29 dicembre 2014

Questione di valori

A volte ho la sensazione che le scelte economiche dipendano molto dai valori di chi decide.

Prendete per esempio la questione della sanità negli USA: l'idea che la sanità sia un servizio che solo alcuni possono permettersi tira in ballo valori profondi. Sapere che il proprio vicino o collega potrebbe avere enormi problemi di salute e economici a causa di una malattia improvvisa o che noi stessi potremmo trovarci nelle stesse condizioni è un'idea che altrove nel mondo sarebbe insopportabile.

Negli USA invece l'idea è sopportata. Che ciascuno debba pensare a se stesso e peggio per chi non ce la fa, è la norma, molti condividono i valori americani, molto diversi da quelli degli europei.

Anche da noi gli esempi non mancano. A ottobre la pioggia ha causato molti danni a Genova e in Liguria, colpendo soprattutto case e negozi. Un mese più tardi s'è disputata Italia-Albania, amichevole tra nazionali di calcio, gicoata a Genova per dare una mano agli alluvionati.

C'è voluto un mese e diverse lettere e telefonate per indurre la Federcalcio che ha organizzato la partita a decidere di dare una parte dei soldi agli alluvionati. Il regolamento della Federcalcio prevedeva di poter usare i soldi soltanto per ripristinare gli impianti sportivi danneggiati dall'alluvione.

Niente soldi alle persone, alle attività produttive, a chi ha perso la casa o l'auto (ma poi hanno cambiato idea). Com'è possibile?

Questione di valori: evidentemente la Federcalcio si considera un mondo a parte, indifferente a quel che succede ai comuni mortali, se non fanno parte del mondo del calcio. Lavorano solo per se stessi e nessuno si ribella.

Non è strano, se ci pensiamo: l'Italia è piena di persone, associazioni, partiti ecc che pensano che i propri valori, i propri interessi, i propri progetti siano prevalenti e separati da quel che succede nel resto d'Italia.

Ed è per questo che spesso le scelte di un paese sono irrazionali e producono effetti poco piacevoli.

24 dicembre 2014

Premio IgNobel all'ISTAT

Il premio Nobel per l'economia si assegna agli studiosi che, attraverso le loro teorie, hanno spiegato come funziona l'economia.

C'è il rovescio della medaglia: il premio IgNobel, assegnato a Harvard con cerimonie scherzose a chi ha pubblicato ricerche divertenti e inutili, a chi ha fatto scelte ridicole.

Nel 2014 il vincitore è l'istituto italiano che si occupa di statistiche, l'ISTAT "per aver preso orgogliosamente l’iniziativa di adempiere al mandato dell’Unione Europea di aumentare l'entità ufficiale della propria economia nazionale, includendo nel calcolo del PIL i guadagni ottenuti da prostituzione, commercio illegale di droghe, contrabbando e tutte le altre operazioni finanziarie illecite che avvengono tra persone volontarie".

19 dicembre 2014

Fine del TARP, con guadagno

Vi ricordate il TARP? Era il 2008, Lehman Brothers era appena fallita e la fiducia nel sistema bancario-finanziario era crollato come i prestiti. L'amministrazione Bush, che aveva molto da farsi perdonare, decise di prestare oltre 700 miliardi di dollari alle imprese americane più importanti che rischiavano di non avere credito, con gravi conseguenze economiche.

Le cronache raccontano che il ministro del Tesoro e il governatore della banca centrale di New York misero attorno a un tavolo gli amministratori delle principali banche e assicurazioni americane, imponendo loro di accettare i prestiti. In caso contrario avrebbero rischiato di non ricevere aiuti, in caso di necessità.

Con il TARP gli USA riuscirono a ridurre l'impatto negativo del fallimento di Lehman Brothers, evitando il fallimento di altri colossi bancari e assicurativi.

Ora il TARP sta giungendo al termine. Molte imprese hanno restituito in fretta i prestiti per evitare le conseguenze negative delle regole imposte a chi ha ricevuto i soldi, altri hanno ricevuto i soldi in cambio di azioni, che ora il governo americano sta finendo di vendere.

E ci guadagna! Finora il bilancio è positivo per oltre 15 miliardi di dollari, come spiega la CNN.

Somma che non tiene conto dei vantaggi indiretti, vale a dire delle mancate perdite per imprese, occupazione e fisco derivanti dal mancato contagio delle imprese finanziate dal TARP. Non è tantissimo, equivale allo 0,1% del PIL americano, ma è più che sufficiente per dire che ne è valsa la pena: lo Stato che salva le imprese non fa il male dell'economia.

18 dicembre 2014

Innovazione?

Guardando un pezzettino di Announo, ho notato una giovane partecipante, chiaramente con idee politiche di centrodestra, che si dà molto da fare per sostenere le sue idee. Vado a cercare notizie e trovo che si definisce (vedi qui) esperta di marketing, che collabora con l'Istituto Bruno Leoni, fa parte del Tea Party italiano e elenca le sue esperienze lavorative.

C'è un solo link che rimanda a un video su Youtube che illustra la "realtà concreta" del "più giovane imprenditore italiano", che si è regalato l'azienda appena dopo aver compiuto 18 anni, con 20 giovani, "una squadra vincente" e via discorrendo. In quest'altro articolo il giovane imprenditore, che nel frattempo da Genova s'è spostato a Torino, parla di soldi che molti sarebbero disposti a investire. Promette assunzioni e un'ampliamento internazionale dell'azienda. Ma non perde l'occasione per fare qualche affermazione "politica" sul tema del lavoro.

Come si chiama l'azienda del Bill Gates italiano (come viene definito nel video)? Innit.

L'avete mai sentita nominare? Io no. Su internet non esiste neanche un sito. Come può un'azienda innovativa gestita da giovani non avere un sito internet?

Semplice: l'azienda del Bill Gates nostrano non esiste più, come racconta questo articolo del Secolo XIX che lancia il sospetto che qualcuno sia fuggito con i soldi, mentre il giovvane imprenditore italiano ammette che l'azienda non ha mai fatto utili.

Ma forse ha fatto bene a qualche giovane esperta di marketing che in tv e su internet ci spiega la sua filosofia liberista.



17 dicembre 2014

Il crollo del petrolio..e di altri

Da diversi giorni le borse europee registrano forti ribassi (e qualche rialzo) in un contesto decisamente instabile. Colpa del prezzo del petrolio, sceso repentinamente, che mette in allarme i mercati.

I calo del petrolio ha vari effetti, molti (ma non tutti) negativi.

L'aspetto positivo è sul prezzo dell'energia, che diminusce. Avere benzina o gasolio a buon mercato è una buona cosa per i consumatori europei e americani, che possono spendere di più per viaggiare o per comprare altri beni e servizi, e per le aziende automobilistiche e le compagnie aeree.

Molti di più gli aspetti negativi.

Il crollo del prezzo del petrolio mette in crisi diversi Stati, le cui entrate dipendono in buona misura dalla produzione di petrolio. Se si riducono le entrate, aumenta il rischio di fallimento di paesi come Russia o Venezuela, con diverse conseguenze: i titoli stato emessi dai paesi in crisi diventano molto rischiosi, chi li possiede se ne libera e chi li sottoscrive chiede tassi più alti.

La crisi dei titoli di stato e anche delle azioni di paesi come la Russia rischia di colpire l'occidente sul piano finanziario, perché banche e fondi possiedono titoli russi e hanno prestato soldi a imprese e governi che oggi rischiano di diventare insolventi e attraverso un calo della domanda di beni occidentali da parte dei paesi produttori di petrolio, che importano beni di consumo, soprattutto di lusso per soddisfare la domanda delle ricche elite, e beni strumentali.

Il calo del petrolio deprime gli investimenti delle società petrolifere, ma anche delle società che investono nelle energie alternative, il cui prezzo sale rispetto al prezzo delle fonti energetiche provenienti dal petrolio.

Il calo degli investimenti delle aziende dell'energia viene percepito in modo molto negativo dai mercati perchè deprime economie deboli, che con un calo degli investimenti rischiano di diventare ancora più deboli o di cadere in recessione.

Le vicende petrolifere peggiorano gli scenari politici, aumentando il rischio di futuri conflitti tra paesi che oggi si fanno la guerra a colpi di prezzi del petrolio.

Infine c'è una conseguenza all'apparenza positiva: il calo dei prezzi provocato dal calo del petrolio. Se vivessimo in economie a rischio inflativo, un calo del prezzo del petrolio sarebbe accolto con entusiasmo dai mercati, perchè vorrebbe dire far scendere l'inflazione. Ma oggi l'Europa soffre per il rischio deflazione. Un calo dei prezzi non è visto di buon occhio.

15 dicembre 2014

Weidmann

Parole imcredibili quelli di Jens Weidmann, il presidente della BCE, ovvero il rappresentante della Germania in seno alla banca centrlae europea.

Il conservatore Weidmann spiega che è sbagliato comprare titoli di stato perchè ciò stimolerebbe l'indebitamento degli stati.

Tesi difficile da condividere e non solo perchè il debito aumenta, sì, ma nei limiti stabiliti (il famoso vincolo del rapporto deficit/PIL impone un limite all'indebitamento annuo e quindi alla crescita del debito pubblico).

Ci sono anche altre ragioni. Acquistare titoli del debito significa far scendere i tassi e quindi la spesa (pubblica) per interessi. E il debito, è bene ricordarlo, è sostenibile fino a quando alle aste si presenta qualcuno a comprare i titoli di stato emessi.

Se i tassi di interessi fossero alti la spesa pubblica sarebbe alta e i dubbi di sostenibilità del debito spingerebbero molti potenziali acquirenti dei titoli pubblici a disertare le aste, anche solo per prudenza, per evitare di sottoscrivere titoli troppo rischiosi (rischio e rendimento di solito sono legati).

La tesi di Weidmann sono poco condivisibili anche da un punto di vista teorico, come spiega questo articolo.

Il presidente della BCE ha in mente un irrealistico modello concorrenziale nel quale quando cambia qualcosa per effetto di una decisione politica, si innescano una serie di reazioni che tenderebbero a annullare o a ridurre fortemente l'effetto positivo sull'economia. Ragion per cui sarebbe inutile o magari anche controproducente cercare di influenzare un'economia che funziona bene solo quando è libera da decisioni politiche.

L'economia in realtà non funziona così e gli acquisti di titoli pubblici, come spiega l'autore dell'articolo, possono influenzare positivamente l'economia, checchè ne pensino i conservatori tedeschi.


12 dicembre 2014

Giallo FCA

Qualche settimana fa Marchionnne, illustrando i dati del gruppo Fiat-Chrysler, spiega che nel 2015 Ferrari sarà quotata alla borsa di New York. In un attimo il prezzo delle azioni di FCA (Fiat-Chrysler) schizza impazzito verso l'alto chiudendo la seduta di borsa con un incremento record. Contemporaneamente si annunciano altre operazioni che riguardano il titolo, tra cui l'emissione di obbligazioni che nel 2016 verrà pagato in azioni del gruppo e l'emissione di azioni nel mercato americano.

Da quel momento inizia un piccolo rally in borsa per il titolo FCA, che sale in poche settimane da poco più di 7 euro a oltre 11.

Nei giorni scorsi FCA spiega che le azioni verranno emesse a 8,80 euro e il titolo FCA dagli oltre 11 euro inizia a scendere verso quota 8,80.

Ma prima che si diffonda la notizia del prezzo di emissione qualcuno inserisce un ordine di vendita di un gran numero di azioni FCA.

La Consob indaga, ma pare certo che al di là di eventuali comportamenti scorretti, il mercato azionario è dominato  dagli speculatori che fanno salire e scendere i valori con estrema facilità e realizzando enormi profitti.

10 dicembre 2014

Perle di Benetazzo

Qualche giorno fa il blog di Grillo ha ospitato un articolo di Eugenio Benetazzo, presunto esperto di economia, che come al solito ha descritto un'Italia al limite del fallimento e un futuro molto negativo.

Benetazzo s'è fatto una fama proprio predicando disastri. Ma i disastri si realizzano?

Ecco qualche perla, trovata cercando tra i suoi interventi.

- Nel 2011 prevede un'imposta patrimoniale tra il 3 e il 5% per ridurre il debito pubblico di 400-500 miliardi:urge una manovra consistente volta al risanamento dei conti pubblici non per 30/40 miliardi di Euro come abbiamo avuto modo di sentire dall'esecutivo in questi ultimi periodi, ma notevolmente più consistente, 400/500 miliardi di Euro  - Il debito pubblico americano sarebbe pari al 300% del PIL, come scrive qui, il triplo del vero.
- Dal 2008 poi Benetazzo sostiene almeno dal 2008 l'idea che si debba creare una seconda moneta nell'area euro e magari anche una terza. Siamo nel 2014 e l'idea resta senza seguito. 
La disastrosa economia statunitense provocherebbe la fuga dal dollaro: Banche centrali, fondi, società di investimento e grandi speculatori stanno scappando in silenzio da questa valuta, considerandola ormai molto insicura ed instabile.  Con la conseguenza a dire di Benetazzo che !in molti cominciano a profetizzare che non rivedremo mai più il rapporto euro/dollaro sotto 1.20"e quindi sconsiglia di comprare titoli in dollari: "si consiglia perciò di posizionarsi su strumenti, azioni e fondi quotati in dollari americani."  Inutile dire che noostante la crisi il dollaro resta forte. Le affermazioni di Benetazzo (trader indipendente, si definisce) dimostrano ingenuità perchè da sempre il dollaro è una moneta comprata quando l'economia va male. Un catastrofista come lui avrebbe dovuto consigliare il dollaro, invece del contrario.  Catastrofismo che lo porta a dire che il petrolio salirà (vedi qui) perchè s'è già raggiunto il picco di produzione. Altra tesi sfortunata e contraddittoria per un catastrofista, perchè se l'economia va male, la domanda scende e con essa il prezzo del petrolio.  Insomma un disastro o quasi, tesi bizzarre di un personaggio a cui Grillo s'è affidato per spaventarci un pò, con la tesi che presto arriverà la troika. Tesi credibile solo per chi non s'è ancora reso conto che lo spread non è a 500 ma a 140.   



07 dicembre 2014

Con gli immigrati si guadagna ...

La settimana scorsa Roma è stata sconvolta dallo scandalo della mafia autoctona, criminali guidati da un neofascista che manipolava appalti e distribuiva tangenti.

Uno degli arrestati è stato intercettato mentre spiegava che gestendo gli immigrati guadagnava più che col traffico di droga. Com'è possibile?

Un'idea ce l'avrei e provo a spiegarla.

Immaginate di dover fare un viaggio in auto. Il viaggio ha un costo: benzina, autostrada, oltre a i costi generali delle auto come assicurazione, bollo, manutenzione. Ipotizziamo che il costo sia 30 euro.

Se aggiungete una persona in auto, spenderete qualcosa in più (consumerete un pò di più). Diciamo 32 euro. 2 euro è il costo di una persona in più in auto. Ora immaginate di dare un prezzo al viaggio in auto, un pò come succede con blablacar: per un viaggio di 150 km vi chiederanno 10 euro, anche se il costo per trasportare una persona in più in auto è di 2 euro. Chi offre il passaggio, fa pagare all'ospite parte dei costi che sosterrebbe in ogni caso, facendo il viaggio.

Se il conducente trasporta 4 persone e ognuna costa 2 euro, i costi totali salgono a 38 euro (30 per il viaggio, 2 per ciascuna persona in più). Se ciascuno paga 10 euro, il proprietario dell'auto viaggerà gratis, anzi si mette in tasca 2 euro. Se potesse portare altre persone, lo farebbe perchè gli conviene.

Ora cosa succede con gli immigrati? Lo stato si convenziona con un soggetto esterno che gestisce il centro di accoglienza e paga una retta giornaliera per ogni persona ospitata.

Buona parte dei costi sono indipendenti dal numero delle persone ospitate (30 euro nel caso dell'auto), altri invece variano col numero degli ospiti (2 a testa nel caso dell'auto).

Ma lo stato invece di pagare 30 euro più 2 per ogni ospite in più (più magari qualcosa per dare un profitto a chi gestisce il servizio) paga 10 euro a persona. Chi gestisce il servizio ha interesse a aumentare gli ospiti della struttura perchè ogni ospite in più garantisce un margine elevato (spende 2 euro e ne incassa 10).

C'è qualcosa che non va nel modo di pagare chi gestisce i centri di accoglienza. Un metodo sbagliato che stimola le truffe e attira i furbetti (e i delinquenti). 


06 dicembre 2014

Napoli calcio

Sono usciti i dati di bilancio del Napoli calcio nella stagione 2013-14, una stagione interessante perchè il Napoli ha rivoluzionato la squadra, cedendo per una settantina di milioni un giocatore importante come Cavani e l'ha sostituito con alcuni altri giocatori pagati complessivamente la stessa cifra.

La vendita di Cavani ha fatto impennare i ricavi, saliti a 237 milioni di euro dai 151 dell'anno precedente. Ma di questi 237 milioni quasi 70 sono plusvalenze, cioè guadagni derivanti dalla vendita di Cavani e di un altro calciatore. Una somma molto rilevante, ma una tantum.

I diritti televisivi della serie A ammontano invece a 64 milioni, circa 2/3 di quanto incassa la Juventus. I biglietti venduti per le partite allo stadio contribuiscono al bilancio per oltre21 milioni, circa la metà della Juventus.

Ma la vera differenza con la squadra più popolare d'Italia è negli sponsor: Acqua Lete, il principale sponsor, versa al Napoli 6 milioni, circa un terzo di quanto versa Jeep alla Juventus mentre Macron, lo sponsor delle magliette, paga meno di 2 milioni. La Juventus dalla prossima stagione otterrà quasi 30 milioni dai tedeschi di Adidas.

C'è poi il capitolo costi: il Napoli ha sostituito Cavani con Higuain e poi ha comprato i vari Callejon, Albiol, Mertens e ciò ha fatto impennare sia il monte stipendi, passato da 64,6 a 83,6 milioni (aumento di quasi il 30%) sia gli ammortamenti, passati da 35 a 59,3 milioni, a livelli di squadre con incassi molto più elevati (la Juventus registra ammortamenti di circa 60-61 milioni).

Un aumento dei costi di oltre il 40% che potrebbe creare problemi in futuro, visto che le entrate sono aumentate soprattutto grazie a voci una tantum. Senza la partecipazione alla Champions League e senza plusvalenze da cessione di calciatori, il Napoli rischia di chiudere la stagione in corso con una perdita. La prima dopo 7 anni di utili, impiegati per lo più per alimentare riserve da usare per coprire perdite future.

04 dicembre 2014

Referendum in Svizzera

Lo scorso week end si sono tenuti in Svizzera tre referendum, fortunatamente bocciati dalla popolazione.

Il primo referendum riguardava l'immigrazione: si voleva limitare il numero di stranieri che possono lavorare in Svizzera. La ragione del referendum, o meglio la scusa, è ecologica: le risorse in Svizzera sono limitate e per questo occorre limitare gli stranieri che lavorano nel paese.

Il secondo referendum era sul regime fiscale privilegiato, che riguarda circa 5500 stranieri, che portano in Svizzera, dove trasferiscono la residenza, parte del loro ingente patrimonio e possono accordarsi per un'imposta forfettaria, calcolata non sul reddito ma sul tenore di vita. In pratica si calcola ciò che presumibilmente una famiglia consuma e si calcola di conseguenza l'imposta.

In questo modo la Svizzera importa capitali che aiutano non poco l'economia e incassa -a spese di altri stati- un'imposta bassa in percentuale ma molto utile a riempire le casse statali, con indubbi vantaggi per gli svizzeri, che grazie a tale entrata, pagano meno imposte.

Perchè gli svizzeri avrebbero dovuto rinunciare a tali vantaggi?

Infine c'era un assurdo referendum sull'oro della banca centrale: si proponeva di riportare in Svizzera tutto l'oro della banca centrale e di vietare in futuro la vendita di tale oro, aumentando le riserve auree della banca centrale.

Un'operazione costosa e priva di vantaggi: costosa perchè è costoso comprare altro oro, mentre la vendita avvenuta in passato ha regalato risorse usate dagli svizzeri per ridurre il debito pubblico, e priva di vantaggi perchè le riserve di una banca centrale sono composte da dollari, euro, yen e altre monete.

Il legame tra la moneta e l'oro è quasi inesistente da decenni. Gli svizzeri lo sanno e hanno bocciato anche questo referendum.


30 novembre 2014

La genialata (si fa per dire) di Giavazzi

Non sapendo come criticare il jobs act, Francesco Giavazzi ha scoperto una presunta pecca: se si adotta un sistema a tutele crescenti si disincentiva chi ha già un lavoro a cambiare posto.

Infatti se un lavoratore cambia posto, perde i diritti acquisiti e comincia un periodo in cui i suoi diritti aumentano gradualmente, fino a tornare quelli di prima.

Perchè -dobbiamo chiederci- un lavoratore cambia lavoro volontariamente?

La prima possibilità è che il lavoratore possa cercare un nuovo lavoro perchè l'ambiente di lavoro diventa difficile. E' il caso di un'impresa in difficoltà oppure di una situazione di incompatibilità tra persone che lavorano nella stessa impresa.

Se il lavoratore che teme di perdere il lavoro o si scontra con colleghi o dirigenti e decide di andarsene, probabilmente è poco interessato ai diritti che perderà. Preferisce avere meno diritti lavorando però in un ambiente non ostile o con la certezza di non doversi preoccupare di restare disoccupato.

L'altro caso è quello del lavoratore che cambia posto perchè alla ricerca di un'occasione di crescita professionale e di uno stipendio migliore.

A questo punto apriamo una piccola parentesi.
La legge a tutele crescenti serve a ridurre i vincoli per un'impresa che, scelto un lavoratore e scoperto di aver commesso un errore, vuole interrompere il rapporto di lavoro.

Il lavoratore che lascia un posto di lavoro perchè grazie a un buon curiculum cerca un'occasione di lavoro, è diverso dal lavoratore privo di esperienza alla ricerca del primo impiego e dal lavoratore con poca esperienza a cui magari non è stato rinnovato il contratto a tempo determinato.

Il lavoratore con esperienza sa di correre un minor rischio di essere licenziato perchè l'impresa che lo assume vuole acquisire le sue competenze e per questo è disposta a pagarlo di più.

Perchè dovrebbe rinuciare a un'occasione migliore, come pensa Giavazzi?

29 novembre 2014

Widiba

Da qualche settimana è iniziata la campagna pubblicitaria martellante di Widiba, banca online che promette tassi convenienti e awmlicità nell'uso.

Niente di male, vien da dire. Cose già viste: vi ricordate la pubblicità di Che Banca, con ballerini e musica?

In quel caso il nome era italiano. Nel caso di Widiba si può pensare a una banca straniera che sbarca in Italia.

Invece Widiba è una banca italianissima, appartiene al Monte dei Paschi di Siena che ha rinunciato alla classica sigla MPS. Forse perchè è, insieme alla Cassa di Risparmio di Genova, la peggiore banca italiana e se mostrasse la sua vera identità molti clienti eviterebbero di rivolgersi a Widiba?

27 novembre 2014

Guerra del petrolio?

La storia del petrolio è costellata di guerre, che di solito sono il modo in cui un paese o un gruppo politico cerca di controllarne i pozzi di petrolio, direttamente o indirettamente, vale a dire controllando il governo di uno stato ricco di petrolio. 

Da qualche mese il prezzo del petrolio è in discesa e la riunione dell'OPEC ha forse aperto la porta a ulteriori ribassi, perchè non s'è trovato un accordo per ridurre la produzione.

Pare una guerra al contrario, perchè le guerre per il petrolio hanno sempre provocato un aumento del prezzo. A volte anche shock petroliferi capaci di provocare forti recessioni nel mondo industrializzato, che consuma molto petrolio.

Questa volta però il prezzo cala. Le ragioni paiono essere due. Una economica e una politica.

La ragione economica riguarda la produzione di shale oil, petrolio ottenuto con tecniche nuove, che ha fatto salire la produzione petrolifera negli USA. Il petrolio estratto in questo modo è però molto costoso e conveniente solo se il prezzo supera gli 80 euro al barile.

Di fronte a un prezzo che cala molte imprese americane e le banche che le hanno finanziate, forse troppo generosamente, sono entrate in crisi.

L'Arabia Saudita che s'è opposta alla diminuzione della produzione e quindi al tentativo di fermare il calo dei prezzi, starebbe cercando di mettere fuori gioco tale produzione.

Poi ci sono le ragioni politiche: negli ultimi anni l'aumento di produzione di petrolio negli USA, aumentata grazie allo shale oil, ha indotto l'amministrazione Obama a ridurre l'impegno in Medio Oriente. Meno interferenze ma anche più instabilità, che forse al regime saudita non piace.

Il prezzo in calo poi è un attacco implicito agli Stati che dal petrolio ottengono buona parte delle proprie entrate fiscali, come Russia, Venezuela e Iran, nemici storici degli Stati Uniti e, direttamente o indirettamente, anche dell'Arabia Saudita.

Ma significa anche -e questa è la buona notizia- una boccata d'ossigeno per l'economia europea, che insieme ai tassi bassi almeno per qualche tempo potrà godere di una calo dei prezzi dell'energia.

I 300 miliardi di Junker

Junker, nuovo presidente della Commissione Europea, ha illustrato oggi il progetto da 300 miliardi per rilanciare l'economia europea e far uscire i paesi membri dalla recessione o da una crescita
asfittica.

Il piano è questo: si prendono 15 miliardi di fondi europei e 6 della banca europea degli investimenti. Questi soldi serviranno a emettere obbligazioni per 60 miliardi, e questi insieme a investimenti privati e pubblici (questi ultimi non influenzeranno il calcolo del rapporto deficit/PIL dei singoli stati) muoveranno 315 miliardi in 3 anni.

Il commissario Katainen ha spiegato che la commissione sa che ci sono imprenditori desiderosi di investire, interessati al programma europeo.

Detto così, il programma pare interessante. L'idea di fondo è aumentare la spesa in investimenti, con la speranza che una strada o un porto costruiti nei prossimi anni facciano aumentare il PIL, riducendo il rapporto debito/PIL e facendo incassare allo Stato più imposte, con cui ripagare l'investimento iniziale.

Funzionerà?

Forse sì, ma bisogna valutare alcuni punti deboli.

Pare un pò ottimistica l'idea di smuovere 315 miliardi di euro con soli 21 miliardi messi dall'Europa, parte dei quali peraltro arrivano da fondi già esistenti.

Il rischio è che i 21 miliardi generino una massa di investimenti molto inferiore al previsto, considerato anche l'effetto negativo prodotto dall'uso di soldi già destinati a altri scopi.

E poi c'è da chiedersi se gli investimenti si aggiungerebbero a quelli già programmati. Le parole di Katainen lasciano intendere che con i fondi europei si finanzieranno investimenti, buona parte dei quali sono già stati già programmati. Se così fosse, alla fine l'effetto sull'economia sarà inferiore al previsto. I 315 miliardi rischiano di essere un'illusione. Come una rapida uscita dalla crisi.

25 novembre 2014

Alluvione ..sull'acquario di Genova

L'acquario di Genova è il più grande acquario italiano e il secondo in Europa, dopo quello di Valencia, in Spagna. E' anche un'importante attrazione turistica e fa parte di un gruppo economico in continua crescita, la Costa Edutainment, gestita dalla famiglia Costa un tempo proprietaria dell'omonima società di crociere, oggi in mano agli americani.

A inizio ottobre e poi a metà novembre, Genova e la Liguria sono state flagellate dalla pioggia, che ha provocato rilevanti danni e qualche morto. Le piogge non hanno interessato l'acquario, che si trova nel porto antico di Genova, lontano dai fiumi esondati. Ma ha coinvolto strade, autostrade e treni e ha provocato molti timori tra i potenziali visitatori.

La paura di restare bloccati in autostrada o su un treno fermo per una frana, ha fatto diminuire le presenze: 50.000 biglietti in meno in poco più di un mese e un danno economico di oltre 1 milione di euro.

Sembra assurdo, perchè nell'era di internet è possibile sapere in tempo reale se pioverà o se un'autostrada è percorribile. Ma è così. Siamo connessi ma continuiamo a ragionare come quando per aggiornarsi si doveva aspettare il giornale del giorno dopo o il tg della sera. Con effetti economici disastrosi: le paure fermano l'economia anche quando il rischio non c'è più.

23 novembre 2014

Curiosità: Bin Laden e la moneta


Secondo il giornalista inglese Jason Burke (Al Qaeda, Feltrinelli 2004, pag.41) anche bin Laden voleva una riforma monetaria...

20 novembre 2014

Il penale tributario

Prendo spunto da questa intenzione del governo che prevede limiti più alti per il penale tributario. Rimando a questo ottimo articolo del 2011 di Rischio calcolato per una disamina puntuale della normativa e dello stato di fatto e colgo l'occasione per fare qualche considerazione.

Nel rimando preso dal Fatto Quotidiano è tutto un susseguirsi di pianti per la mancanza di severità contro l'evasione. Viceversa dagli addetti ai lavori si plaude alla fine di un periodo di caccia alle streghe che non ha prodotto il benché minimo risultato e, quando ha punito, o lo ha fatto con mano leggera contro i grandi, oppure con mano pesantissima e sproporzionata contro i piccoli (e ingenui).

Vediamo un caso per qualche ragionamento

Viene imposto un limite per le fatture false a 1.000 € perché ciò sia reato penale. Chi non ha mai subito un controllo, purtroppo non può capire. Cito un caso esemplare: il contribuente Tizio è soggetto a un controllo analitico dell'Agenzia delle Entrate e il controllore scova una fattura sospetta emessa da Caio di 30 €. Il funzionario dell'Agenzia effettua un controllo nelle banche dati e scopre che Caio non ha mai presentato la dichiarazione dei redditi. Quindi deduce che non ha mai lavorato e non ha potuto aver mai emesso una fattura attiva nei confronti di Tizio.
Viene quindi accertato in sede amministrativa un minor costo di 30 € con relative sanzioni e interessi (60 € in tutto) e passata alla Guardia di Finanza la fattura incriminata perché indaghi.
La guardia di Finanza indaga e scopre che Caio è irreperibile, quindi chiama Tizio per interrogarlo, informandolo che è stato aperto un fascicolo a suo carico per uso di fatture false. In pratica Tizio si sarebbe autoprodotto la fattura e l'avrebbe portata in deduzione. Tizio, interrogato, non è in grado di fornire strumenti tracciabili di pagamento (pagamento in contanti, vista l'esiguità della somma), ma afferma che la prestazione è stata fatta senz'altro. Ma non può fornire prove perché si tratta di un fatto di 5 anni prima (per il penale i termini di prescrizione ordinaria sono raddoppiati).

Quindi la Guardia di Finanza non può fare altro che passare il fascicolo alla procura perché la giustizia faccia il suo corso.

E tutto questo per una fattura di 30 €.

Ora, si può obiettare che non conta la cifra ma il fatto, ma bisogna anche chiedersi quanto costa tutto ciò ai contribuenti per stabilire la verità: Funzionari, Finanzieri, Cancellieri, Giudici e avvocati costano!
Bisogna anche chiedersi che risultati abbia prodotto tutta questa severità: è calata l'evasione? Ci sono forse le carceri intasate di evasori fiscali?

La risposta è no ad entrambe le risposte. Inoltre a mio parere verrà inserito un limite che preveda che più fatture dello stesso emittente ai fini del limite dei 1.000 € si possano sommare (altrimenti avremmo dei fatturifici a 1.000 €): all'agenzia delle entrate non sono cretini e certe cose le sanno benissimo.

Questo provvedimento ha un senso se si pensa che tutti i movimenti oltre i 1.000 € devono essere tracciati e i movimenti di poche centinaia di Euro costa più perseguirli che lasciarli perdere!

Inoltre con l'introduzione dei nuovi strumenti e gli incroci di banche dati (nuovo ISEE, Spesometro, Redditometro) è finita l'era dei blitz e degli scontrini fiscali: se evado è meglio che espatrio subito, altrimenti se spendo prima o poi mi prendono!

Infine sulle soglie aumentate per la dichiarazione infedele bisogna considerare che se le soglie sono basse in pratica qualunque errore, anche in buona fede, fa scattare il penale e che quindi qualunque controllo finisce in tribunale.

Quindi meglio concentrarsi analiticamente su pochi grandi lasciando i piccoli ai controlli degli strumenti sintetici: prima o poi chi evade, spende e se spende è solo questione di tempo.

p.s. Tizio fu assolto dopo 2 gradi di giudizio e 5 anni di calvario e alcune migliaia di Euro spese in avvocati.

Cappellani militari

Piccola e interessante inchiesta delle Iene sull'enorme spesa, in aumento, per i cappellani militari

http://www.iene.mediaset.it/puntate/2014/11/19/pelazza-i-sacerdoti-pagati-dallo-stato_9000.shtml


18 novembre 2014

Altroconsumo indaga su Crevit

Interessante video di Altroconsumo sulla moneta complementare Crevit 




e intervista integrale al creatore di Crevit



16 novembre 2014

Barolo Boys

Un bel documentario trasmesso da Rai2 (visibile qui: htmlhttp://www.tg2.rai.it/dl/tg2/RUBRICHE/PublishingBlock-8f49a286-7527-4264-9979-72b4aca618d8.html) offre una bella lezione di economia, che proverò a sintetizzarvi.

Negli anni '70 alcuni piccoli produttori di vino a Barolo si trovano in mano aziende vitivinicole a gestione famigliare che faticano a sopravvivere. Il vino si vende sfuso e il prezzo è basso, come la qualità, condizionata da metodi di produzione antichi, molto tradizionali.

Decidono di cambiare, adottano nuove botti e un metodo quasi rivoluzionario: si riuniscono, confrontano i metodi di produzione, valutano i risultati e imparano dai migliori e dagli errori. Poi arriva un giovane toscano, Marco De Grazia, che li convince a portare i loro vini "innovativi" negli USA.

E' un successo, trovano nuovi mercati, vendono a prezzi molto più elevati, creano un modello da imitare, portano ricchezza dove c'era povertà e fame.

Ma il successo riporta l'orologio indietro. Il lavoro comune, la collaborazione che ha reso importante il Barolo in tutto il mondo, finisce. Torna l'individualismo dei produttori che col tempo da innovatori si trasformano in conservatori, ostili alle novità proposte dalle nuove generazioni.

Innovazione e conservazione, individualismo e capacità di far gruppo, invidie e condivisioni. Tutto questo rende povero o ricco un prodotto e un territorio.

15 novembre 2014

AMT e jobs act

E' difficile credere che non servano interventi nella legislazione sul lavoro dopo episodi come quello denunciato ieri da AMT, l'azienda pubblica genovese dei trasporti, devastata dai manifestanti, tra cui alcuni sindacalisti e dipendenti.

Secondo la denuncia di AMT 70 persone sono entrate nella sede devastandola e danneggiando i computer e il sistema di controllo dei bus (come racconta Il Secolo XIX).

Qualche mese fa l'azienda genovese è stata al cento di uno sciopero selvaggio: 5 giorni senza autobus, picchetti, scontri, proteste, amnifestazioni. Il tutto perchè i dipendenti si sono ribellati ai tagli, per alcuni milioni di euro, finendo però per pagare milioni di euro in multe provocate dagli scioperi, attuati nonostante la precettazione.

Cosa si deve fare con dipendenti che attuano comportamenti per così dire auto-distruttivi, cioè comportamenti che provocano un danno ingiustificato all'azienda per cui lavorano?

Casi come questi sono forse la prova è necessaria che una legge sul lavoro che punisca questi comportamenti, per evitare che le dispute aziendali o le proteste politiche sfocino nella follia.

13 novembre 2014

La bolla immobiliare svedese

In Svezia da tempo c'è una bolla immobiliare, vale a dire il prezzo degli immobili è cresciuto troppo negli ultimi anni e rischia di crollare, trascinando nel baratro le banche.

Già perchè di solito la bolla funziona così: anzitutto il prezzo degli immobili sale per vari motivi (l'economia che funziona bene alimentando i risparmi e la voglia di immobili di proprietà, l'ampia disponibilità di credito, basse imposte sulla casa, convenienza a investire in immobili). Poi la casa funge da garanzia per i prestiti bancari, a volte concessi non solo per acquistare l'immobile ma anche per finanziare i consumi. Quindi la bolla scoppia: i prezzi degli immobili calano quando la domanda diminuisce e le banche riducono il credito, provocando un rallentamento dell'economia.

Gli Stati Uniti hanno visto questo processo all'opera a partire dal 2007 e, come il resto del mondo industrializzato, ne hanno pagato pesantemente il prezzo. La bolla immobiliare è scoppiata e ha fatto molto male, soprattutto perchè il governo Bush è intervenuto soltanto quando il danno era fatto.

La Svezia invece cerca di intervenire prima che la bolla immobiliare svedese, segnalata da tempo, scoppi. Come? Per esempio imponendo limiti alla concessione di prestiti bancari e aumentando le imposte sulla casa o diminuiendo la concenienza fiscale dei mutui per limitare la domanda.

Se la bolla scoppierà, i danni a cui porre rimedio saranno meno gravi.

Gli svedesi ci stanno pensando, consapevoli che esiste un interesse collettivo: il buon funzionamento dell'economia, più importante degli interessi dei singoli, che invece rischiano di provocare danni per tutti e benefici per pochi.

11 novembre 2014

L'economia va, ma sconfigge Obama

La settimana scorsa gli americani hanno votato per rinnovare in parte Camera e Senato, nelle cosiddette elezioni di mid-term. E hanno sconfitto Obama e i democratici, che perdono il controllo di entrambi i rami del Parlamento e si apprestano a fare i conti con una maggioranza parlamentare ostile.

La sconfitta si spiega con l'astensione di molti elettori democratici e con i problemi economici.

L'economia americana a dire il vero funziona bene: la disoccupazione ha raggiunto i livelli del 2008, il prodotto interno lordo cresce a ritmi da fare invidia all'Europa. Dati che dovrebbero spingere gli americani a premiare Obama e punire i repubblicani che hanno avuto un ruolo importante e molto negativo nel causare la crisi.

Eppure Obama e i democratici hanno perso. La ragione è che l'aumento del PIL e dell'occupazione sta avvenendo nel peggiore dei modi: con molti posti di lavoro mal pagati. Gli americani che hanno perso il posto di lavoro negli anni passati lo stanno ritrovando ma è un lavoro che non consente loro di sperare di guadagnare di più. Anzi spesso è un lavoro che offre paghe più basse che in passato.

La destra sconfitta alle urne nel 2008 e nel 2012 in realtà non ha mai perso: la crisi ha impedito di ridurre le diseguaglianze, anzi le ha aumentate, offren
do alla destra repubblicana il paese che desiderano ed elettori delusi da Obama e dai democratici.


10 novembre 2014

Marketing per allocchi

Anni fa fece scalpore in Gran Bretagna il caso di uno scrittore sconosciuto che sottoscrisse un contratto da un milione di sterline.

I critici letterari si misero al lavoro senza trovare nulla che giustificasse l'enorme somma pagata dall'editore e molti sospettarono che fosse solo un'operazione di marketing: la clamorosa notizia di uno scrittore strapagato per pubblicare un libro serviva a attirare lettori, curiosi o magari invidiosi.

Woody Allen dedicò al tema buona parte del film To Rome with Love: Leonardo Pisanello, interpretato da Roberto Benigni, diventa famoso. inseguito dai giornalisti ansiosi di registrare ogni suo sospiro, senza un perchè.

Ogni tanto qualcuno ci riprova, come racconta il Secolo XIX: il libro più costoso venduto da Amazon è una bufala, un accozzaglia di frasi piene di errori e fotografie giustificati solo dall'idea, venduta dal libro, che -come spiega il Secolo-"è “fico” averlo". Un libro dedicato "alle persone più ricche, quelle che possono acquistare senza batter ciglio" e non a poveri, avari o a "chi sta lì a contare i soldi", cioè allocchi che spendono 179 euro per sentirsi meglio.

06 novembre 2014

Titoli di stato perpetui

E' possibile ripagare il debito pubblico e quanto tempo ci vorrà?

La risposta a questa domanda è sì, in teoria. Ma se vogliamo essere realisti, la risposta giusta è no, il debito pubblico è perpetuo o quasi.

Lo testimonia il caso inglese dei perpetual bond. Titoli emessi per la prima volta addirittura nel 1720, quando scoppiò la bolla della Compagnia dei mari del sud e il governo inglese emise titoli di stato perpetui con un rendimento del 5%.

Poi sono arrivate le guerre (contro Napoleone, contro i russi in Crimea, la prima guerra mondiale) o altri eventi, come le carestie, che hanno richiesto l'emissione di altri titoli di stato "perpetui", sempre con rendimento pari al 5%.

Le guerre richiedono capitali e spesso causano inflazione e possono ridurre la capacità di uno stato di produrre reddito e pagare le imposte. L'emissione di titoli perpetui (o a lungo termine) a tassi fissi era un'assicurazione contro il rischio di aumenti futuri di tassi, spinti dall'inflazione o dalla scarsità dell'offerta di capitali.

Ora il governo britannico ha deciso di rimborsare l'ultima parte dei bond. La ragione è semplice: il 5% è un tasso elevato.

Finisce l'epoca dei titoli di stato perpetui, ma è un cambiamento solo formale. Si emettono altri titoli che rendono meno e alla scadenza saranno rinnovati... in perpetuo o quasi. Tra un titolo perpetuo (o irredimibile come si direbbe in Italia) e un titolo con una scadenza ma rinnovato infinite volte non ci sono molte differenze. A unirli è il fatto che il debito non è facile da ridurre. Succede raramente e di solito in situazioni particolari, come ad esempio quando uno stato fallisce o quando l'economia va così bene che le entrate fiscali permettono la riduzione del debito.


04 novembre 2014

Le oche, i piumini e l'alta moda


Prendo spunto per fare alcune considerazioni sull'alta moda, dopo il caso sollevato da "Report" sui piumini Moncler.

Ho avuto modo ultimamente di studiare il ciclo produttivo di alcuni capi dell'alta moda dello stesso livello della Moncler in termini di valore aggiunto e costi e devo dire che tutto quello esposto da Report non mi sorprende affatto, anzi entra perfettamente nella norma.

In un piumino che costa 1.000 €, ma possono esserci anche piumini più costosi, possiamo definire i seguenti costi:

Costo alla produzione: comprende tutti i costi per la produzione del piumino, ripartiti pro quota. Questi si dividono in costi diretti e indiretti. I costi diretti sono quelli che entrano direttamente nel pezzo, tipo il tessuto, l'imbottitura, il lavoro. Quelli indiretti sono i costi amministrativi, la distribuzione, i trasporti, il marketing, la progettazione, che sono sostenuti per tutto il campionario.

Costo franco fabbrica (ex works): comprende il costo alla produzione più il guadagno del produttore.

Costo allo scaffale: comprende il costo franco fabbrica più il trasporto, gli eventuali dazi, il marketing del distributore, gli intermediari.

Prezzo finale: comprende il costo allo scaffale più il guadagno del negoziante/Distributore.

Per semplicità ho saltato gli eventuali passaggi intermedi: grossisti, distributori, agenti, ecc. ecc. che esistono e che gravano sui costi e consideriamo incluso nella voce "intermediari"

Il costo alla produzione, in un piumino da 1.000 € è composto (grosso modo):

120 € di costi diretti
120 € di costi indiretti

Costo alla produzione = 240 €
Guadagno del produttore 60 €

Costo franco fabbrica = 300 €

Costo allo scaffale = 400 €

Prezzo finale = 1.000 €

Il ricarico del negoziante varia dal 100% al 150% a seconda dell'appeal del prodotto. Quindi in pratica il negoziante compra a 400 e vende ad un prezzo compreso tra 800 e 1.000. Per poi scendere fino a 6-700 nei periodi dei saldi.

Questo perché il negoziante, che è l'ultimo anello della catena è quello che si sobbarca i rischi dell'invenduto.

Quindi il "prodotto" che sta dentro ad un piumino da 1.000 € è non più di 120 € (e parliamo già di un prodotto di ottima qualità).
Ma, e questa è una considerazione personale, quando si comprano oggetti del genere in realtà non si comprano le piume, il tessuto o le cerniere, ma si compra il prestigio associato ad indossare quel vestito.

Se un piumino non fosse gravato da grossi investimenti in marketing e distribuzione e fosse venduto direttamente dal produttore costerebbe, a parità di qualità non più di 200 €, lasciando un buon guadagno al produttore. Ma chi spenderebbe 200 € per un piumino di un produttore sconosciuto?

Il nostro piumino sconosciuto da 200 € dal punto di vista funzionale è perfettamente equivalente a quello da 1.000 €, ma questo lo sappiamo probabilmente tutti. Ma quello che fa differenza non è la capacità di tenerci caldi e asciutti (funzione svolta egregiamente anche da un economico piumino da 50 €), ma quello che è associato al piumino di marca quando lo indossiamo che ci permette di distinguerci da quelli che non se lo possono permettere.

In una parola quando compriamo un indumento di marca, non stiamo comprando l'indumento, ma la marca con tutto quello che a lei è associata.

02 novembre 2014

Libri: La FED e la crisi finanziaria

Ben Bernanke, ex numero uno della banca centrale americana, la Federal Reserve, ha scritto un libro tratto da quattro lezioni tenute alla George Washington University.

Il libro è decisamente ben scritto e di facile comprensione. Un libro utile per capire qualcosa in più di banche centrali, il loro ruolo e il modo di intervenire nell'economia, di moneta (interessantissima la parte sul gold standard): http://www.ilsaggiatore.com/argomenti/economia/9788842820383/la-federal-reserve-e-la-crisi-finanziaria/




31 ottobre 2014

Buon segno: aumenta la disoccupazione

In tema di disoccupazione arrivano piccole variazioni ma (forse) significative. Non solo gli 82.000 occupati in più a settembre, ma soprattutto l'aumento del tasso di disoccupazione,
contemporaneamente a un aumento degli assunti.

Occupazione e disoccupazione possono aumentare o diminuire insieme quando aumenta/diminuisce il numero degli scoraggiati, vale a dire di coloro che dichiarano di non cercare un lavoro anche se potrebbero farlo.

Quando diventa più facile trovare un posto di lavoro, le persone che non stanno cercando attivamente un posto cambiano atteggiamento e iniziano a cercare lavoro (viceversa quando diventa più difficile trovare lavoro). Così se aumentano gli occupati può diminuire il numero degli scoraggiati e aumentare quello dei disoccupati, cioè di quelli che cercano un lavoro.

L'aumento della disoccupazione è quindi un buon segno. Significa che è aumentata, anche se di poco, la fiducia nella possibilità di trovare lavoro. Sta succedendo e conferma un altro dato, apparso pochi giorni fa: la fiducia delle imprese sta salendo.

Difficile per ora dire quali sono le cause. Gli 80 euro? Forse. O forse semplicemente le imprese hanno esagerato con i licenziamenti e adesso tornano a assumere, magari sfruttando qualche "aiutino" offerto dal governo.

29 ottobre 2014

Termini Imerese, speranze o....

Che fine ha fatto lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, chiuso nel 2011 e al centro di molti progetti di rilancio sempre rimasti sulla carta?

Secondo Marco Cobianchi, giornalista di Panorama, c'è qualcosa che non va. Fiat ha cessato la produzione di Lancia Ypsilon, poi ripresa in Polonia, ma continua a fare la manutenzione degli impianti. Addirittura si taglia l'erba all'esterno come se la produzione di auto dovesse riprendere da un giorno all'altro.

Chi potrebbe costruire delle auto? Dopo molti nomi e altrettanti progetti rimasti sulla carta, adesso c'è Grifa, sigla che significa Gruppo italiano fabbrica automobili. Vi ricorda qualcosa?

A Cobianchi fa venire in mente una Fabbrica Italiana Automobili Torino, meglio nota come FIAT. E infatti dietro a Grifa paiono esserci uomini e società legati a Fiat, che fornirebbe molte componenti della 500 per dar vita a un'auto ibrida o elettrica.

Il condizionale è d'obbligo perchè secondo il giornalista i conti non tornano: mancando investitori realmente intenzionati a mettere in Grifa capitali veri e manca un vero piano industriale, capace di convincere qualcuno a investire davvero.

E allora perchè fare la manutenzione agli impianti e creare Grifa?

Se escludiamo la possibilità che Fiat abbia creato Grifa per entrare nel settore delle ibride, per poi acquisire Grifa in futuro, se le auto ibride avranno successo, resta una sola ipotesi: Grifa è una società creata ad arte per permettere l'erogazione della cassa integrazione agli operai di Termini Imerese.

A fine anno infatti termina il periodo di cassa e gli operai andrebbero licenziati. Ma se un'altra società li assume, c'è la possibilità di riprendere l'erogazione degli ammortizzatori sociali. E' sufficiente mettere in piedi una società sufficientemente credibile, con un progetto di riapertura.

Non sarebbe la prima volta. Qualche anno fa una parte della Pininfarina venne affittata da una società fondata da un ex manager Fiat che aveva acquistato il marchio De Tomaso. Progettarono un suv, assorbirono un pò di soldi pubblici, finirono anche in carcere per l'uso di tali soldi, ma soprattutto garantirono anni di cassa integrazione a operai che continuarono a sperare di tornare la lavoro e invece non crearono neanche un'auto.

28 ottobre 2014

Bilancio Juventus

Il taglio dell'IRAP nella finanziaria 2015 non potrà che far piacere alle squadre di calcio, che spendono in "Stipendi dei giocatori" almeno il 50-60% delle loro entrate. Non a caso la Relazione finanziaria annuale 2013-14 della Juventus inizia proprio con un'attacco all'Irap: senza quell'imposta, avvisa Andrea Agnelli, la Juventus non sarebbe in perdita.

Invece il bilancio 2013-14 s'è chiuso con circa 6 milioni di perdita. Pochi se paragonati ai 95 milioni di qualche anno fa o ai 103 milioni di perdite risultanti dal bilancio dell'Inter.

Come si arriva al risultato di bilancio?

Anzitutto sono saliti i ricavi: 315,8 milioni, 100 in più di due anni prima, quando però la Juventus non ha partecipato alla Champions League, 32 milioni in più della stagione 2012-13.

Se negli ultimi due anni la Juventus ha partecipato alle coppe, i risultati economici sono diversi: 65 milioni di diritti nel 2012-13, quando in Champions c'erano solo due squadre, 50 l'anno scorso, quando le squadre erano tre e la Juventus, terza nel proprio girone, ha poi giocato l'Europa League. Tenuto conto di un modesto aumento dei diritti tv della serie A, i diritti televisivi sono diminuiti di circa 12 milioni in un anno.

I ricavi tuttavia aumentano grazie a sponsor (+ 8 milioni), plusvalenze da cessione di calciatori (passate da 11 a 36 milioni), ricavi da gare (da 38 a 41 milioni) e una serie di altri ricavi legati alla gestione dello stadio e della propria immagine (+9 milioni).

Anche i costi, come i ricavi aumetano, ma meno. Se in due anni i ricavi sono saliti di oltre 100 milioni, i costi sono cresciuti della metà, 52 milioni.

Interessante la voce svalutazione e ammortamento: erano 60 milioni nel 2010-11 e nel 2012-13, sono 60 anche nella stagione 2013-14 (nel 2011-12 sono scesi a 48 milioni). Segno di una società che ha saputo comprare giocatori senza spendere troppo, scegliendo anche giocatori svincolati, per i quali l'ammortamento è quasi zero.

I costi operativi, formati in prevalenza dagli stipendi dei calciatori, in due anni sono saliti di una quarantina di milioni, da 206 a 246 milioni di euro.

Infine il miglioramento dei conti si deve un pò anche a Fiat che mentre ha rinnovato la sponsorizzazione, ha versato 6 milioni di premio. 6 milioni utili insieme a altri premi per ridurre le perdite fin quasi a azzerarle.




24 ottobre 2014

S&P del pallone

Una delle ragioni che hanno spinto Massimo Moratti a rinunciare alla carica di presidente onorario dell'Inter è il giudizio che uno dei manager voluti all'Inter da Thohir ha espresso sull'ultima fase della gestione Moratti: l'Inter era una squadra con una situazione pre-fallimentare.

Un giudizio che può offendere l'ex presidente nerazzurro, ma che è confermato da Standard&Poor's che ha studiato i bilanci di decine di società calcistiche europee. Su 44 classificate (per alcune, come Real Madrid e Barcellona i dati non erano sufficienti per esprimere giudizi) l'Inter è 43-esima. Pessima per gestione, solvenza e liquidità. In pratica un'azienda un'azienda con una situazione prefallimentare, come gli attuali amministratori rimproverano a Moratti.

Migliore squadra italiana la Fiorentina, seguita a ruota dalla Juventus, rispettivamente 14-esima e 16-esima nel ranking europeo. In buone posizione anche l'Udinese, mentre tra le peggiori oltre all'Inter troviamo Milan (35-esima),  Roma (37-esima) e Palermo (40-esima).

Migliore in assoluto l'Ajax, seguita da tre squadre del Rego Unito: Celtic, Arsenal e Manchester United. Poi una francese e tre tedesche: Borussia D., Borussia M. e Bayern Monaco.

Insomma l'Italia non è messa tanto bene, nell'economia reale come in quella calcistica. E la prospettiva non è buona: le squadre in fondo alla classifica (tra le italiane ci sono squadre importanti come Roma, Milan e Inter) avranno più difficoltà nei prossimi anni a competere in Europa contro avversari forti e con bilanci sani.




21 ottobre 2014

Illusione del riferimento

Quando si parla di  conti pubblici e in particolare della necessità di tagliare le spese, si fa spesso riferimento a quel che accade in una famiglia o in un'impresa: costoro tagliano le spese quando serve, per evitare di spendere più di quanto incassano, con effetti positivi sui rispettivi bilanci.

La famiglia che rinuncia ad andare in pizzeria e l'impresa che licenzia dei lavoratori quando la produzione diminuisce e si rischia di chiudere il bilancio in perdita, scaricano però i loro problemi su altri: se una famiglia rinuncia alla vacanza, il bilancio famigliare migliora, ma altri incasseranno di meno e a loro volta diminuiranno le spese.

Lo stesso accade per l'impresa che licenzia i lavoratori o rinvia l'acquisto di un macchinario: il bilancio dell'azienda migliora, le perdite si riducono o magari diventano utili, ma a spese di altri.

Quando si passa a considerare le scelte dello Stato, le cose cambiano. Se lo Stato taglia la spesa, migliora il proprio bilancio ma al contempo rischia di peggiorarlo. La ragione è che chi subisce i tagli pagherà meno imposte e magari farà spendere lo Stato in altri modi (pensiamo agli ammortizzatori sociali).

Per cui quel che vale per l'impresa (un taglio dei costi migliora il bilancio) non è necessariamente vero per lo Stato.

Illusione del riferimento è assimilare l'economia famigliare o dell'impresa a quella dello Stato, sostenendo che lo Stato dovrebbe comportarsi come un'impresa o una famiglia.

19 ottobre 2014

Piove. E i burocrati perdono la testa

La burocrazia è così stupida che riesce a fare danni anche per questioni banali. Ecco due facili esempi.

Il primo arriva da Cottarelli, commissario alla spending review. Non solo s'è lamentato che vari enti pubblici non gli fornivano i dati, evidentemente nel timore di subire tagli. Ha raccontato che per difendere il (presunto) diritto all'auto blu, i militari hanno fatto presente che per regolamento non possono usare l'ombrello.

Se sono in divisa non possono usare l'ombrello. Perchè? Forse perchè sarebbe brutto, almeno nell'opinione di chi ha scritto le regole, vedere la divisa associata a un ombrello colorato o magari sponsorizzato. Oppure perchè l'ombrello potrebbe ostacolare le attività militari (perchè è noto che le guerre in Italia scoppiano all'improvviso, senza preavviso...).

Niente ombrello e quindi, se si conta qualcosa, per ripararsi dalla pioggia cosa c'è di meglio di un'auto pagata dallo Stato con tanto di autista?

L'altro esempio arriva da Genova. La crisi dell'ILVA a Genova, figlia dei problemi dell'ILVA di Taranto (l'ILVA in Liguria trasforma i prodotti di Taranto) ha portato centinaia di lavoratori a diventare lavoratori socialmente utili, a disposizione del Comune. Comune che finora ne ha usati pochi. E di fronte alla necessità di ripulire la parte di città alluvionata, non riesce a decidere cosa fare. Gli operai si sono resi disponibili, qualcuno ha fatto la sua parte volontariamente, ma i funzionari che potrebbero decidere come usare gli operai non si sono fatti vivi.

16 ottobre 2014

Muoviti, Draghi

Da due giorni i mercati finanziari sono sotto pressione per il timore che la Grecia non rispetti i patti sul debito. Le borse crollano e lo spread italiano è passato da 140 a 200 in un giorno e mezzo.

Chi possiede titoli di stato e azioni semplicemente se n'è liberato. Il valore delle azioni è crollato e con esso il prezzo dei titoli di stato, con conseguente crescita del rendimento e quindi dello spread.

Come uscirne?

La Grecia è un problema europeo che andrebbe risolto rompendo l'assurdo ricatto "aiuti in cambio di sacrifici". Non ha funzionato. Alcune centinaia di miliardi di debito greco hanno prodotto danni economici ben maggiori in tutta Europa, se non in tutto il mondo.

La speculazione approfitta delle notizie negative per vendere montagne di titoli e ricomprarli a un prezzo più basso. E' un'operazione che non trasferisce solo soldi dalle tasche di Tizio a quelle di Caio, ma mina i conti pubblici di molti stati, a cominciare dall'Italia.

Il rischio di uno spread in crescita è di trovarsi a pagare interessi maggiori sul loro debito pubblico, e quindi meno risorse destinate a combattere la crisi.

Sappiamo che la BCE ha in programma l'acquisto di titoli di stato. E' ora che si muova e anche pesantemente per combattere la speculazione. L'acquisto massiccio di titoli può fermare la speculazione. Chi vende lo fa per comprare a un prezzo più basso o nel timore che il titolo scenda ancora. Un acquisto massiccio fermerebbe tali vendite e darebbe un segnale agli speculatori.

Dunque Draghi, muoviti e intervieni.

14 ottobre 2014

L'ultraconservatore: Beppe Grillo

Durante la festa del suo partito al Circo Massimo, Beppe Grillo ha parlato dell'euro sostenendo: "Se non puoi svalutare la moneta, svaluti i salari. La vita delle persone".

E' una frase perfetta, che rivela la natura ultraconservatrice di Grillo, incapace di pensare che i prodotti e i processi produttivi possono cambiare. Per lui tutto resta fermo e magari è meglio così perchè forse pensa che i fallimenti altrui sono benzina per il suo partito.

Se i prodotti restassero sempre uguali, se le imprese li producessero sempre allo stesso modo, allora la frase di Grillo sarebbe vera: se un prodotto italiano è troppo caro rispetto al concorrente tedesco, l'impresa può recuperare competitività pagando di meno il personale, cioè riducendo i costi oppure grazie a una svalutazione che riduce il prezzo di un bene venduto in Germania, dove si usa(va) una moneta più forte.

Ma i prodotti e i processi cambiano. Le imprese usano nuove tecnologie e nuovi metodi di produzione per ridurre i costi, cambiano i prodotti per aumentare i margini di profitto.

Quando le innovazioni vanno a buon fine, le imprese non hanno bisogno nè di svalutazioni nè di ridurre i salari, come dimostrano proprio le imprese tedesche. Anzi, in passato la rivalutazione del marco ha stimolato i processi di innovazione delle imprese, che sono state costrette a concentrarsi su se stesse, su quel che facevano e come lo facevano invece di cercare la scappatoia della svalutazione.

Tutte queste cose Grillo non le sa (o fa finta di non saperle?) e immagina un mondo che non cambia mai per profetizzare sventure e chiedere l'uscita dall'euro.

11 ottobre 2014

Giocare a calcio in autostrada

"La Brebemi è un messaggio positivo per l'Italia intera: è la prima opera del nostro Paese realizzata senza un solo centesimo di finanziamento pubblico ed è l'ennesima dimostrazione della forza del sistema regionale lombardo. Possiamo essere tutti orgogliosi di quello che abbiamo realizzato nei primi due anni e possiamo guardare con speranza e determinazione ai due anni massimo di lavoro che resta da fare".

Parola di Roberto Formigoni prese dal sito della Regione Lombardia, che racconta che l'allora governatore lombardo ha visitato la nuova autostrada, che collega Milano con Brescia, passando a sud di Bergamo, in elicottero.

Già perchè il "celeste", come veniva chiamato Formgoni, amava spostarsi in elicottero, evitando il caotico traffico milanese e lombardo.

Se si fosse mai preso la briga di salire in auto e fare la fatica di guidare, si sarebbe forse reso conto che l'autostrada A4 tra Milano e Bergamo ha addirittura quattro corsie per senso di marcia. E si sarebbe chiesto se fosse davvero necessaria la costruzione di un'autostrada tra la zona est di Milano e Brescia.

Autostrada forse inutile (o utile per scopi diversi da quello per cui è stata costruita) e per ora deserta. Al punto che c'è chi sulla BreBeMi gioca a calcio, per provocazione, come racconta qui Repubblica.

07 ottobre 2014

Oro, scelta sicura?

I finti esperti di signoraggio solitamente raccontano la storiella del signorotto che coniava monete d'oro. L'oro avrebbe avuto un valore intrinseco e quindi oggi sarebbe meglio se le banche centrali decidessero di tornare al vecchio sistema delle monete cartacee emesse a fronte di un corrispondente valore in oro.

Ora, a parte che la piena convertibilità di una moneta in oro se mai c'è stata riguardava solo la cosiddetta base monetaria, che è solo una piccola parte della quantità di moneta in circolazione, con la conseguenza che tutti i  cittadini comuni di fatto mai avrebbero potuto convertire tutti i suoi soldi in oro, c'è un altro aspetto importante che sconsiglia di legare una moneta all'oro, se mai fosse possibile: l'oscillazione del valore dell'oro.

E' sufficiente cercare i valori storici del prezzo dell'oro rispetto al dollaro, per scoprire che molto spesso tra un mese all'altro il prezzo dell'oro oscilla di diversi punti percentuali.

Ragion per cui se una banca centrale facesse dipendere le sue scelte dal legame con l'oro si troverebbe a cambiare linea di continuo, in base all'andamento del prezzo del prezioso minerale.

Tutto ciò avrebbe effetti assai negativi per l'economia. L'oscillazione crea incertezza e questa a sua volta scoraggia l'uso di una moneta o l'investimento in una economia.

Per cui l'oro funziona come riserva di una banca centrale, a volte garantisce a questa qualche profitto, può essere un buon investimento (una banca centrale può decidere di ridurre le proprie riserve in una moneta preferendo aumentare quelle in oro, che venderà quando il prezzo dell'oro salirà) ma certamente non è ansiosa di tornare a un passato di convertibilità oro-moneta molto e sepolto e impossibile da resuscitare, perchè l'economia, vincolata dalla disponibilità e dal prezzo dell'oro, ne soffrirebbe.

03 ottobre 2014

Il mutuo di Bernanke

Fino a poco tempo fa Ben Bernanke è stato il governatore della banca centrale americana, la Federal Reserve, oggi sostituito da Janet Yellen.

Qualche anno fa Bernanke e la moglie hanno comprato casa e hanno fatto il mutuo. Come -diranno i signoraggisti- un governatore di una banca centrale fa il mutuo? Non stampa moneta per farne quel che crede?

Ovviamente no, fa il mutuo come qualsiasi cittadino che voglia comprarsi casa ma non ha i soldi per pagarla per intero al momento dell'acquisto. Lui ha comprato una casa da 839 mila dollari e acceso due mutui per oltre 700 mila dollari.

Qualche giorno fa raccontato di aver provato a rifinanziare il debito, presumibilmente per godere dei tassi più bassi rispetto al momento in cui ha acceso i mutui, ma la banca a cui s'è rivolto gli ha detto di no.

Le ragioni? Bernanke è un lavoratore autonomo, molto ben pagato, e la casa ha perso valore. Per questo la banca non se l'è sentita di rifinanziargli i mutui.

Un bell'esempio, ha spiegato lui, delle rigidità del sistema bancario, ovvero della prudenza di un sistema rimasto scottato dalla crisi dei mutui subprime.

Ma anche un bell'esempio degli straordinari poteri dei bancheri centrali....

01 ottobre 2014

TFR in busta paga?

L'idea di Renzi di mettere in busta paga il 50% del TFR (trattamento di fine rapporto ovvero la liquidazione) non è nuova: l'ha già proposta Corrado Passera, che vorrebbe inserire tutto il TFR nella busta paga. Perchè?

La speranza è che i lavoratori spendano di più e questo possa aiutare a rilanciare l'economia.

Una buona idea con tante obiezioni.

Primo, solo i dipendenti privati di imprese sotto i 50 dipendenti ne beneficierebbero. Per gli altri il TFR finisce all'INPS.

Secondo, siamo sicuri che i lavoratori vogliano il TFR subito? E' infatti possibile che non rinuncino al TFR per diverse ragioni: perchè se spendono subito quei soldi, poi saranno più poveri; perchè non gli conviene oppure perchè l'impresa li convince a non rinunciare al TFR.

Con il TFR succede che il lavoratore "presta" una parte della propria retribuzione all'impresa, che restituirà i soldi rivalutati di un 1,5% all'anno più 3/4 del tasso di inflazione.

Se l'inflazione è pari a zero, il lavoratore guadagna un 1,5%, se l'inflazione è pari al 2%, il TFR rende il 3% annuo.

Dunque spendere subito i soldi significa per il lavoratore rinunciare al rendimento, che in tempi di tassi bassissimi può essere assai interessante, anche migliore di altri investimenti sicuri come quello in BOT.

Per l'impresa versare il TFR in busta paga significa aver bisogno di soldi. Se cessa il "prestito" del lavoratore si dovrà procurare capitali in altro modo. Può farlo? E a quali tassi?

Se il credito per l'impresa fosse disponibile a tassi inferiori al rendimento del TFR, l'impresa avrebbe interesse a versare subito il TFR in busta paga.

Infine c'è l'aspetto fiscale. Il rischio è che il lavoratore paghi di più con il TFR in busta paga. E' un problema facilmente risolvibile, applicando la stessa aliquota che pagherebbe con il TFR incassato al momento della fine del rapporto di lavoro. Ma lo stato può sacrificare gli incassi futuri?

30 settembre 2014

Azimut

Per quanto possa sembrare paradossale, la più grande azienda di yacht e megayacht in Italia è un'azienda del Piemonte, una delle quattro regioni italiane sen
za mare.

L'attività di Azimut inizia 45 anni fa con il fondatore che prima affitta barche a vela, poi disegna barche e infine acquisisce cantieri navali in Liguria e nelle Marche e ne costruisce uno su un lago piemontese, il lago di Avigliana.

E' di oggi la notizia che Azimut non parteciperà al Salone nautico di Genova, che si svolgerà tra qualche giorno.

La ragione è semplice: i veri compratori sono altrove, non nella manifestazione genovese, che da anni pare attrarre meno clienti. I ricchi, quelli che possono essere interessati agli yacht di Azimut, sono altrove, negli USA, nei paesi arabi, forse in Asia.

Per questo Azimut, che invece vorrebbe almeno per il 2015 lo spostamento del salone nautico a Milano, nel tentativo di intercettare i visitatori dell'Expo, sceglie di investire più soldi per partecipare ad altri saloni nautici internazionali e decide di non andare a Genova.

La domanda, come sempre, è all'origine delle decisioni di investimento e delle strategie d'impesa.

29 settembre 2014

26 settembre 2014

I complottisti sanno che....

I complottisti e chi ama discutere di sovranità sa che PIMCO (Pacific Investment Management Company) fondata nel 1971 è il più grande gestore di fondi al mondo con circa 2 mila miliardi di dollari gestiti e appartiene alla tedesca (e bavarese) Allianz?

Un colpo di tosse e immensi capitali passano da un titolo di stato a un altro  influendo e non poco sulle fortune di un paese e sugli interessi di milioni di ripsamiatori e lavoratori.

Un potere straordinario che pare non interessare a chi si concentra sulla sovranità senza rendersi conto che un fondo che possiede cifre immense investite in titoli di stato può influire sulle sorti di uno stato ben più di un banchiere centrale.

24 settembre 2014

80 euro: modesti effetti sul PIL

Togliere ai ricchi per dare ai poveri, come diceva Robin Hood, è sempre una bella cosa, ma quali sono gli effetti economici?

Supponiamo che un governo voglia dare qualche soldo in più a milioni di persone e per questo abbia bisogno di 15 miliardi di euro, che equivalgono a circa l'un per cento del PIL.

Decide di tagliare gli stipendi dei funzionari di più alto livello e magari le pensioni più ricche. Ne individua 300 mila. Ognuno di costoro guadagna 200.000 euro e il governo decide che non devono guadagnare più di 150.000 euro, somma più che sufficiente per garantire un ottimo livello di vita.

Immaginiamo che la famiglia del dottor Rossi, incassando 200.000 euro l'anno, ne spendesse i 3/4. Gli economisti direbbero: hanno una propensione media al consumo del 75%. Ovvero spendevano 150.000 euro l'anno.

Se il reddito scende a 150.000 magari consumeranno una percentuale maggiore del reddito. Perdere le abitudini di consumo è difficile. Sceglieranno una vacanza meno costosa, aspetteranno più tempo prima di comprare un'auto nuova, manderanno i figli in vacanza nella casa al mare invece che all'estero, passeranno il Natale a casa invece che a Sharm el Sheik.

Supponiamo dunque che per effetto del minor guadagno aumentino la parte spesa, che sale dal 75 all'80%. Spenderanno 120.000 euro, 30.000 in meno per effetto del minor reddito. Moltiplicato 300.000 (il numero di persone che subisce il taglio) fa un totale di 9 miliardi di spesa in meno.

Però i soldi (15 miliardi) finiscono ai redditi più bassi. Immaginiamo che chi li riceve spenda il 90% della somma ricevuta. La maggior spesa è di 13,5 miliardi. L'incremento di spesa complessivo è di appena 4,5 miliardi derivante da 13,5 miliardi di maggior spesa di chi ottiene qualche soldo in più meno 9 miliardi di minore spesa da parte di chi ha subito i tagli.

Naturalmente si possono fare ipotesi diverse, ottenendo risultati differenti, circa il comportamento dei due gruppi di individui. Per esempio possiamo immaginare che chi riceve i soldi abbia dei debiti da pagare e perciò non usi immediatamente i soldi ricevuti per acquistare beni e servizi. In tal caso l'incremento della spesa sarà inferiore.

Oppure possiamo immaginare che persone con un reddito elevato anche se non subiscono i tagli possano lo stesso ridurre i consumi nel timore di dover subire in futuro tagli analoghi.

Comunque la mettiamo è certo che la redistribuzione del reddito ha effetti generalmente positivi per l'economia, ma anche limitati: nelle ipotesi fatte a fronte di 15 miliardi trasferiti da alcune tasche ad altre, la maggior spesa delle famiglie è di 4,5 miliardi, il 30% della somma complessiva.

Si capisce quindi perchè gli effetti degli 80 euro non sono proprio strabilianti.

23 settembre 2014

T-Ltro della Banca Centrale Europea

Qualche giorno fa la BCE ha realizzato la prima asta per assegnare i prestiti T-Ltro (Targeted long term refinancing operation). Si tratta in pratica di un ulteriore finanziamento della Banca Centrale Europea alle banche che dovranno poi prestare i soldi alle imprese.

Il tasso dello 0,15% è molto conveniente e la durata del finanziamento è di 4 anni. In pratica le imprese riceveranno i soldi dovranno restituire il capitale e poco più. Basterà un rendimento minimo per gli investimenti per rendere conveniente il finanziamento.

Le imprese come lo stato potranno quindi finanziarsi a tassi molto bassi. E' una buona notizia?  Si e no. La buona notizia è che le banche hanno incassato 23 miliardi, il 28% del totale erogato dalla BCE. La cattiva notizia è che la BCE ha erogato una novantina di miliardi, molti meno del previsto.

La ragione è che molte banche nel nord Europa non hanno bisogno di finanziarsi presso la BCE. Possono farlo a tassi anche inferiori e senza problemi. Questo è l'aspetto positivo. L'aspetto negativo è che servirebbe che anche nel resto d'Europa si investissero i capitali perchè la spesa di un paese può alimentare la domanda degli altri.

La sensazione invece è che in molti paesi in questo momento non si pensi a investire; in alcuni casi perchè non c'è bisogno di investimenti aggiuntivi o perchè lo si è fatto in passato. In altri perchè la domanda debole non suggerisce agli imprenditori di investire.

Quest'ultimo è il caso dell'Italia. La domanda aggregata è in calo da molto tempo e questo non stimola gli investimenti. Anzi spinge gli imprenditori a rinviarli. Solo la domanda estera esercita un effetto positivo, ma in questi mesi sta rallentando.

Se le banche italiane porteranno a casa tutti i 37 miliardi di euro previsti e se si trasformeranno in investimenti e nuovi prestiti per le imprese, l'effetto sulla crescita non potrà che essere positivo. Ma occorre considerare che una parte di questi soldi uscirà dall'Italia, diventando domanda di beni prodotti all'estero, sotto forma per esempio di impianti costruiti all'estero. Per questo conta la somma complessivamente erogata dalla BCE, che è inferiore al previsto.

Insomma, il finanziamento T-Ltro produrrà benefici ma non dobbiamo aspettarci molto, almeno nel breve periodo. Qualche beneficio in più potrà arrivare nei prossimi anni, quando gli investimenti daranno i loro frutti.




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