05 settembre 2022

Occhio ai numeri!

La settimana scorsa il prezzo del gas è sceso da 345 euro a 212 circa con un calo del 38,5%. Mentre scrivo l'aumento è circa del 28% a 271 euro. Vuol dire che ha recuperato gran parte del valore perso la scorsa settimana?

No e vi spiego perchè.

Il calo del 38,5% è riferito al prezzo iniziale, 345 euro, mentre l'aumento si calcola sull'ultimo prezzo della settimana scorsa, 212. 

Il 38,5% di 345 è pari a 133 mentre l'aumento del 28% di 212 euro è pari a 59 euro, che portano il prezzo a 271. Quindi il prezzo sta recuperando meno della metà del calo della settimana scorsa (59 euro su 133). 

In altri termini fatto pari a 100 il prezzo iniziale della settimana scorsa, a fine settimana si era scesi a 61,5. Oggi il prezzo sale del 28% di 61.

30 agosto 2022

Se il gas diminuisce del 20% ...


La Germania apre alla possibilità di imporre un limite al prezzo di acquisto del gas e il prezzo diminuisce del 19,6% in un solo giorno. 

Segno che gran parte del prezzo fissato alla borsa di Amsterdam dipende dalla speculazione. Quando il prezzo di qualcosa aumenta di continuo, gli speculatori acquistano. La speranza di ulteriori aumenti giustifica il rischio. Se molti (non dico tutti) acquistano, il prezzo inevitabilmente aumenta e allo speculatore basta vendere a un prezzo che consente un guadagno o, se le cose vanno male, in modo da non perdere troppo. 

Quindi quando il prezzo inizia a diminuire si assiste a una ondata di vendite. Di chi si accontenta di un guadagno magari modesto ma certo e di chi ha comprato a un prezzo troppo alto e vende per minimizzare la perdita.

L'ondata di vendite, come avevo scritto il 10 agosto, può arrivare dall'imposizione di un tetto al prezzo di acquisto dell'energia. Chi immaginava che il prezzo salisse o ipotizzava un determinato prezzo futuro su cui basare le proprie speculazioni, vede i suoi piani sconvolti da un prezzo-limite e per questo corre a vendere perchè la speculazione rischia di trasformarsi in forti perdite.

La domanda a questo punto è: perchè solo oggi la Germania apre all'ipotesi di un limite al prezzo del gas?

Si possono fare diverse ipotesi, tra cui una ipotesi ideologica (si crede che il mercato sistemi tutto e lo si vuole lasciar fare) e una ipotesi opportunistica: qualche governo potrebbe sostenere la speculazione di proprie aziende che rischierebbero almeno di non guadagnare più come prima. 

In ogni caso il ritardo è negativo per imprese e consumatori, che farebbero bene, tra qualche settimana, a pensare che in Italia qualcuno ha chiesto mesi fa un tetto al prezzo del gas.

15 agosto 2022

Il rapido suicidio di una transizione lenta

La decisione dell'Unione Europea di vietare dal 2035 in Europa la vendita di automobili con motore benzina o diesel ha suscitato qualche protesta dei produttori di automobili e, soprattutto, dei loro fornitori, sostenuti da alcuni politici che protestano contro l'Europa per difendere i settori minacciati dalla transizione ecologica.

Nelle auto elettriche mancano ad esempio la marmitta, la frizione, le candele, la coppa dell'olio, il motorino d'avviamento, e tante altre componenti. Chi le produce chiede che la transizione sia più lenta ovvero vorrebbe spostare in avanti la data del 2035 nella speranza di salvare imprese e posti di lavoro e di trovare il modo di garantirsi un futuro.

E' tuttavia una scelta che rischia di trasformarsi in un doloroso autogol. 

Se diamo per scontato che la transizione ecologica è irreversibile, dobbiamo renderci conto che prima di tutto i mercati tenderanno a preferire i prodotti "nuovi" ovvero quelli ecologici rispetto ai prodotti tradizionali più inquinanti e, inoltre, che i tempi del passaggio sono tutt'altro che sicuri e prevedibili. 

In altri termini mentre sembra certo che, come già sta accadendo, il numero delle auto elettriche (o di altri prodotti) venduti salirà nel tempo mentre diminuirà il numero delle auto "tradizionali", non possiamo fare previsioni certe sulla velocità con cui gli acquirenti sceglieranno di passare all'elettrico. Può darsi che il passaggio sia graduale ma può anche darsi che a un certo punto sia molto rapido. E' successo diverse volte che un nuovo prodotto abbia messo fuori mercato in tempi brevissimi il prodotto che andava a sostituire. Chi ha puntato sul prodotto sbagliato, ha chiuso le fabbriche e perso tutto.

I produttori delle auto benzina o diesel, quindi, potrebbero all'improvviso scoprire che i loro prodotti non interessano più o che interessano solo se il prezzo è molto basso e quindi se producono in perdita. 

Per questo motivo l'idea di rallentare la transizione ecologica e di farlo solo in Italia rischia di essere un boomerang. Si salva nell'immediato qualche impresa ma si condanna un settore a sparire perchè incapace di soddisfare una domanda differente, di beni nuovi e ecologici, che cresce rapidamente. 

In generale quando si arriva in ritardo su un mercato è più difficile entrarvi, è più complicato far conoscere i propri prodotti, convincere il consumatore che s'è rivolto a altre imprese, gli investimenti rischiano di non essere redditizi e quindi è più difficile trovare finanziamenti, è complicato riconvertire aziende in crisi che non hanno creduto nel nuovo e non possiedono competenze e quote di mercato, e, infine, è anche più difficile trovare fornitori: quelli esistenti lavorano con le aziende leader del nuovo mercato dei prodotti più ecologici.

10 agosto 2022

Prezzo del gas

Se il prezzo del petrolio è sceso sotto i livelli precedenti l'inizio della guerra in Ucraina e lo stesso sta accadendo per il grano, perché non succede anche con il gas?

Una delle possibili spiegazioni è che il prezzo del gas è influenzato dalla speculazione. Qualcuno compra il gas o meglio contratti che hanno per oggetto la compravendita di gas e li rivende a un prezzo più alto. Un pò come succede con il bagarinaggio: persone che comprano i biglietti di un evento sportivo per poi rivenderli ad un prezzo più alto senza essere interessati alla partita di calcio o alla gara di automobili.

Come si ferma la bagarinaggio ovvero la speculazione? 

Un modo è quello di creare una serie di regole che impediscano rendano illegale il bagarinaggio o la speculazione. Ma questo è difficile in un libero mercato in cui agiscono diversi operatori ed esistono mercati regolamentati su cui si scambiano beni come il gas, il petrolio, le materie prime ecc.. Inoltre se il cliente finale paga il prezzo richiesto, c'è un incentivo a comprare anche a un prezzo esagerato un bene scarso. 

Oppure si può fermare la speculazione con una "speculazione" di segno opposto. Una speculazione al ribasso su una moneta consiste nel vendere una moneta (l'euro, per esempio) per poi ricomprarla a un prezzo inferiore, causato dall'eccesso di vendite. Una banca centrale può contrastarla comprando la (propria o di un'altra banca centrale) moneta. Se il prezzo non diminuisce o addirittura aumenta, il guadagno degli speculatori non c'è più o diventa una perdita. 

Nel caso del gas il metodo più semplice per frenare una speculazione è stabilire un prezzo massimo di acquisto. La minaccia di applicarlo può frenare la speculazione, perchè chi compra un contratto a un prezzo per rivenderlo a un prezzo superiore, teme che l'imposizione di un tetto aumenti il rischio di subire perdite e quindi rischia di meno, acquistando meno contratti o acquistandoli a un prezzo vicino al prezzo che pensa verrà stabilito. In questi casi basta la minaccia di fissare un prezzo per combattere la speculazione.

Un buon modo per ridurre la speculazione sarebbe quella di nazionalizzare la maggioranza delle azioni di aziende come ENI e ENEL che potrebbero di fatto vendere energia a prezzi calmierati, decisi dall'azionista di maggioranza, ovvero lo Stato, evitando di ottenere extraprofitti ovvero profitti che, invece, oggi ottengono perchè acquistano energia con contratti a lungo termine e un prezzo stabilito anni fa e rivendono energia a un prezzo che dipende dalle quotazioni impazzite del gas. 

Se grandi aziende potessero applicare un prezzo calmierato, gli altri operatori sarebbero costretti a fare lo stesso, per non perdere clienti.

Tutto questo funzionerebbe a livello economico. Poi ci sono leggi e regolamenti, che risentono dei vari interessi in Italia e in Europa.

29 luglio 2022

La stabilità dell'euro richiede...

10 anni fa Draghi pronunciò la famosa frase "Whatever it takes..." cioè faremo di tutto per garantire la stabilità dell'euro. 

L'euro non era in pericolo, anzi era irreversibile secondo la BCE, ma il suo valore poteva cambiare. E in effetti è successo, in particolare negli ultimi mesi. La guerra in Ucraina penalizza e minaccia l'economia europea, dove i consumi e gli investimenti risentono delle incertezze della guerra e degli effetti della stessa, a cominciare dall'inflazione, più che gli USA, dove invece l'inflazione risente anche di una domanda forte e di una disoccupazione ai minimi.

I tassi alzati dalla FED per raffreddare l'inflazione finisce però anche per spostare capitali verso il dollaro perchè i titoli di stato americani offrono un rendimento interessante e non comportano rischi. 

La conseguenza è che l'euro si svaluta nei confronti del dollaro e l'inflazione aumenta perchè costano di più le materie prime tradizionalmente valutate in dollari. Per questo motivo la BCE non può fare a meno di alzare i tassi, decisione che rischia di peggiorare le economie europee per l'effetto negativo su consumi, investimenti e conti pubblici ma aiuta a non far crollare il valore dell'euro rispetto a quello del dollaro.



28 luglio 2022

Allarme criptovalute nel calcio

 Da qualche tempo molte maglie delle squadre di calcio sono sponsorizzate da criptovalute.

Un cattivo segnale per diversi motivi. 

Il primo è che i marchi tradizionali non intendono spendere soldi per farsi pubblicità tramite il calcio o, almeno, non vogliono farlo a certe cifre, segno di prospettive economiche non ottimistiche.

Il secondo è che il futuro delle criptovalute è tutt'altro che tranquillo. Se mai fosse utilizzato come un normale strumento di pagamento, per esempio una carta di credito, è facile pronosticare che si assisterebbe in poco tempo alla scomparsa di gran parte di esse. Quando le carte di credito sono state adottate da imprese e consumatori, gran parte di quelle esistenti ha cessato di esistere. Se lo stesso dovesse accadere per le criptovalute e le piattaforme di scambio, gran parte degli sponsor del calcio sparirebbe.

Il terzo motivo è che di criptovalute ce ne sono tante, anzi troppe e paiono esistere perchè qualcuno specula su di esse e offre servizi costosi legati alle criptovalute che non perchè ha un senso usarle. Ma la speculazione funziona in due sensi: può far guadagnare ma anche perdere ingenti somme. In questo secondo caso c'è il rischio che il calcio e gli altri sport sponsorizzati dalle criptovalute, si trovino all'improvviso senza i soldi previsti dai contratti di sponsorizzazione. 

E' quel che rischia in questo momento l'Inter (come racconta Sportmediaset), che da quest'anno ospita il marchio Digitalbits sulle magliette (al posto di Pirelli) e a pochi mesi dalla firma del contratto è alle prese con pagamenti pericolosamente in ritardo. 

15 giugno 2022

La BCE ci ripensa?


Riunione straordinaria della BCE, oggi, dopo che l'annuncio della scorsa settimana di un aumento dei tassi e della riduzione degli acquisti di titoli pubblici ha sconvolto i mercati finanziari, provocando un forte calo dei valori azionari e un preoccupante aumento dello spread dei paesi "deboli" come l'Italia.

Secondo Repubblica la BCE vuole capire il motivo. Avevo segnalato nel 2010 che i mercati stavano diventando sempre più veloci e che la speculazione era più aggressiva. Basterebbe guardare le criptovalute: il loro valore in euro oscilla in modo impressionante, per effetto soprattutto della speculazione. Se il valore sale, molti comprano sperando di guadagnarci. Se scende, si vende prima che scenda ancora. La mancanza di un legame con qualcosa di reale accentua il fenomeno. 

Le decisioni della scorsa settimana hanno fatto aumentare lo spread perchè, con un rendimento finalmente positivo dei titoli di stato più solidi, si abbandonano quelli dei paesi "deboli" che hanno troppo debito. Si vendono i titoli dei paesi troppo indebitati, si comprano quelli meno rischiosi e lo spread sale.

La BCE non è riuscita a immaginare che sarebbe finita così? 

Lo strumento dei tassi è uno strumento grossolano. C'è chi beneficia se i tassi diminuiscono, perchè deve pagare il mutuo sulla casa, le rate dell'auto o i debiti dell'impresa, ma c'è anche la speculazione che prende in prestito soldi, guadagna anche poco, restituisce il capitale pagando poco sotto forma di interessi. 

E la speculazione può avere effetti negativi. Può far salire il prezzo delle materie prime o dei generi alimentari, mettendo in difficoltà le imprese e i consumatori che alla fine possono trovarsi a pagare più di quanto ottengono dalla diminuzione dei tassi.

Occorre dunque usare altri strumenti e in modo diverso gli strumenti esistenti, guardando alle esigenze delle economie che risentono delle decisioni della BCE. Continuando a acquistare i titoli dei paesi "deboli" chiedendo loro di non diventare ancora più deboli, ovvero imponendo un tetto alla crescita del debito, mentre non si devono acquistare i titoli dei paesi più forti, come la Germania, che richiedono tassi più alti per remunerare il risparmio. 

10 giugno 2022

Crollo delle banche

Perchè l'annuncio di un aumento dei tassi fa crollare il valore in borsa delle banche? 

In piccola parte perché c'è uno spostamento dei capitali verso titoli più sicuri come i titoli di Stato e in gran parte perché le banche italiane sono piene di titoli di Stato con un rendimento molto basso. Il loro valore diminuisce quando vengono emessi altri titoli di Stato dal rendimento più alto e quindi anche il valore delle banche tende a diminuire.

A questo si aggiunge la prospettiva di un peggioramento dell'economia causato dall'aumento dei tassi, sia perchè i cittadini e le imprese spenderanno e investiranno di meno, dovendo pagare più interessi, sia perchè lo Stato si troverà a fare i conti con una maggior spesa per interessi e quindi dovrà intervenire sul bilancio pubblico rinunciando a qualche spesa o aumentando le entrate fiscali.

09 giugno 2022

Leonardo il guerriero

Quanto vale una guerra? 

Tanto, se si guarda il titolo Leonardo, azienda italiana molto attiva nella produzione di armamenti. 

L'azione Leonardo, ex Finmeccanica, il 30% delle quali appartiene allo Stato, 5 anni fa valeva oltre 15 euro. A fine 2017 però le cose non vanno tanto bene e un annuncio molto negativo su alcuni prodotti e sui conti, fa crollare il titolo di oltre il 20% in una sola seduta di borsa.  

"Nel 2017 Leonardo toccherà il fondo, dal 2018 comincerà la risalita", disse l'amministratore delegato Alessandro Profumo. E in effetti il titolo risale, anche se di poco, negli anni successivi, sfiorando il 12 euro prima della pandemia, per poi crollare a meno di 5 euro quando il virus costringe mezzo mondo a stare chiuso in casa.

La ripresa è lenta. L'azione vale poco più di 6 euro quando appare chiaro che la Russia potrebbe invadere l'Ucraina, evento che fa schizzare in alto il valore della controllata dello Stato, che oggi vale quasi il doppio di 100 giorni fa.
Insomma la guerra rende bene, specie se non è solo un pericolo lontano e improbabile.


25 maggio 2022

Putin affonda Amazon?

Tra le tante vittime della guerra in Ucraina potrebbero esserci anche le grandi aziende come Amazon, il cui valore in borsa è sceso ai livelli precedenti la pandemia, attorno ai 2000 dollari per azione, dopo aver superato i  3700 dollari per azione. 


Come si spiega il calo di oltre il 40% in poco tempo?

Amazon e altre grandi aziende hanno beneficiato dei lockdown che costringeva a studiare e lavorare da casa e a non frequentare i negozi. Si sono impennate le vendite online, e s'è comprato tutto ciò che serviva a lavorare, studiare e interagire da casa, quindi telefoni, computer, social network con cui comunicare e così via.

La guerra scatenata da Putin ha cambiato lo scenario economico. La paura ha reso i consumatori più prudenti, mentre i prezzi sono saliti perchè alcuni beni scarseggiano e per colpa della speculazione, che non s'è lasciata sfuggire l'occasione di far soldi sugli aumenti imprevisti dei prezzi. Ovviamente la speculazione è diversa se riguarda le azioni o i generi alimentari. Nel primo caso sono a rischio i risparmi di chi pensa di ottenere guadagni speculando, mentre nel caso di grano, mais ecc. i rischi toccano la vita di molte persone che hanno difficoltà a alimentarsi e il lavoro.

L’inflazione sta spingendo le banche centrali a alzare i tassi di interesse. E’ una scelta in parte irrazionale perché l’inflazione non è provocata dalla domanda, ma da fattori esterni come la guerra e la speculazione su materie prime e beni alimentari. 

Tuttavia sappiamo che la speculazione è più facile quando i tassi sono molto bassi o addirittura negativi e le banche pronte a offrire denaro abbondante e a basso costo. Un aumento dei tassi rende meno conveniente e più rischioso il prestito a fini speculativi e al tempo stesso offre occasioni di guadagno senza rischio, ovvero l’investimento in titoli di stato. 

Un aumento dei tassi rende di nuovo conveniente l'acquisto di titoli di stato (anche se rischia di rallentare l'economia alle prese con la guerra) e dunque provoca la vendita di azioni, specie di quelle come Amazon, Facebook e altre società il cui valore è sopravvalutato anche per colpa di una speculazione che come sempre, spinge a comprare ciò che sale di prezzo e a vendere ciò che perde valore.


05 maggio 2022

Flash crash: a pensar male...

Lunedì mattina le borse di mezza Europa hanno assistito a un crollo improvviso, testimoniato dal grafico che vedete. 

Il colpevole è un operatore della banca Citi che ha inserito un ordine sbagliato, che a sua volta ha provocato ordini di vendita automatici. Per quanto possibile si è corsi ai ripari e i valori sono tornati quelli di prima.

A pensar male si fa peccato ma a volte ci si azzecca, suggeriva un noto politico, anni fa.

Cosa si potrebbe pensare (male)?

Immaginare che qualcuno voglia sfruttare gli ordini automatici e il nervosismo del mercato, prodotto dalla guerra in Ucraina. Una notizia positiva negativa può spingere le borse molto in alto o in basso e quindi diventa indispensabile disporre di ordini di acquisto e vendite automatici. 

Se il valore di una azione o di un paniere di azioni scende, il programma di un computer vende per limitare le perdite, salvo che un operatore umano intervenga a bloccare l'ordine automatico che scatta al verificarti di determinate condizioni. 

Immaginate che qualcuno voglia sfruttare questo meccanismo, provocando un'ondata di vendite per poi acquistare azioni (o altri titoli) a un prezzo più basso di quello corrente. Costui dovrebbe vendere una grande quantità di titoli, in un colpo solo, a un prezzo più basso di quello di mercato. Troverebbe degli acquirenti, perchè se un'azione in un certo momento è quotata, supponiamo, 10 euro, tanti inseriscono ordini di acquisto a 9,95, 9,90, 9,80, a 9,70 e così  via. 

Quindi se qualcuno inserisse un ordine di vendita a 9,50 otterrebbe quanto desiderato: vendere i titoli facendo scendere il prezzo.

Ma questo innesca altre vendite, automatiche, di società che hanno acquistato lo stesso titolo ad esempio a 9 euro e preferiscono venderlo a 9,40 guadagnando poco piuttosto che trovarselo il giorno dopo con un valore inferiore ai 9 euro.

Le vendite automatiche fanno scendere il valore sotto i 9,50 della vendita iniziale e a questo punto chi ha innescato il crollo decide di ricomprare. Ha venduto a 9,50 e compra magari a 9,20.

Ricompra solo il titolo che ha venduto? No, perchè la vendita di un gran quantitativo di una azioni, che è facile bollare come errore di un operatore, spinge verso il basso tutto il mercato. Si può comprare di tutto, certi che il valore dei titoli ritornerà a salire.

Ovviamente tutto questo è fantaeconomia, anche se dovremmo ricordarci, del capo della finanza di ENI degli anni '80 che speculava, insieme a una mezza dozzina di colleghi di importanti compagnie petrolifere, sui cambi. 

Si erano messi d'accordo per attuare una strategia comune senza lasciare traccia. Usavano le ingenti risorse di aziende petrolifere, che ogni mese effettuano pagamenti per cifre colossali, per speculare. 

Diversi gli scopi: il guadagno personale, il guadagno dell'azienda per cui lavoravano e la creazione di fondi neri da versare a politici del proprio paese e stranieri.

Ai tempi forse non esistevano gli ordini automatici ma il giochetto era sempre quello: innescare un'ondata di vendite per comprare a un prezzo più basso, ben sapendo che le vendite generano preoccupazione e altre vendite e quindi il prezzo diminuisce.


03 maggio 2022

IBL, ancora tu...

 A chi ricorda questo articolo di molti anni fa sull'Istituto Bruno Leoni, consiglio di leggere cosa ha scritto qui Il fatto quotidiano qualche mese fa.

02 maggio 2022

Economia socialista, le piccole imprese e la Cina di oggi


Come funzionavano le economie socialiste?

La domanda non è interessante solo da un punto di vista storico, visto che oggi le economie socialiste di fatto non esistono più, ma anche per capire qualche problema delle economie europee, dove scarseggiano materie prime e prodotti destinati alle produzioni industriali.

Nelle economie socialiste dell'Est Europa il ruolo preponderante o esclusivo dello Stato nella produzione di beni e servizi avveniva attraverso una rigida programmazione della stessa. Lo Stato decideva cosa produrre, con quali fattori produttivi (lavoro, energia, materie prime, semilavorati, ecc.) e a chi vendere tali beni.

Per esempio un'azienda di pneumatici non poteva scegliere se produrre pneumatici per auto, per camion o di altro tipo e neanche il prezzo. Lo decideva il programmatore pubblico che aveva programmato anche con quali mezzi, materie prime, strumenti ecc. dovesse avvenire e a chi si dovessero vendere. 

Il sistema produttivo risultava poco incentivante, poco innovativo, poco efficiente. Se veniva a mancare il petrolio ne risentiva la produzione di plastica e quindi dei beni che utilizzano la plastica. Si fermava l'azienda che usava la plastica, e non poteva rivolgersi ad altri fornitori. 

C'era però un indubbio vantaggio: lo Stato svolgeva un ruolo importante nel procurare materie prime, beni e servizi che servono alle imprese. Ruolo che svolge attualmente la Cina, anche in un sistema economico non più pubblico come un tempo. Il governo cinese ha, per esempio, stretto accordi con molti paesi africani per ottenere materie prime, offrendo in cambio la costruzione di strade, ferrovie, dighe, e produzioni industriali o agricole. 

L'Europa, che invece s'è affidata al mercato, sta scoprendo che questo è monopolizzato da paesi extra-UE che utilizzano i beni a loro piacimento: se il governo cinese decide che i chip di produzione cinese servono alle industrie cinesi, le industrie europee restano a bocca asciutta e fermano gli impianti, con gravi danni economici e occupazionali.

Danni a cui non è estranea la dimensione delle imprese. Una piccola impresa che compra un bene da utilizzare nel proprio processo produttivo è spinta a credere di poter trovare facilmente ciò di cui ha bisogno perchè è solo uno dei tantissimi acquirenti. Un'impresa grande invece è più propensa a cercare di programmare gli acquisti, sapendo che se non trova grandi quantità di un certo bene la sua produzione rischia di fermarsi.

Oggi le piccole imprese alle prese con il caro energia si domandano cos'abbiano fatto nel recente passato i governi per affrontare il problema dell'approvvigionamento e del costo. Dovrebbero invece  chiedersi se loro fossero interessati, qualche anno fa, ai politici che chiedevano i rigassificatori o se preferissero pensare a altro.

31 marzo 2022

N26


Mesi fa ho notato, guardando i video di qualche youtuber, che pubblicizzavano la carta di credito di N26.

Facile da gestire, conveniente, gestibile online: insomma il meglio della tecnologia applicata  una carta di credito emessa dalla banca tedesca N26 che nel suo sito scrive: "Sai perché Forbes ci ha nominati la migliore banca in Italia e nel mondo? Perché ti offriamo un servizio all’avanguardia e un mondo di vantaggi esclusivi".
 
Sarà... ma da qualche giorno sul sito della stessa banca si avverte: "la Banca d’Italia ha imposto alla Succursale Italiana di N26 l’astensione dall’intraprendere operazioni con nuova clientela, delineando aree di miglioramento in materia di antiriciclaggio. Questo ci impedisce temporaneamente anche di offrire nuovi prodotti e servizi alla clientela della Succursale Italiana, fino alla rimozione delle carenze individuate".


25 marzo 2022

Perché il gas in rubli?

Perché Putin chiede che le forniture di gas ai paesi "ostili" siano pagati in rubli, pur confermando la volontà di voler continuare a rifornire di gas l'Europa?

E' in atto una guerra della Russia contro l'Ucraina alla quale USA e UE hanno risposto con forti sanzioni economiche.

Tra le prime conseguenze ci sono stati il blocco delle riserve in valuta detenute presso le banche straniere, il quasi default del debito pubblico russo e il calo del valore del rublo rispetto ad euro e dollaro. Inoltre Mosca ha tenuto chiuso per quasi un mese la borsa, temendo un crollo del valore delle azioni, e ha deciso di rimborsare i titoli di stato in rubli.

La decisione di chiedere pagamenti in rubli è un modo per sostenere la moneta russa che rischia di perdere valore per le sanzioni che peggiorano e di molto le prospettive dell'economia, e perchè Mosca, decidendo di pagare in rubli i titoli di stato in scadenza, riempe i mercati delle valute di rubli di fatto inutili per acquistare beni in Russia. 

L'eccesso di offerta di rubli messi in vendita da chi li riceve, rischia pertanto di farne cadere il valore, con importanti effetti su inflazione e patrimoniali.

Di qui la scelta di Putin di richiedere pagamenti in rubli. La domanda di rubli può tenere alto il valore della moneta e spingere i russi, illusi dalla propaganda e da qualche dato economico "drogato" dalle scelte politiche, a sottoscrivere i titoli di stato, che altrimenti nessuno vorrebbe.

09 marzo 2022

Equità del catasto

Draghi e parte del suo governo vogliono una riforma del catasto, osteggiata dai partiti di destra che sbandierano il pericolo di un aumento delle "tasse". 

Una riforma, magari accompagnata da una riduzione delle aliquote delle tasse e delle imposte che si pagano sulla casa per svariati motivi, in realtà non penalizzerebbe tutti gli italiani ma solo alcuni.

C'è chi ha provato a calcolare il valore medio degli immobili nel 94% dei comuni italiani e lo ha confrontato col valore di mercato. Il risultato è quello dell'immagine che potete vedere.

Nei comuni in rosso, che sono il 5,9% del totale, il valore medio di mercato supera il valore dell'immobile secondo il catasto per una cifra tra 10.000 e 68.000 euro. In quelli arancione, il 5,3% del totale tra 0 e 10 mila euro. Quindi in questi due casi la base imponibile diminuirebbe e i cittadini pagherebbero di meno, ancora di più se diminuisse l'aliquota. 

Invece nei comuni di colore giallo, il 41,6% del totale, il valore reale supera quello del catasto al massimo di 50 mila euro. In quelli in verde e blu (un terzo del totale) il valore di mercato è superiore al valore catastale e la tassazione probabilmente aumenterebbe.



Una riforma del catasto renderebbe più eque (cioè legate al valore reale degli immobili e quindi alla ricchezza posseduta) le imposte sulle case anche all'interno dei singoli comuni dove, com'è risaputo, nel corso del tempo i valori degli immobili cambiano e un immobile in periferia ha valori diversi rispetto a quelli nel centro città.




06 marzo 2022

Se pure Monti...

Nella puntata di ieri sera di In Onda (dopo circa 41 minuti) Mario Monti spiega che le emergenze che ci stanno angosciando, l'emergenza ambientale, quella sanitaria, e buon ultima quella militare, inducono a cambiare gli obiettivi della politica.

Non più obiettivi di breve periodo come la riduzione delle tasse, obiettivo di tutti i partiti per convinzione o per paura di scontentare l'elettore, ma una serie di obiettivi di lungo periodo che imporranno aumenti di spesa e quindi di imposte, necessarie a affrontare le sfide del futuro. 

Anche Monti lo dice. Resta da vedere se lo faranno anche i politici che sulla riduzione delle tasse hanno impostato le loro carriere.

25 febbraio 2022

Il gatto (svizzero) perde il pelo ma...

Mentre la crisi ucraina spinge i paesi occidentali a colpire gli oligarchi russi e le loro immense ricchezze, rischia di passare inosservata o quasi l'inchiesta Suisse Secrets che svela che Credit Suisse, colosso bancario svizzero, gestisce miliardi di franchi di dittatori, trafficanti, torturatori, ecc.

Sul tema ecco parte di ciò che ha scritto Stiglitz, riportato dall' HuffPost:

"Da un certo punto di vista, si tratta sempre della stessa solfa, una storia trita e ritrita: ogni volta che i giornalisti alzano un po' la cortina di segretezza dietro la quale agisce il settore finanziario, capiamo meglio perché il segreto sia così importante. Serve a coprire una rete di attività corrotte e scellerate eseguite in misura spropositata – e che non stupisce più di tanto – da clienti tenebrosi e famiglie di dittatori, e, presa nel mezzo, una manciata di politici apparentemente rispettabili che vivono nei Paesi democratici. Questa volta, però, siamo in presenza di qualcosa di diverso. Questa volta non si sta parlando di un'isoletta sperduta, di un paradiso fiscale chissà dove, di un Paese in via di sviluppo e in difficoltà che cerca di escogitare un modello alternativo di produzione ed esportazione di stupefacenti. Qui si sta parlando di una delle banche più importanti nel cuore stesso dell'Europa, per la precisione di uno dei Paesi più ricchi al mondo, un paese dove si presume che la legalità debba regnare incontrastata. La vicenda è tanto più demoralizzante se si tiene presente che il Paese e la banca coinvolta si erano impegnati espressamente ad agire in modo trasparente e a fare sempre meglio, dopo una lunga storia in cui facilitare l'evasione fiscale era parso il minore dei problemi. È proprio questo il punto: senza maggiore trasparenza non può esservi una rendicontazione attendibile"
[...]
"Dai Suisse Secrets scopriamo due aspetti inquietanti. La collaborazione giornalistica internazionale ha fatto luce solo su una minima parte delle informazioni sui clienti della banca, eppure in quella minima parte vi erano già molti clienti inquietanti, dittatori e loro famigliari, criminali di guerra, funzionari e capi delle intelligence, manager corrotti, trafficanti di uomini, capi di Stato, uomini d'affari soggetti a sanzioni, violatori dei diritti umani – una vera e propria galleria di canaglie. Che cosa vedremmo se lo squarcio in quella banca fosse più grande? In secondo luogo, sembra che i Paesi che subiscono le peggiori conseguenze per l'assistenza che la banca offre a personaggi di pessima lega siano i Paesi in via di sviluppo e i mercati emergenti. Questa rivelazione conferma ciò da cui gli esperti ci stavano mettendo in guardia già da molto tempo: la Svizzera ha acconsentito a uno scambio automatico delle informazioni perlopiù con altri Paesi avanzati, non con quelli poveri, e ancor meno con quelli che potrebbero ospitare attività illegali. Pertanto, cleptocrazia e corruzione possono benissimo prosperare ancora a lungo".


24 febbraio 2022

Le banche nella crisi ucraina

Quale tra le due grandi banche italiane, Unicredit e Intesa San Paolo è più esposta nell'est Europa? 

Ce lo dice l'attuale andamento delle rispettive azioni: Unicredit sta subendo, a causa dell'invasione russa dell'Ucraina, perdite maggiori perchè più presente in Europa e nell'est di Intesa San Paolo.


12 febbraio 2022

Visco (Bankitalia) sul debito

Il governatore della Banca d'Italia, Visco, ha spiegato che il rapporto debito pubblico/ PIL è sceso tra la fine del 2020 e la fine del 2021 dal 156% al 150%, smentendo la previsione del 160% a fine 2021.

Merito della crescita del PIL nel 2021 ma anche dell'impennata dei prezzi che alza il PIL nominale. 

Se il rapporto debito/PIL scende a pagare è anche il risparmiatore. L'inflazione riduce il potere di acquisto dei risparmi, un pò come se una parte venisse prelevata dallo Stato in condizioni di inflazione assente o bassa. Una tassa implicita di cui pochi si lamentano.

Il calo del rapporto debito pubblico/ PIL e la ripresa economica hanno anche un altro lato negativo: un ritorno alla normalità significa che prima o poi lo Stato deve riequilibrare i conti pubblici. Ovvero non si può continuare a sopportare un deficit elevato, come sta succedendo per il terzo anno consecutivo a causa della pandemia.

Bisognerà rimettere a posto i conti, e questo non piacerà a tanti.



31 gennaio 2022

Quando si torna al 2019 ?

Quando tornerà il PIL italiano ai livello del 2019 ovvero l'ultimo anno prima del Covid? 

Fatto pari a 100 il PIL del 2019, nel 2020 a causa del Covid il PIL è sceso a 91.1, l'8.9% in meno.

Poi nel 2021 è risalito del 6.5% quindi a 97. Manca poco più del 3% per tornare al PIL del 2019.

L'effetto trascinamento però assicura un aumento del PIL del 2,4% nel 2022. Quindi manca poco per tornare al PIL del 2019.

Che cos'è l'effetto trascinamento? Immaginate che un'azienda che produca un certo bene. Nel mese di gennaio ne produce 100, a febbraio 102, a marzo 103 e così via. La media è (supponiamo) 110 e questo valore, confrontato con quello dell'anno prima, determina la variazione del PIL. 

Ma se a dicembre si fosse arrivati a 121, avremmo un effetto trascinamento del 10%. Supponiamo che nei 12 mesi successivi il PIL non aumenta, restando a 121. La media sarebbe 121, ovvero il 10% in più dell'anno prima, e questo anche se non si produce di più.

Quindi basta poco per tornare al PIL del 2019, sperando che altre variabili esogene, cioè esterne come l'aumento dei prezzi del prodotti petroliferi e dell'energia, il Covid o una possibile guerra in Ucraina non mettano i bastoni tra le ruote.

14 gennaio 2022

Spread 2022

Tra 10 giorni inizieranno le votazioni per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica e spread offre segnali inquietanti nonostante si prevede per il 2022 e un buon andamento dell'economia italiana con una crescita attorno al 4%.

Una prima ragione di inquietudine è legata all'andamento dell'inflazione, molto alta nell'ultimo periodo, anche se in gran parte esogena ovvero provocata dall'aumento dei prezzi dell'energia e delle materie prime. Tuttavia un aumento di tali prezzi potrebbe provocare una serie di rincari di prodotti d'importazione e italiani e anche del costo del lavoro. 

In presenza di un'inflazione alta di fatto i titoli di stato hanno un rendimento reale negativo. I risparmiatori perdono potere d'acquisto sottoscrivendo i titoli di stato. Di qui la scarsa domanda di titoli e la conseguente crescita dei rendimenti e dello spread, perchè quando aumenta l'incertezza si abbandonano i titoli dei paesi meno solidi. 

Inoltre aumenta il rischio che la banca centrale europea faccia salire i tassi di interesse e quindi che si apra una stagione di titoli di stato con rendimento superiore. Questo spinge i possessori di titoli di stato a liberarsene in attesa di emissioni con un rendimento superiore, e ciò fa aumentare lo spread.

C'è poi l'incertezza politica, legata soprattutto alla figura di Silvio Berlusconi, che aspira a diventare Presidente e che in passato ha dimostrato scarsa affidabilità in fatto di gestione dei conti pubblici. La minaccia di Berlusconi di abbandonare il governo in caso di elezione di Mario Draghi rende incerto il futuro della legislatura, che scade nel 2023, e quindi le garanzie che Draghi sta offrendo ai mercati sui conti pubblici.

Ci sono poi elementi internazionali che preoccupano, come la possibile crisi ucraina, a cui si aggiungono i numeri preoccupanti della quarta ondata, che sta riempendo gli ospedali.

Insomma, il 2022 che si annunciava come un anno di crescita e di recupero dal drammatico crollo economico dovuto alla pandemia, potrebbe trasformarsi in un incubo. I mercati lo sanno e lo spread lo dice chiaramente.

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