27 agosto 2020

Corso di Contabilità per principianti - 2 - il Conto

Iniziamo dal conto, termine che può spingerci a pensare al conto corrente bancario o postale, usati per fare e ricevere pagamenti, versamenti, prelievi. Se il conto corrente (c/c per brevità) è quello di una impresa, le somme che entrano e escono devono essere registrate. Come?

Anzitutto prendiamo un foglio e dividiamolo in due parti uguali con una linea verticale. Oppure prendiamo due colonne in un foglio di calcolo su un computer.

Chiamiamo dare la colonna di sinistra e avere la colonna di destra, e diamo un nome al conto.

Quindi stabiliamo delle regole. 

Una somma si registra nella colonna di sinistra (in dare) quando viene versata sul conto. 100 euro possono entrate sul conto attraverso un bonifico, un versamento in contanti, un assegno, eccetera. Non importa come: in ogni caso la somma si registra in dare. Naturalmente insieme al versamento si registreranno altri dati, come la data e la causale, ma quel che importa qui è che se una somma entra in un conto si registra a sinistra cioè in dare. 

Se invece una somma esce dal conto, si registra in avere cioè nella colonna di destra. Accade in caso di pagamento con bonifico bancario o assegno o prelievo.

Ecco due esempi: 

1) versamento di 100 euro in contanti sul conto corrente bancario


 2) pagamento di 120 euro tramite il conto corrente bancario


Siccome il conto è lo stesso, dopo una serie di utilizzi, il conto apparirà così:


La differenza tra il totale in dare e il totale in avere indica il saldo del conto.

Dunque abbiamo imparato che un conto è diviso in due parti e che alcune somme si registrano in dare  (nella colonna di sinistra) e altre in avere (nella colonna di destra). 

Per ognuna delle poche categorie di conti impareremo quando una somma va in dare e quando in avere. Alla prossima!

24 agosto 2020

Corso di Contabilità per principianti -1- Introduzione

Vorrei provare a mettere insieme un corso di contabilità di base, destinato a chi non sa nulla di contabilità e quindi di bilanci e vuole imparane i principi di base. 

La contabilità che ci interessa riguarda l'impresa, che è un'organizzazione più o meno complessa che produce e vende beni e servizi e per farlo usa, e quindi acquista, altri beni e servizi.

Il panettiere produce il pane (e altri prodotti) e per farlo ha bisogno di prodotti come la farina, di macchinari, di lavoro, energia elettrica, di locali di produzione e vendita, e così via.

La contabilità delle sua impresa registra i ricavi, ovvero le vendite espresse non in kg di pane ma nel loro valore economico, e i costi sopportati per l'acquisto e l'uso di farina, ingredienti vari, energia elettrica, macchinari, lavoro dei panettieri, affitti, eccetera.

Periodicamente la contabilità dirà al proprietario della panetteria se i ricavi sono superiori ai costi, ovvero se il valore di quel che vende supera il valore degli acquisti, ma anche il valore dei debiti e dei crediti e molto altro.

Il compito della contabilità è registrare tutto questo in modo puntuale e veritiero, come vedremo in seguito.

18 agosto 2020

Cesare Romiti

Chi era davvero Cesare Romiti, per 25 anni al vertice di Fiat?

Come molti grandi colossi industriali, nel corso della sua storia Fiat ha attraversato momenti difficili in cui sono stati necessari enormi capitali per coprire le perdite e investire in nuovi prodotti. In uno di questi momenti, Mediobanca a cui per decenni le grandi imprese in difficoltà hanno chiesto aiuto,  ha mandato a Torino Cesare Romiti, col compito di rimettere ordine in un'azienda in crisi e di trovare le risorse per evitare guai peggiori.

Romiti ha svolto bene quel compito, difficile, difficilissimo visto il contesto, la crisi petrolifera nell'Italia degli anni '70 con i suoi forti contrasti sociali, e un contesto internazionale che rischiava di mettere in dubbio l'impiego dei capitali di Gheddafi a favore di Fiat. 

La marcia dei 40 mila, la ristrutturazione della Fiat con migliaia di licenziamenti, lo scontro coi sindacati, i rapporti con la Libia, sono fatti che possono essere giudicati in tanti modi ma fanno parte del lavoro del Romiti risanatore di Fiat. Doveva rimettere in sesto i conti, trovare i soldi e dare un futuro economico-finanziario e, comunque la si pensi, l'ha fatto.

Poi c'è stato un Romiti chiamato a fare scelte strategiche di lungo periodo, a decidere il futuro di Fiat come delle imprese e delle partecipazioni azionarie che, insieme ai figli, ha controllato e gestito dopo essere uscito da Fiat.

Questo Romiti non ha saputo fare grandi scelte. Ha cambiato il dna della Fiat, scontrandosi con Ghidella e alleggerendo il peso nell'automobile senza tuttavia dare un'identità al gruppo perchè le scelte finanziarie si sono rivelate perdenti, come quelle che ha fatto dopo essere uscito dall'azienda torinese.

E' prevalso in altri termini un Romiti "ragioniere", capace di fare i conti e tagliare i costi e poco capace di capire i prodotti, i mercati, e il futuro dei diversi settori economici.

A Gianpaolo Pansa che lo intervistava, spiegò che uscire da SEAT, ceduta a Volkswagen, voleva dire ridurre i debiti di Fiat ottenendo un risparmio nella spesa per interessi superiore all'utile pagato da SEAT a Fiat. 

Una scelta prudente che però si rivelò perdente perchè Romiti non capì che la Spagna, da poco uscita da una lunga dittatura, stava per diventare uno dei paesi economicamente più dinamici d'Europa e quindi SEAT sarebbe crescita a ritmi elevati. 

Anni dopo, Romiti espresse riserve sull'acquisto di Chrysler da parte di Fiat, citando le preoccupazioni di qualche anno prima quando Chrysler poteva essere acquistata da Fiat. Forse non comprendeva i vantaggi industriali e commerciali di entrare, grazie a un marchio famoso (Jeep), nel mercato americano. 

Insomma ci sono stati due Romiti. Quello che ha salvato un'impresa in grande difficoltà e quello che non è riuscito a dargli un futuro florido. Che invece altri, a cominciare da Marchionne, hanno disegnato. 

29 luglio 2020

Il Piano Marshall europeo: grandi passi avanti e moniti per il futuro


Un articolo dalla prospettiva Italo-spagnola, che celebra la svolta storica delle politiche europee con tutti i vantaggi ottenuti, al tempo però che avverte su quali punti i Paesi mediterranei dovranno continuare a tenere gli occhi aperti nei prossimi tempi.

Vantaggi: 1.Sforzo comunitario senza precedenti, (anche se i primi fondi arriveranno da metà anno prossimo). 2.Italia passa da storico contribuente al bilancio  UE a beneficiario netto e a condizioni molto vantaggiose. 3.Potenziale cambio storico di prospettiva, da un decennio di austerity si passa a indebitamento comunitario.

Moniti: 1.Evitare rischio di reintrodurre troppo presto di Patto di Stabilità con i vecchi parametri rigidi su deficit e debito pubblico, così come che venga annullato prima del dovuto il piano straordinario di acquisto di titoli di Stato a tassi d'interessebassi da parte della BCE, i Paesi nordici potrebbero infatti riprendersi più rapidamente e a quel punto fare pressione su questi due punti che invece resteranno fondamentali per Italia, Spagna, Portogallo e Grecia per non rischiare di vanificare tutto lo sforzo di questo accordo europeo. 2.Possibili grattacapi per chi non condivide alcune raccomandazioni europee, come ad esempio la coalizione di governo spagnola che mirava proprio ad abolire riforme difese dall'Europa. 3.Rinuncia, di nuovo, ad un forte potere centrale europeo e  ad investimenti diretti della Commissione Europea, in favore di un sistema che rimane ancora molto inter-governativo con i suoi limiti.

Per approfondire e leggere l'articolo per intero, clicca qui

28 giugno 2020

PIL a -12% ma....

Scuola e sanità. Sono questi i due settori pubblici che hanno bisogno di più risorse per i mesi (o gli anni) a venire, se la minaccia Covid 19 continuerà a influenzare la nostra vita, magari indirettamente attraverso la paura di un'altra emergenza sanitaria.
Quanti soldi servono  per avere una sanità in grado di affrontare eventuali future emergenze e per una scuola con i giusti spazi per gli studenti? 

Per quanto riguarda la sanità si parla di 35-37 miliardi, che in gran parte dovrebbero arrivare dall'Europa, mentre sulla scuola potremmo ricordarci dei tagli della ministra Gelmini, 8 miliardi. Tenuto conto del tempo trascorso e della necessità di nuove aule per distanziare gli studenti, possiamo immaginare che serva il doppio. 

In totale si tratterebbe di un altro cinquantina di miliardi, ovvero più del 3% del PIL (nel frattempo calato) solo per rendere più efficienti scuola e sanità. E se questo significa da un lato un aumento del PIL superiore al 3%, dall'altro vuol dire che per sistemare i conti in futuro serviranno più imposte a carico dei cittadini. Che negli ultimi anni si sono spesso sentiti dire che era opportuno "tagliare le tasse" e che forse usavano i tagli per andare più spesso al bar o in pizzeria. Oggi che il covid tiene lontano gli italiani dai locali, il risparmio sta crescendo. Segno che possiamo pagare più imposte per il bene nostro e dei nostri figli rinunciando all'apericena o alla pizzeria. Ricordandoci che ogni euro speso in più nella scuola e nella sanità ci fa vivere meglio e fa salire un PIL oggi più che mai in difficoltà.

16 giugno 2020

Piano Colao e soldi dall'Europa

Il piano Colao mi ricorda il salmone che risale la corrente: un grande sforzo per deporre le uova (poche diventeranno salmoni adulti) e morire, ovvero un insuccesso annunciato.

Perchè si tratta di un insuccesso annunciato? La risposta è nella storia del ponte Morandi. Crollato a metà agosto 2018, quando tra qualche settimana verrà inaugurato il nuovo ponte molti lo indicheranno come un buon esempio del modo di usare i soldi che potrebbero arrivare nei prossimi anni dall'Unione Europea. Ci diranno che tutto è filato liscio, non ci sono stati ricorsi al TAR a frenare l'opera, le voci dissenzienti sono rimaste inascoltate di fronte all'urgenza dei lavori.

Si dimenticherà però che sul ponte, che già diversi anni fa la Confindustria ligure indicava come a rischio crollo, come su tante possibili opere pubbliche, è sempre mancato un accordo tra le forze politiche e che solo l'urgenza ha impedito che chi dissentiva desse battaglia contro l'opera.

Chiedere a Colao, un manager che ha guidato un colosso delle telecomunicazioni come Vodafone, di fare un piano per il futuro dell'Italia senza un accordo degli italiani su cosa fare, è come chiedere a uno chef di suggerire il menù a un gruppo di persone con gusti culinari diversissimi tra loro: ognuno dirà di no a quello che non gradisce e alla fine la cena salta.

I soldi che l'Europa dovrebbe darci per affrontare la crisi rischiano quindi di non essere spesi o di fare una brutta fine. Da una parte ci sono partiti, cioè italiani, che vorrebbero venissero usati a fondo perduto cioè regalati agli italiani senza condizioni. Dall'altro ci sono altri partiti e l'Europa che vorrebbero spenderli per cambiare l'Italia, ma non sono d'accordo sul come. E questo ha reso inutile il piano Colao.

06 giugno 2020

Reddito di Cittadinanza vs Ingreso Mínimo Vital

In Spagna il Governo di Pedro Sánchez ha presentato un nuovo ammortizzatore social, chiamato Ingreso Mínimo Vital, (IMV).  Quest'articolo, comparso sul giornale online La Voce d'Italia, un confronto approfondito col Reddito di Cittadinanza italiano, mettendo in risalto 3 punti:

1- Requisiti di residenza.

Solo un anno di residenza richiesto per accedere al IMV spagnolo contro i 10 dei quali gli ultimi 2 ininterrotti e immediatamente anteriori alla presentazione della domanda nel RDC italiano. Ciò rende il sussidio spagnolo molto più equo ed inclusivo, evitando di tagliare fuori molti cittadini stranieri o spagnoli di rientro dall'estero in condizioni di indigenza.

2- Effetti di politica sociale.

Nel sussidio spagnolo è previsto un canale preferenziale con una maggiore flessibilità dei requisiti, (compreso quello già citato della residenza), per persone sottoposte a particolari  condizioni di oppressione quali sfruttamento sessuale, traffico di esseri umani, o violenza di genere. Inoltre nell'articolo vi è un avvertimento sui possibili effetti dannosi del sistema italiano  sui disoccupati di lunga durata, (che risultano solitamente anche i casi più problematici e con maggior bisogno di politiche di integrazione), dell'incentivo dato alle imprese in Italia di incassare loro, in caso di assunzione di un beneficiario, di tutta la sua quota restante del RDC. Chi è disoccupato da più tempo infatti sarà così ancora  meno appetibile per le imprese in Italia, avendo consumato gran parte del suo RDC. Infine il sistema dell'ammortizzatore sociale spagnolo si concentra maggiormente sul sostegno alle famiglie con figli rispetto a quello italiano.

3- Accompagnamento al lavoro.

In Spagna non è stata inserita tutta la parte più controversa del RDC su navigators e piattaforma digitale di incrocio offerta-domanda di lavoro i cui risultati in Italia  non sembrano, per ora, affatto confortanti.
Al loro posto l'IMV spagnolo prevede alcuni tipi di incentivo alle imprese più virtuose che assumono o formano più beneficiari del sussidio, si parla per esempio di un riconoscimento specifico tramite un "timbro sociale", anche se ancora il governo non ha specificato quali vantaggi comporterà oltre al fattore pubblicitario, rimandando la decisione ad un accordo specifico con le imprese. Inoltre viene concessa la possibilità a chi riceve questo ammortizzatore sociale di sommare parte del sussidio al nuovo salario in caso di assunzione, ciò dovrebbe fare sì che i beneficiari della prestazione siano sempre incentivati a cercare e accettare un'occupazione perché ciò comporterà sempre un forte aumento delle proprie entrate e la sicurezza di mantenere il sussidio anche successivamente nel caso che la durata del nuovo lavoro sia breve.

A chi interessa questo paragone fra ammortizzatori sociali può approfondire qui


24 maggio 2020

Addio, Alesina

Purtroppo un infarto ha stroncato Alberto Alesina, professore di Harvard, alle cui discutibili idee questo blog deve molto.

Chi volesse saperne di più, clicchi qui: http://www.econoliberal.it/search?q=Alesina.

20 maggio 2020

MES e BTP Italia

Mentre si continua a polemizzare sul MES, il meccanismo di stabilità europea che l'Italia potrebbe usare, non mancano le domande per i BTP, che rendono inutile (forse) il ricorso al MES.

Per capire cos'è davvero il MES, andiamo a leggere il sito  Banca d'Italia.

Il meccanismo -dice Bankitalia- ha la la funzione di concedere, "sotto precise condizioni", assistenza finanziaria a paesi membri con temporanee difficoltà a finanziarsi sul mercato.

Quali condizioni? Per i prestiti si prevede un "programma di aggiustamento macroeconomico specificato in apposito memorandum", mentre è "meno stringente" nel caso di linee di credito precauzionali" per paesi colpiti da shock avversi.

Chi decide le condizioni? 

Per partecipare al MES l'Italia ha versato oltre 14 miliardi di euro, ottenendo una quota di circa il 17%, sufficiente per porre veti, visto che le decisioni richiedono l'unanimità del consiglio del governatori ovvero i 19 ministri delle finanze dell'area euro, oppure la maggioranza qualificata dell'85%.

Dunque il MES pone condizioni, ma non impone nulla di pericoloso, specie a un paese come l'Italia che dispone di una quota sufficiente a bloccare qualunque decisione del consiglio dei governatori (ministri delle finanze).

Tuttavia al MES si dovrebbe fare ricorso solo quando i paesi membri "pur avendo un debito pubblico sostenibile trovino temporanee difficoltà nel finanziarsi sul mercato".

L'emissione di BTP avvenuta in questi giorni dice che non ci sono difficoltà a finanziarsi sul mercato. Ma a un tasso ben più elevato (oltre l',14%) dei soldi messi a disposizione dal MES.

Non si ricorre al MES solo per questioni politiche, ovvero per non subire la pressione dei paesi europei contrari a concedere soldi ai paesi poco virtuosi. Anche se questo significa pagare più interessi e quindi avere conti pubblici meno virtuosi.

08 maggio 2020

Perchè l'Italia non può fare a meno della BCE

Ieri sera per l'ennesima volta Gianluigi Paragone, senatore espulso dal Movimento 5 Stelle e da sempre vicino alla Lega, ha proposto una soluzione facile per tutti i mali economico-finanziari italiani: stampare moneta. Chi ha una propria Banca Centrale lo farebbe con indubbi vantaggi, secondo Paragone e secondo altri (mi è capitato di sentire la stessa idea proposta da un giornalista de La Verità).

E' una tesi sbagliata perchè ignora un dato: le monete non sono tutte uguali, alcune sono apprezzate altre meno. Ciò dipende dall'uso e dalla stabilità della moneta, che a sua volta deriva dalle caratteristiche dell'economia che la emette. Il dollaro è emesso da una grande economia, viene impiegato nelle transazioni internazionali. Il franco svizzero da una piccola economia però molto ricca e poco indebitata con fondamentali solidissimi. 

Chi usa una moneta non vuole che si svaluti o veda il valore modificarsi velocemente per colpa di qualche variabile fuori controllo. 

Se un paese è politicamente instabile, se non sa tenere sotto controllo i conti pubblici, non riesce a creare condizioni favorevoli all'impresa, è vittima dell'inefficienza burocratica, la sua moneta sarà trattata di conseguenza: non si utilizza. 

Per questo l'idea di ritornare ad una banca centrale nazionale è pessima. I titoli di stato in lire non sarebbero attraenti e verrebbero comprati solo in cambio di un interesse maggiore. Aumenterebbero quindi i costi per lo Stato che li emette e i conti pubblici diventerebbero insostenibili.

Inoltre la moneta sarebbe facilmente oggetto di speculazioni, come successo nei primi anni '90 quando molti fondi scommisero sull'uscita della lira dallo SME. Se qualcuno scommette enormi capitali sul calo di una moneta, il solo modo di impedirlo è fare una scommessa di segno opposto. Per farlo occorrono ingenti quantità di valuta estera, ovvero che una banca centrale invece di versare al proprio governo i frutti del proprio lavoro li usi per creare riserve da usare in caso di necessità. 

Quindi gli italiani pagherebbero (sotto forma di mancati incassi per lo Stato) decine di miliardi per creare una riserva che la Banca d'Italia dovrebbe sacrificare in caso di attacco speculativo. 

L'euro riduce invece il rischio di attacco speculativo ed è interesse di tutti mantenere la stabilità dell'euro impegnando le risorse comuni, vale a dire quelle della BCE, per difendere gli attacchi ai titoli di uno stato. 

Però quest'ultimo non può rendere instabile il sistema con scelte economiche sconsiderate.

22 aprile 2020

Titoli perpetui

Il dibattito sul MES ha spinto qualcuno a parlare di titoli perpetui.

Me n'ero occupato nel 2014: http://www.econoliberal.it/2014/11/titoli-di-stato-perpetui.html

Emettere un titolo che scade tra 30 anni non è diverso dall'emettere un titolo di durata più brve rinnovato più volte, per cui possiamo considerare l'emissione di un titolo perpetuo equivalente all'emissione di un titolo di durata inferiore rinnovato un numero in finito di volte.

Equivalgono ma ad una condizione: che chi possiede il titolo possa venderlo, ovvero che esista un mercato che garantisca a chi possiede un titolo perpetuo di venderlo in tempi e con costi ragionevoli. In quel caso il titolo perpetuo o di durata magari superiore alla vita residua del sottoscrittore. Un titolo che non ha questi requisiti risulterà ben poco attraente e sarà accettato solo se offre un "premio" in termini di rendimento sufficientemente elevato.

In ogni caso vale la regola che i titoli a lungo termine devono offrire rendimenti superiori a quelli con scadenza inferiore, per convincere i sottoscrittori a assumersi rischi maggiori.

E' perciò difficile immaginare l'emissione di titoli perpetui a interesse molto basso o addirittura pari a zero. Ciò potrebbe succedere solo se fosse una banca entrale l'acquirente o un investitore che sottoscrive i titoli in cambio di altri vantaggi.

30 marzo 2020

Briatore

Mi è capitato, ieri sera, di vedere per qualche minuto Flavio Briatore parlare di come affrontare la crisi economica causata dal coronavirus.

L'imprenditore cuneese sosteneva che l'Europa dovrebbe stampare moneta e creare inflazione.

La BCE come altre banche centrali, da anni creano moneta. Non la stampano e distribuiscono i soldi come fossero quelli del Monopoli, perchè non credono alle favole di qualche politico ignorante e improvvisato, ma creano moneta acquistando soprattutto titoli di stato dalle banche.

Per cui nella proposta di Briatore non pare esserci nulla di nuovo.

La creazione di moneta ha generato inflazione?

Proprio no, l'inflazione non si crea solo con la moneta. Si crea nel momento in cui si acquistano beni e servizi. Quando le aziende registrano un aumento della richiesta di un bene scarso, alzano i prezzi. Succede con le mascherine, i disinfettanti e altri beni che in queste settimane stanno andando a ruba. Per gli altri non accade. Inoltre in un mondo globalizzato, la domanda si può soddisfare anche attraverso produzioni che avvengono in un altro continente, per cui è più difficile che un aumento della domanda generi inflazione.

Sarebbe utile un pò di inflazione perchè ridurrebbe il rapporto debito/PIL. Il debito pubblico resta uguale mentre il valore del PIL cresce anche per effetto dell'inflazione e quindi in rapporto diminuisce se c'è l'inflazione.

Ma troppa inflazione spaventa chi... ha un pò di soldi. L'inflazione diventa una tassa occulta, agisce sui conti correnti, sugli stipendi, le pensioni, insomma su tutto quello che è denaro o assimilabile ai contanti, come fosse un prelievo forzoso, imposto dallo Stato per incassare denaro.

Tra i prodotti assimilabili al denaro contante ci sono i BOT, i CCT e in generale i titoli di Stato. Se l'inflazione sale in modo inatteso e non è previsto un meccanismo di indicizzazione all'inflazione, il risparmiatore subisce una perdita, proprio come chi ha qualche migliaio di euro sul conto corrente.

Chi di soldi ne ha molti o dispone di consulenti finanziari abbastanza capaci, di fronte al rischio di un aumento dell'inflazione, sposterebbe i propri averi su beni che risentono poco o per nulla dell'aumento dei prezzi, come gli immobili o i beni rifugio.

Il crollo del valore di una moneta inflazionata avrebbe poi altri effetti negativi. Ragion per cui è improbabile che la ricetta di stampare moneta sarebbe vista di buon occhio. L'inflazione farebbe fuggire capitali dall'euro e danneggerebbe le imprese e gli stati che usano l'euro.

Chissà se tutto ciò è noto al cittadino che magari apprezza le parole di Briatore in tv, ignaro del costo che l'inflazione avrebbe per i suoi magri risparmi.





28 marzo 2020

Niente dividendi

Quante volte abbiamo sentito dire che non si dovrebbero salvare le banche?

Non ci sono i banchieri, come succedeva una volta, proprietari di banche a cui far pagare gli errori. Ci sono invece gli azionisti, alcuni piccoli, alcuni più grandi, fondi di investimento e fondazioni bancarie che usano i dividendi per aiutare la cultura e per il sociale. 

La crisi ha fatto scendere i prezzi delle azioni in maniera rilevante. 

Un'azione Unicredit, ad esempio, che valeva oltre 14 euro a metà febbraio è scesa a meno di 7 euro nei giorni scorsi, per poi risalire verso gli 8 registrati oggi (7,86 come indica il sito di Borsa italiana). Un'azione di Intesa San Paolo è invece passata da 2,60 euro a 1,56 di oggi.

Valori che non faranno piacere agli azionisti ma che erano molto interessanti se rapportati ai dividendi previsti per i prossimi mesi. Unicredit prometteva 63 centesimi lordi per azione, 46,6 centesimi tenuto conto dell'imposta del 26%, che rapportati ai 7.86 di oggi fa quasi il 6% netto. Tanto in un'epoca di interessi vicini allo zero. 

Lo stesso si può dire di Intesa che avrebbe dovuto versare 19,2 centesimi lordi, ovvero 14,2 centesimi netti ad azione (che vale, oggi, 1.56), quindi oltre il 9%, percentuale da BOT di parecchi anni fa.

Ora tutto questo potrebbe non accadere più. La BCE e la Banca d'Italia come altre istituzioni finanziarie di alcuni paesi europei, hanno consigliato di non distribuire dividendi almeno fino a ottobre e di non realizzare operazioni sul capitale. Scelta che vale, per Intesa San Paolo e Unicredit, circa 5 miliardi lordi.

E' una scelta ottima perchè è possibile che nei prossimi anni la crisi innescata dal coronavirus produca perdite per le banche sotto forma soprattutto di crediti inesigibili. Chiedere agli azionisti di fare un aumento di capitale per coprire le perdite sarebbe rischioso. Meglio non distribuire utili e tenere i soldi per il futuro, che in questo momento è più incerto che mai. 

Il solo rischio è che il prezzo delle azioni scenda ancora favorendo gli speculatori. Ma acquistare azioni significa correre rischi.


23 marzo 2020

Eurobond?

Ci saranno gli eurobond per finanziare le misure contro la crisi economica causata dal coronavirus?

Non mi piace fare previsioni azzardate, ma se dovessi scommettere 1 euro, preferirei puntare sul no.

Gli eurobond dovrebbero essere emessi dall'Unione Europea, che di conseguenza dovrebbe decidere come usare i soldi. Ma da anni i governi nazionali decidono tra loro riconoscendo poca autonomia all'Unione. Come pensare che in questo scenario i diversi paesi cedano poteri all'Unione?

I diversi paesi hanno esigenze e debiti differenti. Gli eurobond sarebbero graditi ai paesi molto indebitati, come l'Italia, ma forse sono sgraditi dai paesi meno indebitati, che possono per questo motivo usare più risorse senza aiuti esterni.

C'è poi da chiedersi quali tassi pagherebbe un eurobond emesso dall'Unione. Se fosse garantito da economie forti come quella tedesca, pagherebbe tassi più bassi, ma di fatto ciò sarebbe equivalente a far emettere debito alla Germania. Saranno contenti i tedeschi di indebitarsi per soldi che finiscono a altri paesi meno virtuosi in fatto di deficit e debito pubblico? I tedeschi che rimproverano altri paesi con bilanci meno virtuosi difficilmente vorranno indebitarsi.

Mi pare invece più ragionevole pensare che l'UE conceda ai singoli paesi membri la possibilità di indebitarsi, facendo accordi con i singoli paesi, per affrontare la crisi, d'accordo con la Banca Centrale Europea che comprerà un'uguale quantità di titoli pubblici emessi dagli stessi paesi e li terrà per anni, forse decenni. In questo modo si terranno bassi i tassi di interessi e sarà basso il rischio di una crisi del debito pubblico.


16 marzo 2020

550 miliardi tedeschi e zero contagi turchi

Il coronavirus sta minacciando tante vite umane e l'economia che potrebbe finire in una forte recessione.

Ma forse cambierà anche le abitudini di vita di tanti in tutto il mondo. E quando cambiano le abitudini cambiano anche le imprese, capaci di cogliere le nuove opportunità e di pensare nuovi bisogni. Pensiamo ad esempio a Facebook o a Apple. In pochi anni offrendo nuovi prodotti e servizi hanno cambiato il nostro modo di vivere. Ci sono persone incapaci di separarsi dall'iphone e dal social preferito anche quando attraversano la strada.

Non mi stupirei se la crisi attuale venisse usata dalle imprese per proporci qualche prodotto che fino a qualche settimana fa non avrebbe avuto acquirenti e se ciò accadesse in modi nuovi o se semplicemente ne approfittasse per sottrarre clienti alla concorrenza.

Come spiegare altrimenti alcune notizie particolari di questi convulsi giorni?

Ci sono contagi in Turchia? Ufficialmente no. Viene il sospetto che non ci sia solo una strategia politica di Erdogan, che ha tanti problemi interni e tante partite da giocare sul piano internazionale. Potrebbe anche rispondere a una strategia economica ben precisa: offrire prodotti turchi al posto di quelli di paesi che, denunciando la reale situazione sanitaria, vietano viaggi, chiudono frontiere e fabbriche.

Il produttore turco spiega ai clienti che loro non hanno problemi, a differenza degli europei, e vende i prodotti turchi in giro per il mondo.

E come spiegare i 550 miliardi annunciati dal primo ministro tedesco? Ci sono a dire il vero diverse possibilità. Lo Stato può garantire che le imprese sono liquide, cioè possono pagare i fornitori, restituire i soldi a banche e obbligazionisti, allo scopo di evitare vendite di azioni, obbligazioni o per spingere le banche a concedere credito alle imprese anche di fronte a prospettive molto negative. La banca presta soldi all'impresa, se garantisce lo Stato.

Ma c'è anche la possibilità di veri finanziamenti da parte di una società che equivale alla nostra Cassa Depositi e Prestiti, sia per affrontare la recessione sia per cambiare le imprese, lanciandole in nuovi mercati, di cui le imprese tedesche da tempo puntano a diventare leader.

I pochi debiti tedeschi, frutto del dominio economico tedesco degli ultimi anni oltre che di una maggiore fedeltà fiscale, permettendo al governo di intervenire pesantemente nell'economia, potrebbe quindi alimentare il dominio economico tedesco per i prossimi anni.

09 marzo 2020

Chiudere la borsa?

L'emergenza coronavirus ha spinto qualche politico a ipotizzare la chiusura della borsa valori di Milano, sommersa dalle vendite. Alle 16 il calo è del 10% e si aggiunge a diversi importanti cali registrati nelle ultime due settimane, ovvero da quando s'è riscontrato il primo caso di coronavirus.

E' una buona idea?

A mio avviso no. Il motivo è semplice: non si scambiano azioni o altri titoli soltanto in borsa, ma anche in tanti altri modi "paralleli". La borsa funziona come un mercato qualsiasi. Le arance si vendono al mercato ma si possono vendere anche in altri modi.

Se il mercato ufficiale è chiuso, chi può accedere al mercato parallelo continuerà a comprare o vendere mentre chi non può farlo rischia di subire le conseguenze. Se il signor Rossi possiede una manciata di azioni e il mercato è aperto, può venderle, se vuole. O tenerle e aspettare tempi migliori. Se è costretto a tenerle ha meno possibilità di scelta. Tra 15 giorni i valori saranno gli stessi, a mercati aperti o chiusi perchè nel frattempo le negoziazioni continueranno, sui mercati paralleli o su altri mercati.

Alcune società come FCA sono quotate a Milano ma anche a Wall Street. Sospendere solo la borsa di Milano vuol dire consentire a qualcuno di spostare le azioni a Wall Street o comunque concludere contratti di compravendita. Il piccolo risparmiatore difficilmente può farlo e alla fine rischia di rimetterci col mercato chiuso.

03 marzo 2020

La FED aggredisce il coronavirus?

In un contesto di economia debole, che risentiva delle incertezze legate ai dazi voluti dall'amministrazione Trump e alla Brexit, il coronavirus ha fatto crollare le borse mondiali, suscitando la reazione dello stesso Trump, preoccupato dalle elezioni di novembre.

Dopo una settimana di forti cali, la FED ha deciso di far scendere il costo del denaro di mezzo punto, da 1,50-1,75 a 1-1,25%.

La borsa ha reagito bene, anzi benissimo salendo molto in pochi minuti. E poi? Poi Powell ha rilasciato un comunicato poco ottimista e i mercati hanno cambiato rotta, finendo per registrare un -3%.

Se qualcuno si illude che si possano ingannare tante persone in nome di un interesse politico, si sbaglia. La realtà prevale sulle scelte di comodo, prima o poi.

Ne vedremo parecchie in epoca di elezioni e coronavirus. Meglio prepararsi per tempo.

Nel grafico l'impennata dell'indice Dow Jones dopo la decisione della FED.

02 febbraio 2020

Che ne è stato di ...

Qualche tempo fa avevo parlato di una moneta complementare, chiamato crevit.

 Dopo uno scambio di vedute con un ufficio stampa esterno e qualche altra disavventura (se la memoria non mi inganna tutto iniziò da una richiesta, respinta, di parlarne in econoliberal in cambio di non ricordo cosa) , avevo scelto di  riportare in questo articolo i video in cui Altroconsumo esprimeva parecchi dubbi sull'iniziativa.

Mi sono in seguito chiesto che fine avesse fatto tale iniziativa. Il sito non è più online e facendo qualche ricerca online sono arrivato qui: https://denunceinrete.forumfree.it/?t=76425097&st=165 e ad altri articoli come questo https://www.dday.it/redazione/31565/la-gdf-arresta-i-capofila-di-marashopping-e-sottocostoonline-i-truffati-sono-10mila

Giudicate voi... e giudicate la serietà di chi scriveva articoli come questo: https://www.panorama.it/news/economia/crevit-una-nuova-moneta-di-scambio-cose-e-come-funziona

23 gennaio 2020

Grom chiude. Non è una sorpresa

La notizia è che Grom, celebre catena di gelaterie, sta iniziando a chiudere i propri punti vendita per puntare sulla grande distribuzione, cioè sul gelato che si compra in vaschette al supermercato.

Non era certo immaginabile che succedesse questo, ma era chiaro che entrando in una di quelle gelaterie si usciva con la sensazione di un' abile operazione di marketing supportata da un prodotto, il gelato, non all'altezza, come avevo spiegato più di 4 anni fa: http://www.econoliberal.it/2015/10/grom.html

Dietro il marketing, (poco o) nulla.

18 gennaio 2020

Spread basso, interessi in calo

L'Istat certifica il calo della spesa per interessi. 900 milioni in meno spesi in 3 mesi, nel terzo trimestre, quando tuttavia lo spread non è stato basso come in queste settimane (vedi grafico). Una spesa di circa 15 miliardi in 3 mesi, da giugno a settembre, e 900 milioni in meno dello stesso periodo dell'anno precedente.

Facile prevedere che se lo spread resterà sugli attuali livelli, a cui s'è giunti dopo il cambio di governo a agosto, il risparmio in un anno possa raggiungere gli 8-10 miliardi.

09 gennaio 2020

23 miliardi per Autostrade per l'Italia

Di fronte a una norma del decreto milleproroghe sulla revoca delle concessioni autostradali, Atlantia, proprietaria di Autostrade per l'Italia chiede 23 miliardi, dovuti in caso di revoca.

Se fossero 23 miliardi cosa succederebbe?

Immaginiamo che lo Stato faccia un mutuo trentennale, prendendo in prestito 23 miliardi dalle banche o dai risparmiatori. Riuscirebbe a pagarli e a aumentare la spesa per le manutenzioni e per rifare alcuni tratti delle rete di Autostrade?

Supponendo che per un mutuo trentennale l'interesse sia compreso tra il 2% e il 5%, la rata annua da pagare sarebbe compresa tra 1 miliardo e 1 miliardo e mezzo.

Ora Autostrade nel 2017 ha registrato utili per quasi 1 miliardo e per quasi 700 milioni nel 2018, l'anno sfortunato del viadotto a Genova.

Se lo Stato si impossessasse di Autostrade per l'Italia non potrebbe quindi ripagare 23 miliardi in 30 anni, e al tempo stesso aumentare le somme destinate a manutenzione e investimenti usando soltanto solo i ricavi generati da Autostrade. E non potrebbe neanche farlo, se la somma da pagare a Atlantia si dimezzasse. In questo caso la rata varierebbe tra 500 e 700 milioni l'anno.

E' quindi ragionevole trovare un'altra soluzione che permetta di alzare gli investimenti e le manutenzioni senza un enorme esborso per lo Stato.

PS: il bilancio di Autostrade dice anche che lo Stato, tramite ANAS, incassa ogni anno un diritto spettante al concedente, cioè al proprietario delle autostrade che affitta l'autostrada. E' una somma di circa 470 milioni nel 2018, calcolata un tanto a km percorso dai clienti di Autostrade.





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