 ipotizzando che il PIL diminuica nel primo trimestre e poi riprenda a salire. Anche queste sono ipotesi realistiche (il PIL è in calo ed è probabile che il calo continui a inizio 2019) e concordano con quanto afferma il governo che dice che la manovra è espasiva ma molte misure avranno effetto solo a partire da aprile.


2017 2018 2019
1° trimestre 247 253 252
2° trimestre 249 255 254
3° trimestre 251 254 256
4° trimestre 253 253 258
PIL annuo 1000 1015 1020
% variaz
1,50% 0,49%

I numeri dicono che il PIL 2019 cresce dello 0,49% ovvero molto più lentamente del 2018 quando s'è registrato un 1.5%. Questo perché il calo nella seconda metà del 2018 e nel primo trimestre 2019 (rispetto al trimestre precedente) porta nel 2019 un calo del PIL dello 0,3%.

Se non ci credete, al posto dei valori del 2019 scrivete 253 ovvero ipotizzate che nel 2019 non si cresca rispetto all'ultimo trimestre 2018, e fate i conti. 

Dunque abbiamo fatto alcune ipotesi realistiche: che il PIL diminuisca nel primo trimestre 2019 oltre che nella seconda parte del 2018, per poi risalire a partire dal secondo trimestre cioè da quando saranno opeative quota 100 e il reddito di cittadinanza. I numeri suggeriscono un calo del PIL 2019 che tuttavia resta positivo, perchè s'è ipotizzata una ripresa a partire dal secondo trimestre. 

E tutto questo è proprio quello che ha spiegato Bankitalia: visto il calo che si sta registrando in questi mesi e con i dati disponibili, il PIL del 2019 risulterà positivo ma in forte calo rispetto alle previsioni.

17 gennaio 2019

MPS

Date un'occhiata alla figura: sono i principali dati del bilancio del Monte dei Paschi di Siena riferiti ai primi 9 mesi del 2018.


I dati raccontano di una banca in sofferenza, dove diminuisce un po' tutto, dal numero delle filiali (quasi il 10% in meno) alla raccolta (-4%), ai ricavi (-21.9%).

C'è un dato che stupisce: l'utile per azione è di 34,4 centesimi. Un dato incredibile rispetto al prezzo che è di 1,24 oggi ed era di 1,51 la scorsa settimana, prima che venisse diffuso il contenuto di una lettera della Banca Centrale Europea che chiede coperture dei crediti deteriorati più pesanti delle attese.

MPS in altri termini dovrà occuparsi più in fretta del previsto dei crediti deteriorati, svalutandoli. E questo significa grandi perdite future che andranno coperte con aumenti di capitale, come ha segnalato il sottosegretario Giorgetti.

I 34.4 centesimi di utile dicono che MPS è risanata ma anche che dovrebbe valere più di 1,24 euro a azione. Ma il calo costante del valore dell'azione suggerisce un altro scenario. La banca non è sana, dovrà svalutare e chiedere altri soldi agli azionisti, il primo dei quali è lo Stato italiano. Così gli acquisti di azioni MPS hanno la peggio rispetto alle vendite e il titolo cala.


11 gennaio 2019

Cannabis

C'è in Senato una proposta, firmata 5 Stelle, per la liberalizzazione della cannabis che già si produce per scopi medici e anche per uso ricreativo, anche se si tratta di una sostanza con un principio attivo "light".

I sostenitori della legalizzazione o depenalizzazione della cannabis portano argomentazioni economiche: legalizzare vuol dire togliere risorse alle organizzazioni criminali che trafficano in droghe.

C'è una contea della California dove si produce cannabis e che ha sperimentato sia il proibizionismo che diversi tipi di legalizzazione (per uso personale e per la produzione destinata alla vendita). E' la contea di Humboldt che si trova nel nord, al confine con l'Oregon.

Una sorta di documentario di Netflix, Murder Mountain, racconta soprattutto nella seconda puntata, cosa è successo e cosa sta succedendo in una zona che produce gran parte della cannabis (legale e illegale) prodotta negli USA.

Tutto inizia verso la fine degli anni 60 quando hippies che vogliono vivere lontano dalle città e dal poco amato mondo capitalistico comprano terreni nella contea di Humboldt che ha la caratteristica di essere isolata, boscosa e di avere terreni convenienti. Creano fattorie, villaggi e producono cannabis.

E' illegale ma le autorità tollerano. Una parte del prodotto viene venduto al di fuori della comunità che si autoregola e che coi guadagni finanziano edifici e servizi pubblici. Un primo salto di qualità si verifica con l'importazione dall'Asia di semi di varietà con una maggiore quantità di principio attivo: i prezzi salgono con la "qualità" del prodotto.

Poi arriva il proibizionismo voluto da Nixon. Si dstruggono le produzioni, si incarcerano i produttori che cercano di nascondere le piantine, ma guadagnano ancora di più, pechè un prodotto difficile da trovare aumenta di prezzo.

E' invece negativo l'impatto sociale: la repressione spinge i coltivatori a creare un mondo a parte con proprie regole che servono a evitare guai con la giustizia.

Inoltre molti degli hippies pacifici che avevano fatto una scelta di vita andando a vivere nella contea, la abbondonano, sostituiti da individui pericolosi e aggresivi, attirati dalle possibilità di guadagno. Ne consegue un aumento della criminalità, decine di persone scompaiono, si moltiplicano gli ominci in particolare in una zona che dà il nome alla serie tv: Murder Mountain.

Negli anni 90 arrivano i referendum nello Stato della California che permettono una produzione limitata, destinata all'uso personale. I coltivatori ne approfittano, trovano zone grigie nella normativa e ne approfittano per produrre il più possibile, legalmente.

Infine un altro referendum nel 2016 rende legale la produzione destinata al commercio. Il prezzo crolla e aumentano i costi per i produttori: La ccannabis deve essere analizzta prima di essere immessa sul mercato per escludere la presenza di sostanze vietate, e s devono pagare costosi permessi rilasciati dalle autorità locali, nonchè le imposte.

Succede così che mentre il prezzo crolla, i margini di guadagno scendono e molti agricoltori smettono di produrre cannabis.

Le produzioni illegali diminuiscono ma meno del previsto perchè il divieto di usare cannabis in molti stati ameicani stimola i produttori a mantenere le produzioni non autorizzate, che offrono guadagni interessanti, sia perchè il prezzo della vendita nel mercato nero è più alto, sia perché non si devono sostenere i costi imposti dalla legalizzazione.

02 gennaio 2019

CARIGE

La notizia più importante di inizio anno, almeno in Italia, è il commissariamento di Banca CARIGE, un tempo cassa di risparmio di Genova e Imperia.

La scelta è stata compiuta dalla BCE che l'ha spiegata ai vertici aziendali insieme alla Banca d'Italia, in seguito alla decadenza del consiglio di amministrazione, avvenuta per una serie di dimissioni negli ultimi 10 giorni. Il 22 dicembre infatti il primo azionista, Malacalza Investimenti che rappresenta una ricca e poco nota famiglia genovese, s'è astenuto sull'ipotesi di aumento di capitale da 400 milioni.

Aumento necessario dopo che i conti del terzo trimestre del 2018 si son chiusi con una pesante perdita causata da svalutazioni imposte dalla BCE.

Da anni ormai la crisi di CARIGE consiste in crediti inesigibili che causano forti perdite che azzerano il valore delle azioni e richiedono forti aumenti di capitale. Un contesto difficile all'interno del quale alcuni ricchi imprenditori liguri hanno deciso di acquistare azioni e sottoscrivere aumenti di capitale.

Perchè l'hanno fatto? Perchè pensavano che una volta eliminata una gran quantità di "non performing loans" non ci sarebbe stato più bisogno di aumenti di capitali. Ma qualcuno li ha convinti o meglio illusi che la serie di svalutazioni di crediti era finita oppure si sono convinti da soli di poter gestire una banca come una qualsiasi impresa?

Lo scopriremo forse in futuro. Quel che è certo è che le banche non sono imprese industriali e la BCE può imporre svalutazioni e aumenti di capitale, come è successo in autunno a CARIGE.

Di fronte alla richiesta di sottoscrivere un aumento di capitale, i principali azionisti della banca hanno opposto un rifiuto, chiedendo al management un piano industriale che escludesse futuri aumenti di capitale.

La banca tuttavia non poteva aspettare, servivano fondi per rispettare i vincoli imposti dalla BCE. I capitali sono arrivati dal sistema bancario, che ha versato 320 milioni. Il management ha quindi chiesto agli azionisti un aumento di capitale, da usare in gran parte per restituire i soldi al fondo interbancario. In caso contrario questo diventerà il principale azionista di CARIGE.

Chiamati a decidere, gli azionisti il 22 dicembre si sono astenuti. Nei giorni successivi molti membri del consiglio di amministrazione si sono dimessi e alla fine la BCE ha commissariato la banca.

Nel comunicato di CARIGE si dice che i commissari valuteranno il da farsi con il fondo interbancario: i 320 milioni prestati alla banca potrebbero trasformarsi in azioni. Il rischio per chi ha investito decine o centinaia di milioni è di perdere quasi tutto. Malacalza Investimenti ha oggi in mano il 27% delle azioni che valgono circa 20 milioni, 400 in meno di quanto speso. Senza aumenti di capitale la quota diminuirebbe. Inoltre c'è il rischio che CARIGE sia ceduta come le banche venete per una cifra simbolica, cosa che per gli azionisti vorrebbe dire perdere tutto.

Comunque finirà, questa vicenda dice ancora una volta che il mondo delle banche è molto particolare. Non valgono solo le regole del mondo delle imprese e anche ricchi imprenditori che hanno guadagnato milioni con investimenti azzeccati, possono sbagliare, forse perchè mal consigliati o perchè non hanno compreso le regole del gioco bancario.

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