29 dicembre 2015

La manovra che non scontenta nessuno

Di questa legge di stabilità, c'è un aspetto che mi ha colpito: non ci sono grandi proteste, nonostante si muovano risorse per 34 miliardi di euro. Solo osservazioni obbligate da parte delle opposizioni e magari di qualche parlamentare male informato che deve trovare a tutti i costi il pelo nell'uovo.

Dov'è il trucco?

Abbiamo detto 34 miliardi, una cifra notevole che in altre epoche avrebbe fatto saltare molti sulla sedia.

Ebbene 19 miliardi arrivano dalla cancellazione di una clausola di salvaguardia. Vale a dire in passato, temendo un peggioramento dei conti pubblici, il governo di allora s'è impegnato a aumentare in automatico le imposte se non si fossero raggiunti certi obiettivi di finanza pubblica.

Ma l'economia cresce e si spera continui nel 2016, e i conti pubblici, anche grazie a un buon recupero dell'evasione, vanno bene. Il governo non fa nulla e si limita a infilare i 19 miliardi nella manovra, anche grazie al fatto che giornali e partiti d'opposizione hanno allarmato gli italiani, lasciando credere che gli aumenti fossero automatici e obbligatori.

Gli altri 15 miliardi sono il frutto per 4/5 della flessibilità nei conti pubblici ottenuta da Renzi, per cui se si investe e si fanno le riforme si possono sforare i conti del 1% del PIL (metà per gli investimenti, metà per le riforme).

Il governo ha sfruttato questa possibilità solo in parte, sforando dello 0,8% del PIL l'obiettivo di deficit. Un altro 0,2% si sforamento lo si deve alle spese straordinarie a causa del flusso di immigrati da Africa e Medio Oriente, grazie a una clausola contenuta in patti europei di oltre 20 anni fa.

In totale dunque lo Stato spenderà un 1% del PIL in più di quello che avrebbe dovuto spendere in base a precedenti accordi. 1% del PIL ovvero 15 miliardi circa, che aggiunti ai 19 di cui si parlava prima fanno esattamente 34.

Ecco spiegata una legge di stabilità che non scontenta nessuno. Non ci sono grandi aumenti di spesa e grandi aumenti delle imposte. C'è la cancellazione della TASI, che piace a molti e altri interventi che non tolgono il sonno agli italiani.

C'è infine un aspetto positivo e uno potenzialmente negativo: è positivo il deficit al 2,4%, il migliore da molti anni a questa parte, che dipende dalla crescita dell'economia: se inferiore a quella attesa ci potrebbero essere problemi a rispettare il deficit previsto.

21 dicembre 2015

Lo strano caso della focaccia di Recco IGP

Recco è una graziosa cittadina in provincia di Genova famosa per un'ottima focaccia al formaggio, specialità locale che pare avere origine nella notte dei tempi.

Tempo fa il Consorzio che promuove la focaccia ha ottenuto il marchio IGP "Focaccia di Recco col formaggio".  Il disciplinare prevede che la focaccia si può produrre solo in 4 comuni, Recco, Camogli, Sori e Avegno.

Leggendo il disciplinare pare si sia "brevettato" il nome. La focaccia si cucina con farina, olio, sale più un formaggio fresco. Niente che non si possa trovare altrove. Altrimenti si sarebbe chiamata Focaccia col formaggio di Recco o con il nome di un formaggio locale.

Ma brevettare una ricetta di un prodotto fresco che si può fare solo in quattro comuni della Liguria sa di scelta autolesionista. Se a Milano vogliono la focaccia di Recco che si fa? Semplice non si può.

Il vincolo territoriale viene fatto rispettare al punto che i NAS sono andati alla fiera dell'artigianato a Rho e hanno fatto chiudere lo stand voluta proprio dal Consorzio della Focaccia di Recco per promuovere il prodotto che, in quanto prodotto fresco, non può di fatto uscire dai confini dei quattro comuni che ne vanno fieri.

18 dicembre 2015

Perchè alcune banche vendono le proprie azioni allo sportello?

Tra le vicende bancarie di cui si occupano i mass media in queste settimane, c'è il caso interessante di banche che vendono le proprie azioni anche ai risparmiatori più ingenui.

Una di queste è la Banca Popolare di Vicenza, che ha venduto negli anni scorsi le proprie azioni anche a anziane casalinghe o a imprenditori alla ricerca di un mutuo, che si sentivano proporre tassi vantaggiosi se avessero sottoscritto il capitale della banca.

Chi l'ha fatto s'è trovato a fare i conti con probabili perdite. E' il caso della presidente della Regione Friuli VG, Debora Serracchiani, che col marito ha sottoscritto azioni della Popolare vicentina mentre sottoscriveva un mutuo per l'acquisto di un immobile a tasso agevolato.

Qualche imprenditore s'è sentito proporre un prestito per una somma superiore a quella richiesta, con l'obbligo di usarne una parte per acquistare azioni della banca.

Perchè una banca fa queste operazioni ?

La probabile ragione si chiama capitale variabile. La Popolare di Vicenza è una banca cooperativa a capitale variabile. Questo significa che non esiste un numero prestabilito di azioni che passano di mano in mano in un mercato telematico, ma il numero è variabile e dipende dalla volontà dei soci.

Se arrivano nuovi soci, il numero delle azioni aumenta, se chi è socio decide di recedere dalla società il numero delle azioni diminuisce e con esso il capitale sociale.

Se il capitale di una banca diminuisce, la banca diventa meno affidabile. Nei coefficienti che indicano la solvibilità della banca, il capitale sociale ha un ruolo importante.

Perciò una banca con un capitale variabile ha interesse a cercare nuovi soci e a spingere i soci a non recedere dalla società. La banca costituita come società con capitale variabile in altri termini riesce a realizzare un aumento di capitale non dichiarato: basta trovare nuovi soci.

Al tempo stesso però ci sono alcuni problemi. Una banca in difficoltà può essere tentata dal nascondere la reale situazione per evitare il recesso degli azionisti e quindi il peggioramento dei coefficienti di solvibilità della banca. Può trovare conveniente vendere le azioni ai risparmiatori, mentre altri soci, magari consapevoli delle difficoltà della banca, chiedono di recedere dalla società. Può insomma succedere che i soci più astuti abbandonino la banca che nel frattempo cerca di vendere azioni a ignari risparmiatori.

12 dicembre 2015

Obbligazioni Banca Etruria

La Consob ha fatto un buon lavoro nel caso delle obbligazioni subordinate di Banca Etruria?

I prospetti informativi che si trovano sul sito della Consob, mostrano che Banca Etruria segnalava bene i rischi per gli azionisti e i sottoscrittori delle obbligazioni subordinate.

Nel maggio del 2011 vengono offerte "obbligazioni subordinate convertibili in azioni ordinarie della Banca Popolare dell'Etruria". Nella prima pagina si anticipa un punto del prospetto, inserendo un'avvertenza:

In particolare, si segnala che le Obbligazioni Convertibili sono composte da una obbligazione subordinata unita a delle componenti derivative; pertanto, il loro valore è influenzato, tra l’altro, dal prezzo delle Azioni BPEL [....] ove il possessore intendesse vendere Azioni BPEL [...] il ricavato di tale vendita, anche tenendo conto dell’eventuale conguaglio in denaro, potrebbe non consentire il recupero integrale del valore nominale delle Obbligazioni Convertibili (cfr. Sezione Prima, Capitolo IV, Paragrafo 4.3.1 del Prospetto).

Poi si aggiunge che "rispetto alle obbligazioni convertibili standard" "l'Emittente avrà il diritto di procedere al riscatto totale o parziale delle Obbligazioni in circolazione mediante pagamento in denaro e/o consegna di Azioni BPEL" e che si ripete che c'è il rischio di perdite.

In poche parole c'è scritto che le obbligazioni appartengono a una categoria particolar, saranno presumibilmente convertite in azioni e ciò potrebbe provocare perdite.

Solo dopo questa avvertenza, si trova il sommario del prospetto informativo. Un pò come se in un saggio, prima dell'indice si spiegasse in grassetto che i contenuti potrebbero turbare il lettore.

Due anni più tardi, nel 2013, la Banca emette azioni. E anche in questo caso la prima cosa che si legge nel prospetto informativo è una serie di avvertenze.

Tra cui la tabella seguente, che la dice lunga sullo stato di salute della banca:



La Banca Popolare dell'Etruria ha crediti deteriorati in aumento e pari a più del doppio della media, le sofferenze in rapporto al patrimonio sono quasi il triplo della media delle banche italiane e pari a oltre l'80% del patrimonio della banca.

In sostanza si avvertiva chiaramente della situazione della banca e dei forti rischi connessi all'acquisto di azioni o obbligazioni.

11 dicembre 2015

Obbligazioni rischiose: quale alternativa?

Di fronte a tassi di interesse che tendono allo zero, i risparmiatori sono in difficoltà. Comprare un titolo di stato vuol dire guadagnare pochissimo. A volte significa anche perdere soldi, se si considerano le commissioni bancarie. Per cui si cercano investimenti alternativi, che offrano rendimenti più elevati pur con un rischio prossimo allo zero.

La ricerca di rendimenti maggiori è forse all'origine dei drammi di cui si parla in questi giorni: risparmiatori attratti dai tassi elevati offerti da alcune banche ne hanno comprato le obbligazioni finendo per perdere tutti i soldi.

Ci sono diverse cose che si potrebbero fare per impedire il ripetersi di tali situazioni. La fusione tra banche può ridurre il pericolo di future crisi di banche piccole. Alle quali, se restano indipendenti, si potrebbero porre una serie di vincoli per l'emissione di obbligazioni rischiose.

Le obbligazioni potrebbero essere sottoscritte solo per importi elevati (per esempio per un minimo di 50 mila euro). In questo modo il piccolo risparmiatore non potrebbe acquistare tali obbligazioni. Oppure si potrebbe limitare la vendita delle obbligazioni al piccolo risparmiatore se la banca non è quotata in borsa. Il valore di borsa delle azioni della banca emittente sarebbe un segnale dello stato di salute della banca, che anche il risparmiatore ingenuo potrebbe comprendere.

Per lo stesso motivo si potrebbe chiedere che le obbligazioni che finiscono nelle tasche di chi ha risparmi modesti siano a loro volta quotate, prevedendo clausole di salvaguardia a favore del sottoscrittore se l'obbligazione è poco scambiata.

O ancora si potrebbe imporre a talune banche di non cedere le obbligazioni emesse dalla stessa banca. Ma allora -si potrebbe chiedere qualcuno- come vendono le obbligazioni?

Attraverso altri canali. Se una banca A può emettere obbligazioni rischiose ma non può venderle se non a alcuni clienti, dovrebbe rivolgersi a una banca B, che accetterebbe di vendere le obbligazioni altrui solo dopo averne valutato il rischio: in caso di perdita la reputazione della banca B è a rischio.

Lo stesso potrebbe succedere con i fondi di investimento in obbligazioni. Il fondo acquista una obbligazione per offrirla al cliente insieme a tante altre obbligazioni. Non ci tiene a dare una valutazione errata. Le quote di un fondo obbligazionario registrerebbero un rischio molto inferiore a quello della singola obbligazione, offrendo presumibilmente un tasso superiore a quello dei titoli di stato.

08 dicembre 2015

Bail in e bail out

Salve a tutti, ho ripreso in mano la penna per dare il mio contributo a questa penosa via crucis bancaria, che mi tocca anche molto da vicino, essendo io marchigiano e avendo innumerevoli rapporti lavorativi con Banca Marche.

Ed è proprio di Banca Marche che parlerò, perché è la realtà che conosco meglio.

Banca Marche, a differenza di altri casi, dove sono "spariti" i soldi, intascati da qualcuno o evaporati in improbabili azioni finanziarie, semplicemente è la vittima combinata della disastrosa politica governativa sugli immobili, che ha portato i valori immobiliari al minimo e della miopia del proprio management che proprio, e quasi esclusivamente sugli immobili, aveva puntato.

Per immobili intendo non solo gli immobili abitativi, ma anche quelli commerciali e i capannoni industriali.

Banca Marche ha finanziato, oltre ai privati, anche una serie di imprese edilizie in operazioni immobiliari gigantesche (ovviamente in rapporto alle dimensioni della banca), tanto da trovarsi esposta dal punto di vista creditizio in gran parte verso il settore immobiliare e verso poche, grandi imprese. Quando queste imprese si son trovate in difficoltà, come buona parte del tessuto imprenditoriale marchigiano a causa della crisi e della politica del governo, i valori a cui erano iscritti gli immobili dati in garanzia è clamorosamente crollato insieme al mercato immobiliare. Alla fine è arrivata la Banca d'Italia (ma proprio alla fine...) che ha defenestrato il management, commissariato la banca e svalutato gli attivi iscrivendo le differenze a perdite. A questo punto il patrimonio netto, a causa delle perdite, si è azzerato e, vista l'impossibilità di una nuova ricapitalizzazione (dopo il disastro di quella del 2012), la banca è in pratica fallita.

Ora, bisognerebbe chiedersi un po' di cose:

1. Dove erano le fondazioni bancarie, che oggi lamentano decine di milioni di perdite? Le fondazioni bancarie, istituzionalmente detengono il capitale delle banche, quindi non sono soggetti inesperti o piccoli risparmiatori, anzi, sovente piazzano i propri uomini all'interno delle banche per controllarne e dirigerne l'andamento! Quindi, perché non si sono accorte di nulla se non quando il danno era fatto?

2. Dov'era la Banca d'Italia, i revisori, e tutto il sistema di controlli, quando Banca Marche distribuiva dividendi a differenza del resto del settore bancario che invece soffriva per la crisi?

3. Cosa dire agli azionisti e ai piccoli risparmiatori di Banca Marche della perdita derivante dall'azzeramento delle azioni e delle obbligazioni subordinate? Beh, in questo caso diamo un colpo al cerchio e uno alla botte! Che Quando entri in una banca per avere un prestito o un mutuo, qualcuno cerchi di rifilarti, assicurazioni vita, azioni della banca, prodotti finanziari, è risaputo anche se non proprio correttissimo. Qui trovate un link a una vecchia discussione in merito. Si tratta di una pratica a dir poco in conflitto di interessi, ma d'altra parte che cedole e dividendi si sono messi in tasca i possessori di tali prodotti finché li hanno detenuti in portafoglio?

4. Cosa succederà adesso? Beh, a questo punto si avrà una "Nuova Banca Marche" (e altre Nuove Banche...) con la parte "sana" e una bad bank che raggrupperà le attività deteriorate di tutte le 4 banche. In teoria senza costi per lo stato subito. Ma costi che comunque potrebbero esserci (qui trovate un po' di spiegazioni, che altrimenti sarebbero molto lunghe, da un servizio di La7, la Gabbia).

5. Quali saranno le conseguenze a medio/lungo termine di questa esperienza? Beh, a mio parere il passaggio da bail out a bail in, sarà disastroso. L'unico fatto positivo è che non saranno socializzate le perdite dopo che sono privatizzati gli utili. D'altra parte in caso di fallimento bancario contribuiranno azionisti, obbligazionisti e alla fine i correntisti. E attenzione, il limite dei 100.000 € sui depositi, è pura teoria, in quanto i soldi dovrebbero venire da un fondo interbancario (cioè finanziato dalle stesse banche). Quindi in caso di fallimento di una banca "grossa", non ci sarebbero proprio i soldi, né vi sono indicazioni sui tempi di rimborso: mesi? Anni? Nessuno lo sa, perché in realtà nessuno sa cosa potrebbe succedere se fallisse - ad esempio - Unicredit o Banca Intesa.
Inoltre, a differenza di quanto molti possono credere, vi sono soggetti che hanno sui conti correnti anche centinaia di migliaia di Euro o milioni o decine di milioni (anche se divisi magari su più banche): le aziende grandi, necessitano di liquidità per i pagamenti e non bisogna credere che la liquidità sia tutta presa a prestito (con affidamenti o simili). Quindi se saltasse una banca e venisse applicato il bail in, la banca si trascinerà dietro un'intera economia.

Certo, bisognerebbe obiettare che il risparmiatore deve stare attento e spostare i soldi dove è più sicuro. Ma nel caso delle banche questo sarebbe l'inizio della fine! Se apparisse sulla stampa una notizia dove la banca "X" non ha chiuso bene e non si sa come andrà l'anno successivo, cosa dovrebbe fare il risparmiatore razionale? Ovvio, spostare i soldi in un'altra banca! Ma se tutti i risparmiatori fossero razionali, la banca perderebbe tutti i depositi e da andare un po' male improvvisamente andrebbe malissimo e rischierebbe di saltare!

Quindi si profila un futuro risiko bancario, dove rimarranno poche grandi banche con un elevato e concentrato potere economico e politico.

05 dicembre 2015

Salvare gli obbligazionisti/azionsti

Nelle scorse settimane il governo ha emanato un decreto per salvare quattro banche italiane (Banca dell'Etruria, Cassa di Risparmio di Chieti, Cassa di Risparmio di Ferrara e Banca Marche) da tempo commissariate. 
E' stata una corsa contro il tempo per limitare i danni per i risparmiatori, perchè nel 2016 entreranno in vigore le nuove norme europee sui fallimenti, ma non tutto è andato bene.

Le quattro banche "salvate" hanno complessivamente 8,5 miliardi di euro di crediti che non riescono a incassare. Un 60% di quella cifra è ormai per così dire persa, cioè oggetto di svalutazioni ovvero di perdite inserite nei bilanci. 

Restano 3,4 miliardi in bilancio, dei quali solo 1,1 miliardi si pensa torneranno nelle casse delle banche.

Quindi le quattro banche perderanno complessivamente quasi 7,5 miliari di euro. Di fronte a una perdita così consistente, ci sarebbere da aspettarsi un fallimento. Ma non succederà: le banche verranno tenute in vita usando in parte i soldi del sistema bancario (con Unicredit, IntesaSanPaolo e Ubi Banca a far la parte del leone) mentre gli azionisti delle quattro banche e i possessori di obbligazioni subordinate finiranno per perdere tutto: i loro soldi copriranno parte delle perdite. 

Tra qualche tempo poi le banche saranno vendute e -si spera- ciò permetterà al sistema bancario di incassare i soldi sborsati per il salvataggio.

A far storcere il naso, in questo salvataggio, è il fatto che tra gli obbligazionisti e gli azionisti che perderanno tutti i loro risparmi ci sono molti cittadini che pensavano di acquistare normali obbligazioni e non pensavano di correre rischi. 

Dal punto di vista legale le loro perdite sono giustificate: hanno comprato titoli rischiosi.
Meno da un punto di vista etico: spesso le banche agiscono come un venditore che ha molti motivi di nascondere al cliente i difetti, reali o potenziali, del prodotto venduto. Difetti che le banche stesse hanno contribuito a creare con la concessione di prestiti secondo criteri non economici o per soddisfare interessi di altri clienti o degli amministratori della banca.





30 novembre 2015

Tra palco e realtà (ovvero Sgarbi contro Berlusconi)

No, non parliamo del polemico Vittorio Sgarbi e neppure di Silvio Berlusconi ma di Elisabetta Sgarbi e di Marina Berlusconi, la prima fino a qualche giorno fa direttrice editoriale della casa editrice Bompiani, la seconda a capo della più grande casa editrice italiana, la Mondadori.

Mondadori che ha recentemente acquistato la Rizzoli Libri che comprende diverse case editrici, tra cui Bompiani, che ha sempre pubblicato tra gli altri i libri di Umberto Eco.

Da qualche anno il gruppo Rizzoli non naviga in buone acque e così, con il suggerimento delle banche che volevano la riduzione del debito, ha deciso di vendere la divisione libri. E' stato raggiunto un accordo e quasi tutti i marchi posseduti da Rizzoli sono finiti in Mondadori.

La vendita ha però suscitato molti mal di pancia. Mondadori infatti appartiene al proprietario di Mediaset, Silvio Berlusconi, persona per tanti motivi poco amata da molti intellettuali. A suo tempo Berlusconi divenne prorietario di Mondadori con metodi poco leciti  e per questo è stato condannato a risarcire un danno di oltre 500 milioni a De Benedetti.

Tuttavia, piaccia o no, Berlusconi o meglio Mondadori ha il merito di aver salvato marchi importanti, come Einaudi, finito nel gruppo Mondadori dopo essere passato dal tribunale fallimentare.

Gli intellettuali spavaentati da Mondadori ovvero dal suo proprietario hanno deciso di cambiare editore. Elisabetta Sgarbi è diventata la portavoce del malcontento, ha lasciato Bompiani e fondato una nuova casa editrice, la Nave di Teseo, che raccoglie molti autori che non avrebbero voluto la cessione di Rizzoli e temono di essere meno liberi con un editore appartiene alla famiglia Berlusconi.

Marina Berlusconi a sua volta s'è mostrata indignata per le considerazioni su Mondadori da parte di importanti intellettuali e ricorda, come hanno fatto altri dirigenti di Mondadori nei mesi scorsi, l'importanza di far quadrare i conti sia che l'azienda venda libri sia che venda detersivi.

Chi ha ragione?

A mio avviso entrambe. L'intellettuale vuole libertà, ha paura dei vincoli che gli può imporre l'editore. L'editore guarda i conti dell'impresa, preferisce pubblicare i libri che vendono, non è disposto a buttare i suoi soldi per la gloria altrui.

Ma se l'editore si chiama Berlusconi c'è un'aggravante: l'infinito numero di scelte -personali, politiche, imprenditoriali- che agli intellettuali non sono mai andate giù, e hanno reso impresentabile un importante gruppo editoriale italiano.

27 novembre 2015

Poletti 2

Dopo le prese di posizione sui progetti sugli ultra 55-enni senza lavoro (vedi qui) Giuliano Poletti
interviene anche su laurea e costo del lavoro. Meglio laurearsi in fretta e male, spiega, e non pensiamo all'orario di lavoro, che per il ministro, sarebbe un parametro vecchio e superato.

Tanto superato che in Svezia molte aziende iniziano a ridurlo. Si rendono conto che il vero impegno lavorativo, al netto delle chiacchiere con i colleghi, del tempo passato su Facebook, ecc. è inferiore alle 8 ore tradizionali e quindi riducono l'orario, chiedendo ai dipendenti di concentrarsi sul lavoro.

Si va prima a casa o a trovare gli amici, senza mescolare lavoro e tempo libero.

Invece Poletti, che proviene da quel mondo di cooperative che spesso significano lavoro mal pagato e di fatto a cottimo, vuol tornare indietro, indicando come modello un sistema in cui il lavoro costa poco, produce beni di scarso valore aggiunto e aliena il lavoratore. Per la gioia delle opposizioni.

22 novembre 2015

Perchè ci sono i tassi negativi?

Con i tassi di sconto prossimi allo zero, è quasi inevitabile che i tassi di interesse pagati dallo Stato sui titoli di stato (BOT, CCT e simili) siano anch'essi vicini allo zero. D'altronde uno degli obiettivi dell'abbassamento del tasso di sconto è proprio quello di abbassare la spesa per interessi dello Stato (ma anche di famiglie e imprese) per ridurre gli effetti negativi sui conti pubblici di un debito pubblico molto elevato.

Si spiegano di meno i tassi negativi sull'emissione di titoli di stato, vale a dire la circostanza per cui chi sottoscrive titoli di stato di breve durata (i classici BOT) finisce per ricevere un tasso negativo, cioè per pagare qualcosa allo Stato a cui presta i soldi. Perchè mai si dovrebbero prestare soldi allo Stato rimettendoci?

C'è una spiegazione: i depositi bancari sono assicurati ma per importi limitati, 100.000 euro. Il resto è a rischio e dal 2016 la parte eccedente la somma assicurata può essere utilizzata dal liquidatore di una banca fallita per rimborsare i creditori.

Così i correntisti con oltre 100.000 euro sul conto hanno interesse a investirlo. E cosa c'è di meno rischioso di un titolo di Stato a breve termine? I titoli di Stato sono considerati equivalenti ai contanti perchè il garante è lo Stato e esiste un mercato efficiente dove si possono vendere facilmente.

La perdita, sia pur limitata, è il male minore per chi, come i fondi pensione o i fondi di investimento, gestisce somme enormi.

21 novembre 2015

Bilancio al contrario

Chi fa i bilanci della società delle acque fiorentina Publiacqua?

C'è da chiederselo vedendo questo documento (a pagina 16)


I ricavi negativi, cioè con un bel segno meno, non hanno senso...
Coerenti però: i costi hanno un segno positivo. L'utile/perdita ha segno negativo. Vuol dire, di solito, che è una perdita, ma in questo caso vuol dire che è un utile.

18 novembre 2015

AS Roma, i soldi mancanti

Sportmediaset pubblica una notizia che mi attendevo: il comune di Roma ha rimandato al mittente il progetto di un nuovo stadio.

Tempo fa la Roma ha presentato un ambizioso progetto: un nuovo stadio con tanto di spazi commerciali da costruire nei prossimi 2-3 anni con una spesa incredibilmente alta: 1 miliardo di euro.
Per intenderci lo stadio della Juventus è costato un centinaio di milioni. Lo stadio torinese sostituiva il precedente Stadio delle Alpi, costruito nel 1989-90 ma inadatto perchè troppo grande e con una pista di atletica, voluta dall'allora presidente della federazione internazionale di atletica, il torinese Primo Nebiolo che sperava di organizzare prima o poi un mondiale di atletica nella sua città.

Abbattuto lo stadio, la Juventus ha semplicemente dovuto costruirne un altro. Non ha costruito strade, svincoli della tangenziali o linee tramviarie perchè c'erano già.

A Roma invece si dovrebbe addirittura spostare un impianto per il trattamento delle acque che si trova lungo il Tevere eifare strade e altre opere accessorie. Il tutto per una spesa di 250 milioni che la AS Roma dovrebbe finanziare solo in parte.

Questi soldi mancano all'appello, nel progetto presentato al Comune, con la conseguenza che il progetto è stato rimandato al mittente. E con qualche domanda: chi pagherà le opere accessorie? Forse la Roma spera nel Comune? O si chiederà di concedere più spazi commerciali per pagare le spese che in questo momento nessuno è disposto a finanziare?

11 novembre 2015

Helmut Schmidt

"Piuttosto ha ragione Jacques Delors quando propone di affiancare al risanamento dei bilanci l’introduzione e il finanziamento di progetti che sostengano la crescita. Senza la crescita, senza nuovi posti di lavoro, nessuno Stato può risanare il suo bilancio. Chi ritiene che l’Europa possa risanarsi solo con risparmi di spesa dovrebbe studiare l’effetto fatale della politica deflativa adottata da Heinrich Brünings nel 1930/2. Questa politica ha causato una depressione e un insostenibile aumento della disoccupazione, e con essa il tramonto della prima democrazia tedesca".

Helmut Schmidt, 2011, Cancelliere tedesco tra il 1974 e il 1982

09 novembre 2015

Brunello Cucinelli

Bell'articolo su Brunello Cucinelli e la sua filosofia aziendale: la grande valorizzazione del prodotto permette forti investimenti nel capitale umano e nell'ambiente socio-economico in cui si sviluppa l'impresa.

Il tutto in un'ottica cristiana (Cucinelli è molto credente) ma anche con una forte attenzione al prodotto: poter vantare condizioni di lavoro migliori in un ambiente confortevole aiuta a vendere.

03 novembre 2015

Peter Gomez

Per qualche ignota ragione ogni tanto la tv ci offre momenti esilaranti. No, non parlo di Crozza o della Littizzetto, ma di giornalisti che uscendo dal campo che conoscono bene la sparano grossa.

E' il caso di Peter Gomez, giornalista dell'Espresso, poi del Fatto Quotidiano, esperto di questioni giudiziarie che riguardano i politici.

In una puntata di Otto e mezzo dedicata a una sentenza riguardante Silvio Berlusconi, Gomez la spara grossa (minuto 38 e 40 secondi).

Gomez spiega che i mercati "si stanno risvegliando" "piuttosto male" e che l'1,3% in meno del PIL pronosticato dallo scorso governo era un sogno" e si andrà verso un calo del PIL del 2,5 e forse anche del 3%.

Di quali previsioni sta parlando? Me lo chiesi allora. Andai alla ricerca di qualche dato a sostegno della tesi di Gomez, senza trovare nulla. Le previsioni del governo Monti (-1,3%) erano state troppo ottimistiche (e non parliamo di questo) ma per quanto l'economia potesse andar male in quell'anno era chiaro che non si poteva certo scivolare verso un calo del PIL del 3%.

Un calo del 2,5 o del 3% avrebbe significato che i sacrifici del governo Monti non stavano producendo alcun effetto positivo, ma solo una crisi in fase di peggioramento. Invece di dati, per quanto negativi, mostravano segnali di rallentamento della recessione.

Gomez stava parlando di un argomento che conosceva poco. I mercati non sembravano in subbuglio e lo spread era in calo (vedasi la foto) dopo una fiammata in primavera.

31 ottobre 2015

Il tuo voto vale doppio, in Olanda

Tempo fa Fiat/FCA ha portato la sede della società lontano dall'Italia.

Questione di imposte, per alcuni. O forse questione di potere. In una grande società per azioni il potere si esercita con le azioni. Una azione, un voto. Chi ha più azioni nomina il consiglio di amministrazione, approva il bilancio, prende decisioni importanti nella vita della società.

Spesso nelle grandi società quotate c'è un azionista che controlla meno del 30% di una società. La ragione è semplice: sopra la soglia del 30% scatta l'obbligo di OPA (offerta pubblica di acquisto) cioè l'obbligo di fare un'offerta a un prezzo stabilito (il prezzo medio in un dato periodo di tempo) per acquistare a quel prezzo tutte le azioni della società.

Tale obbligo rappresenta un ostacolo alle scalate. Se un azionista possiede il 29.99% di una società, chiunque volesse avere più azioni dovrebbe lanciare un'OPA sborsando cifre considerevoli, che rendono sconveniente l'acquisto della maggioranza della società.

In Olanda però il diritto commerciale offre la possibilità di assegnare 2 voti per ogni azione a chi le abbia detenute per un certo periodo di tempo. Per chi ha azioni da meno tempo, vale sempre la regola per cui ogni azione vale un'azione.

Insomma il diritto olandese aiuta la stabilità della proprietà di una società anche da parte di una minoranza, come nel caso Fiat/FCA o nel caso di Ferrari. Chi controlla il 30-40% di una società grazie al diritto di voto doppio diventa l'azionista con più voti.

28 ottobre 2015

Varoufakis (come volevasi dimostrare)

Tre anni fa feci una proposta provocatoria: eliminiamo i convegni.

Si tratta di soldi spesi per illuderci, perchè nei convegni si fanno tante chiacchiere e proposte che non si concretizzeranno mai, e si tratta di soldi che finiscono in tasche solitamente piene.

Per esempio nelle tasche dei ministri (di allora, governo Monti), persone che hanno rinunciato a un buon lavoro per fare il ministro ben sapendo che dopo l'esperienza governativa avrebbero avuto molte occasioni di guadagno, a cominciare da convegni tanto inutili quanto ben pagati.

A conferma di quella vecchia idea arrivano in questi giorni notizie sui compensi di Varoufakis: decine di migliaia di euro per rilasciare interviste in tv, cifre inferiori per parlare nelle università e così via.

Insomma la politica trasforma chiunque in una star, come succede al Grande Fratello. Mentre però il Grande Fratello si può ignorare, è difficile evitare di subire le decisioni del politico da strapazzo interessato alla sua carriera: le sue decisioni anche se pessime influenzano la vita di milioni di persone che nessuno chiamerà mai in tv.

26 ottobre 2015

Premio Nobel per l'Economia

Non passerà alla storia come uno dei più famosi premi Nobel per l'economia, Angus Deaton, vincitore nel 2015.

Deaton non ha offerto teorie interessanti su cui ragionare, come invece successo per tanti altri che l'hanno preceduto, ma è stato un pioniere nell'elaborazione di modelli econometrici molto utili per misurare, in particolare, i consumi e quindi elaborare strategie politiche utili a capire come funziona un'economia e a intervenire.

Tali modelli hanno anche avvicinato le teorie macroeconomiche e quelle microeconomiche, le une e le altre spesso fondate su ipotesi differenti e capaci di fornire ricette opposte. Aver avvicinato macroeconomia e microeconomia è un indubbio merito, non solo per lo studioso ma anche per chi prende decisioni politiche che impattano sulla vita di tutti i giorni e, purtroppo, a volte si fondano su pregiudizi ideologici.

Prendiamo per esempio l'idea, diffusa prima della crisi, secondo cui fosse positivo che in una economia pochi guadagnassero molto perchè dalla loro spesa sarebbe derivato un beneficio per tutti. Deaton è famoso per aver affermato che sopra una certa soglia di reddito non si è più felici e si consuma di meno, e ha misurato tale limite in 75.000 dollari.

21 ottobre 2015

Le strane notizie sull'Inter

Nei giorni scorsi si sono susseguite diverse notizie sui conti dell'Inter.

Prima la notizia di un nuovo sponsor, in sostituzione dello sponsor storico, Pirelli. Si tratterebbe di Ethiad, compagnia aerea con sede nel Golfo Persico che possiede il 49% di Alitalia e presente nel calcio con la sponsorizzazione del Manchester City. 25 milioni l'anno per 5 anni, più di quando incassano dai loro sponsor Juventus e Milan.

Poi però arriva la smentita di Ethiad e l'Inter dice che ci sono trattative in corso con Pirelli e altri potenziali sponsor.

Seconda notizia, il bilancio. Si annuncia una perdita prevista di 90 milioni che diventano 74 con la spiegazione che sarebbero stati di meno se non ci fossero state sanzioni UEFA per precedenti bilanci troppo in rosso. Ma si scopre una nota del bilancio che spiega che la perdita a livello consolidato, cioè tenendo prensente le diverse società dell'Inter, supera i 140 milioni.

In pratica una società del gruppo, Inter Brand, viene conferita a Inter Media and Communication (come spiega la Gazzetta dello Sport) e ciò genera una plusvalenza che migliora i conti dell'Inter ma non se si consolidano i conti del gruppo.

La terza notizia riguarda il vecchio proprietario, Massimo Moratti, sempre più intenzionato a cedere la quota ancora posseduta, poco meno del 30% della società. Già ma a chi venderebbe Moratti? Certo non a Thohir, che pare non interesssato a diventare il proprietario di tutta la società (in realtà piccole quote simboliche sono in mano ad altri azionisti, per cui Thohir avrebbe quasi il 100% dell'Inter).

Si sa da tempo dell'irritazione dell'ex presidente per le scelte del successore, che ha estromesso i suoi fedelissimi dalla gestione della società. La volontà di vendere le quote residue può significare che prima o poi sarà necessario ricapitalizzare la società e che Moratti vuol evitare di trovarsi costretto a scegliere se sottoscrivere la sua quota dell'aumento di capitale.

Tre notizie che, unite alle strane dichiarazioni di ottimismo di Thohir, che secondo Goal.com avrebbe dichairato che il risultato operativo è positivo e i conti migliorano, paiono piuttosto un campanello d'allarme per il futuro.

I conti vanno male, qualche operazione di mercato è stata fatta solo per aggiustare i conti e il futuro non è poi roseo come il presidente nerazzurro vorrebbe far credere, visto che molti giocatori sono stati acquistati con clausole che prevedono un pagamento futuro (vedi qui).


14 ottobre 2015

Previsioni errate sui conti Juventus

La scorsa stagione sportiva è stata molto positiva per la Juventus, che oltre a vincere campionato e coppia italia, ha raggiunto la finale della Champions League. Un successo sportivo che vuol dire soldi, molti soldi sotto forma di diritti tv, incassi al botteghino, contratti con gli sponsor, premi per le vittorie. Quanto di più?

Nel bilancio al 30 giugno 2015 risulta che i diritti da partecipazione alle competizioni europee sono passati da poco più di 50 milioni a 88 milioni e 638 mila euro con un incremento del 76%.

Incremento prevedibile perchè si conoscono i premi derivanti dalla partecipazione alle coppe: solo calcolando i premi, ottavi di finale, quarti di finale, semifinale e finale facevano incassare oltre 18 milioni in più (vedi http://it.uefa.com/uefachampionsleague/news/newsid=2146925.html).

A questi si aggiungono altri premi e i maggiori incassi al botteghino, perchè una semifinale di Champions col Real Madrid porta in cassa molti più soldi di una semifinale di Europa League con il Benfica.

Per cui stupisce e non poco il report di Banca IMI http://www.borsaitaliana.it/documenti/studi.htm?filename=102956.pdf del gruppo IntesaSanPaolo datato 27 maggio 2015.

Banca IMI prevedeva, quando ormai era noto il raggiungimento della finale di Champions League,  una perdita di oltre 20 milioni di euro e ricavi passati da 315 (stagione 2013-14) a 325 milioni (stagione 2014-15).
Dati sbagliati. I ricavi sono passati a 348 milioni e invece della perdita di 20 milioni s'è registrato un utile di oltre 2 milioni.

Il 27 maggio si sapeva che ci sarebbe stato un forte incremento dei ricavi grazie ai successi sportivi, almeno 30-40 milioni in più. Era nota anche l'evoluzione dei costi, segnalata nella trimestrale del 31 marzo. Quindi era prevedibile un forte incremento dei ricavi e, considerato l'incremento dei costi, ben conosciuto, non era difficile neanche prevedere un possibile utile, sia pur modesto.

Com'è possibile un tale errore da parte di IMI?

Mi vengono in mente due risposte: la prima è chi ha scritto il report è incompetente e non legge neanche i giornali che mentre la Juventus avanzava in Champions League spiegavano che sarebbero aumentati gli incassi.

La seconda è che abbiano stilato una previsione di bilancio all'inizio dell'anno, senza considerare i possibili introiti delle coppe. E avendo previsto una certa percentuale di incremento dei ricavi, sono rimasti fedeli a quei dati, senza aggiornarli.

Comunque siano andate le cose, è la prova che i report bancari non sono molto affidabili.


10 ottobre 2015

Nobel per la Pace

Il premio Nobel per la Pace 2015 è andato al Quartetto per il Dialogo Nazionale tunisino. Si tratta di quattro organizzazione: l'associazione degli imprenditori, il sindacato, l'ordine degli avvocati e la lega dei diritti umani.

Unendo valori e interessi differenti -spiega il comitato norvegese del Nobel - il Quartetto ha svolto un ruolo di primo piano nella Tunisia nata dalla rivoluzione dei gelsomini guidandola verso un sistema democratico pacifico (qui la sintesi delle motivazioni: http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/2015/press.html).

E' un premio importante anche da un punto di vista economico, perchè spiega che per affrontare le sfide economiche, politiche e di sicurezza della Tunisia serve unire il meglio del paese trovando una sintesi tra i valori (alcuni dei quali economici, visto il ruolo giocato da imprenditori e sindacato), mediando tra visioni e interessi differenti e facendo valere l'autorità anche morale che tali associazioni hanno nel paese.

Vale per la Tunisia alle prese con un cammino verso la libertà e la democrazia, ma in fin dei conti vale anche per le democrazie e le economie mature, che funzionano meglio quando interessi e valori diversi trovano una buona sintesi e invece soffrono quando gli interessi di parte cercano di prevalere a discapito dell'interesse generale.


05 ottobre 2015

Qualche conto sul canone RAI

Il canone Rai è una tassa sul possesso dei televisori che serve a finanziare la Rai, impegnata a mandare in onda diversi programmi utili alla collettività ma con pochi ascolti e quindi accompagnati da introiti pubblicitari insufficienti a pagarne i costi.

Ma il canone è una tassa molto evasa. Si stima un'evasione compresa tra il 25% e il 47% con punte del 95% per il canone che dovrebbero pagare le imprese (vedi Linkiesta).

Per eliminare o almeno ridurre l'evasione, Renzi sta pensando di trasferire il canone nelle bollette (della luce, immagino), concedendo uno sconto: da 113 euro circa, la tassa scenderà a 100 euro.

Facciamo qualche conto. In Italia esistono oltre 20 milioni di famiglie. Se tutte pagassero 113 euro, l'incasso sarebbe pari a 2 miliardi e 260 milioni.
Ipotizzando un'evasione del 25%, l'incasso reale scende a 1 miliardo e 695 milioni.

Se invece 20 milioni di famiglie pagassero 100 euro a testa, con poche possibilità di evasione visto che si pagherebbe con le fatture dell'energia, l'incasso salirebbe a 2 miliardi. 305 milioni in più.

Si tratta di un importo pari alle somme che la RAI lamenta mancare dai propri ricavi a causa dell'evasione.

A questi importi si dovrebbe aggiungere 1,3 miliardi evasi dalle imprese, secondo le stime.

Quindi a fronte di un modesto calo del canone per i cittadini, lo stato incasserebbe almeno un miliardo e mezzo in più. Una parte finirebbe per coprire le necessità della RAI. E il resto? Forse vedremo finalmente un canale senza pubblicità?

01 ottobre 2015

Grom

C'eravamo occupati quattro anni fa di Grom (http://www.econoliberal.it/2011/11/grom.html) per dire che i due imprenditori torinesi (Grom e Martinetti) erano bravi a fare gli imprenditori e ancora più bravi a vendere il gelato non proprio buonissimo. Grandi esperti di marketing, insomma, che allora avevano venduto il 5% della loro società per 2,5 milioni di euro.

Nel frattempo s'è scoperto che Grom non produce un gelato artigianale (vedi qui) ma un prodotto preparato in uno stabilimento, congelato e poi spedito nei negozi dove diventa gelato.

Oggi Grom è stata ceduta a Unilever, multinazionale inglese che possiede un'infinità di marchi nei settori più diversi: dai dentifrici alla Findus passando per Algida.

Il marketing torinese di Grom incontra il marketing internazionale di Unilever, arricchendo i due astuti fondatori del marchio di gelato. Gelato diffuso in tutto il mondo non perchè a Grom interessasse vendere il gelato a Tokio o a New York, ma per creare un marchio, un nome da vendere a una multinazionale che lo sfrutterà per vendere un proprio gelato fingendo sia il risultato del lavoro di artigiani italiani.

30 settembre 2015

Chi sbaglia?

A proposito di Volkswagen, chi sbaglia?

Diego Della Valle: lo scandalo Volkswagen non avrà alcuna ripercussione sull'economia italiana. (Il Sole 24 Ore  http://24o.it/Mp3zSn)

Pier Carlo Padoan all'Adn Kronos: "Temo conseguenze che mi auguro siano limitate, a catena ci potrebbero essere effetti sull'industria italiana che non ha colpa".

Luigi Federico Signorini, vice direttore generale della Banca d'Italia:  «All’incertezza presente sui mercati globali si è aggiunta negli ultimi giorni quella connessa con le possibili ripercussioni, difficili da quantificare, del grave scandalo Volkswagen sul settore dell’auto e sulle aspettative degli investitori e dei consumatori».


25 settembre 2015

Volkswagen

Lo scandalo Volkswagen è scoppiato inatteso: l'azienda tedesca ha installato su 11 milioni di veicoli software che riconosce i controlli sulle emissioni dagli scarichi e modifica il comportamento delle auto in modo che le emssioni rispettino i limiti di legge.

Si possono fare alcune considerazioni.

La prima, banale, è che se si fanno automobili di grossa cilindrata magari per permettere ai tedeschi di andare a tutta velocità su autostrade senza limiti di velocità e se, inoltre, l'auto è uno status simbol per cui più è grande e potente, meglio è, è difficile abbassare il livello di emissioni.

La seconda considerazione riguarda l'organizzazione di una grande impresa come la VW: il modello di gestione tedesco prevede una stretta collaborazione di impresa e sindacati e nel caso della VW anche la partecipazione di soggetti pubblici al capitale d'impresa. La Volkswagen unisce gli interessi degli azionisti, alcuni dei quali pubblici, altri privati, e dei lavoratori.

Tutti impegnati a creare ricchezza e lavoro facendo crescere l'impresa, conquistando mercati. Di certo questo sistema ha effetti positivi per l'economia ma pone un problema di conflitto di interessi: il settore pubblico dovrebbe controllare l'impresa di cui è azionista. Facile che a qualcuno venga voglia di voltarsi dall'altra parte.

E qui veniamo alla terza considerazione: il caso Volkswagen rafforza il sospetto che le politiche di austerità che la Germania ha imposto a molti paesi europei siano fatte per soddisfare le ambizioni delle imprese nazionali.

L'austerità ha fatto crollare la domanda di auto (e di altri beni durevoli) in molti paesi d'Europa costringendo le imprese che vendono soprattutto in tali paesi a rinviare il lancio di nuovi prodotti e i relativi investimenti.

Così il consumatore alla ricerca di qualcosa di nuovo, più facilmente s'è rivolto alle aziende dei paesi che, come la Germania, hanno risentito meno della crisi.

Tali imprese, che continuavano a investire grazie a una domanda domestica forte, potrebbero aver avuto interesse a eliminare i concorrenti tramite apposite pratiche commerciali (ovvero offrendo prodotti a prezzi molto vantaggiosi, non praticabili dalla concorrenza) e anche attraverso le scelte politiche del proprio governo, che creavano le condizioni per il calo della domanda negli altri paesi.

C'è da sperare che non siano coinvolte altre imprese e soprattutto non ci sia la complicità di altri governi, perchè vorrebbe dire avere un'Europa all'apparenza unità ma in realtà fatta da paesi in guerra (una guerra economica e non dichiarata) tra loro.

18 settembre 2015

L'Italia cresce, il mondo no

La decisione di ieri sera della FED di lasciare invariati i tassi non è un buon segnale per l'economia mondiale.

La crescita nel mondo rischia di rallentare, soprattutto per rallentano le economie che negli ultimi anni sono state più dinamiche: la Cina sta passando da tassi di crescita attorno al 10% a tassi che scendono verso il 5% (c'è chi sostiene che i cinesi trucchino i dati del PIL, con un tasso "vero" inferiore a quello dichiarato), il Brasile e in recessione e i suoi titoli pubblici sono considerati alla pari di paesi poco affidabili. Negli USA i dati sull'occupazione sono buoni ma l'inflazione resta bassa, segno che la domanda potrebbe essere più forte.

In questo scenario poco edificante l'economia italiana sembra far bene. La previsione di una crescita dello 0,7% nel 2015 pare troppo prudente e viene rivista allo 0,9%, mentre per Confindustria, di solito poco ottimista, si arriverà all'1% e in due anni ci sarà quasi mezzo milione di occupati in più.

La spiegazione di questa apparente preoccupazione è che finalmente sta crescendo, come spiega il ministro Padoan, la domanda interna.

Il rallentamento dei tassi di crescita in alcuni grandi economie in fase di sviluppo preoccupano i paesi industrializzati che producono e vendono in quei paesi una parte crescente dei loro beni e servizi. Per cui se la Cina cresce di meno, la domanda estera di Europa e USA ne risente.

Nel caso dell'Italia invece è la domanda interna, per troppo tempo depressa da pessime politiche fiscali e del lavoro, a dare segni di ripresa. Di qui l'apparente contraddizione, ma anche l'indicazione della strada da seguire in futuro: la strada dei sacrifici per abbassare i costi di produzione, a cominciare dal lavoro, e rendere più competitiva un'economia rispetto ai concorrenti, cioè l'austerità, ha fallito. Serve invece un aumento della domanda interna. Per noi come per il resto del mondo.

13 settembre 2015

Abolizione TASI

Da quando il governo ha annunciato l'abolizione della TASI, la tassa sugli immobili, non sono mancate le polemiche, spesso fuori luogo.

La TASI è di fatto una tassa sul patrimonio perchè calcolata in percentuale del valore di un'immobile. Non ha senso quindi dire, come hanno fatto molti commentatori, che dovrebbe essere pagata da chi ha un reddito elevato, perchè non è calcolata sul reddito.

La TASI dipende invece dal valore degli immobili, che, tuttavia, risente del fatto che molti comuni non hanno mai aggiornato il catasto. Così ci sono immobili nel centro delle città accatastati 70 anni fa hanno un valore (e un reddito) catastale inferiore a quello di immobili accatastati negli ultimi 2-3 decenni.

Per garantire una tassa equa, comunque si voglia interpretare l'equità, serve una base imponibile equa, vale a dire un un catasto aggiornato, con valori catastali almeno proporzionati se non uguali ai veri valori di mercato. Detto in modo semplice: se un'immobile vale sul mercato immobiliare 100 mila euro e un altro 200 mila euro, i valori del catasto devono essere quelli o, se diversi dal valore reale, almeno devono mantenere la stessa proporzione cioè l'immobile più pregiato deve valere il doppio dell'altro.

Ora, molti governi hanno annunciato la riforma del catasto. Anche il governo Renzi, che però s'è bloccato di fronte alla prospettiva di valori catastali che, se aggiornati, aumenterebbero anche di 5-6 volte.

Chi ha un'immobile che oggi vale per il catasto 50 mila euro ma in reatà ne vale 300 mila, si troverebbe a pagare una TASI (e pure la TARI, la tassa sui rifiuti) molto più elevata.

Anche per questo motivo, a mio parere, il governo ha deciso di abolire la TASI che è iniqua a partire dalla base imponibile.

07 settembre 2015

80 euro che fanno impazzire gli economisti

Il bonus degli 80 euro introdotti un anno fa è servito o si è trattato di un regalo inutile?

Se lo chiedono molti economisti, che hanno dato risposte contrastanti e...assurde.

Prendiamo per esempio questo articolo de Linkiesta http://www.linkiesta.it/bonus-80-euro-non-efficace. Di fronte al sondaggio secondo cui i soldi sono stati spesi, Marcello Esposito fa due osservazioni degne di attenzione.

La prima è contenuta nella premessa e dice che  "nella sostanza il problema è.. [che] e l’aumento della spesa pubblica non ha alcuna finalità produttiva ed è finanziato in deficit (come nel caso degli 80 euro) il complesso dei contribuenti si pone il problema della sua sostenibilità nel tempo. E, quindi, in aggregato la maggiore spesa pubblica viene compensata da un maggiore risparmio privato in previsione di maggiori tasse o tagli ai servizi in futuro".

Si dà dunque per scontato (senza dimostrarlo) che ci sia un aumento della spesa pubblica finanziato in deficit e che non abbia finalità produttive ovvero che chi riceve i soldi non li spende in modo da alimentare la produzione delle imprese.

Due ipotesi discutibili, ma a noi interessa la terza considerazione: "il complesso dei contribuenti si pone il problema della sua sostenibilità nel tempo" ovvero si immagina che chi riceve gli 80 euro pensi: in futuro mi aumenteranno le imposte e quindi è meglio che non li spenda, se no oggi mi godo gli 80 euro e quando aumenteranno le imposte devo tirare la cinghia.

Che i cittadini ragionino così è tutto da dimostrare. Agli economisti conservatori piace crederlo, perchè è un formidabile argomento contro qualunque intervento dello Stato: se si reagisce a un fatto odierno rendendolo inutile, meglio non fare nulla. Altri economisti, per esempio i Nobel Akerlof e Shiller la pensano diversamente (in Spiriti Animali, Rizzoli, 2009), osservando che anche persone con una buona cultura economica difficilmente prevedono cosa succederà in futuro adeguando di conseguenza le scelte attuali.

Ma ammettendo che la tesi sia vera, risulta incompatibile con la seconda osservazione: "Sulla attendibilità delle risposte fornite dagli intervistati è lecito esprimere qualche dubbio. Il fatto che dalle stime statistiche risulti che i più poveri abbiano usato gli 80 euro per aumentare le uscite di 130 euro la dice lunga o sulla comprensione della domanda o sulla literacy matematica del rispondente o sulla serietà dell’intervistatore".

Secondo l'autore dunque chi, ricevuti gli 80 euro, è stato intervistato sul loro impiego, non sa bene di cosa parla. Forse ha poca cultura economia. Però al tempo stesso prevede cosa succederà in futuro e modifica il proprio comportamento al fine, per così dire, di minimizzare i danni.

La mia sensazione è che siamo di fronte a una situazione molto particolare: economisti con pregiudizi enormi che si trovano in difficoltà di fronte a un governo che ha il coraggio di innovare senza stare a sentire obiezioni che paiono come veti di una elite di (presunti) esperti.

Una domanda sui profughi

Una delle argomentazioni più antipatiche usate di alcuni partiti italiani che cercano di
strumentalizzare la paura dello straniero per ottenere voti, è che i rifugiati in Italia sono un affare per chi li gestisce. Affare che spingerebbe il governo a far poco per ostacolare gli sbarchi o addirittura a favorirli: se qualcuno guadagna, lasciano intendere, poi restituisce il favore al governo, portando voti o soldi per le campagne elettorali.

L'odio, la xenofobia, la paura dello straniero sembra non appartengano ai tedeschi che hanno accolto i siriani nelle stazioni ferroviarie di diverse città tedesche applaudendo, mostrando solidarietà, spiegando che adesso possono vivere tranquilli, portando vestiti e cibo.

Saranno contenti perchè anche per loro, cittadini normali di una Germania che ha vissuto una guerra terribile, finita 70 anni fa ma durata fino al 1989 con la separazione tra Est e Ovest, oppure ci sono di mezzo i valori?

Io penso sia vera la seconda. Se i tedeschi si possono permettere di ospitare centinaia di migliaia di rifugiati non è solo perchè vivono in un paese ricco. Hanno le strutture per ospitarli e non sono ricoveri di fortuna allestiti in tutta fretta. Da anni hanno scelto di spendere soldi per l'accoglienza, pensando che quelle persone hanno diritti fondamentali che devono essere tutelati offrendo loro un servizio di buona qualità.

Chi invece gestisce i problemi con criteri di emergenza più facilmente si espone al rischio che il gestore dell'emergenza fornisca un pessimo servizio per far soldi. Nell'emergenza i controlli scarseggiano, non si fanno i conti per stabilire se i soldi sono spesi a favore dei beneficiari del servizio o finiscono nelle tasche di chi offre il servizio.

I valori (solidarietà contro xenofobia, per esempio) spingono i governi a scegliere come comportarsi di fronte al dramma dei rifugiati. La spesa è una conseguenza di queste scelte: chi fa leva sull'odio non vuole servizi di qualità per i rifugiati perchè pensa che un cattivo servizio spinga i rifugiati a andarsene, che un servizio di qualità attragga gli stranieri, che sia difficile giustificare la spesa presso i propri elettori. Richiede in altri termini un cattivo servizio e magari non gli dispiace se chi lo gestisce è poco onesto.

Chi invece vuole offrire un buon servizio ai rifugiati perchè pensa di dover essere solidale e di dover riconoscere ai rifugiati diritti irrinunciabili, facilmente spenderà i soldi pubblici per creare un servizio destinato a durare nel tempo. Inoltre controllerà la qualità e il costo del servizio, cercando di evitare che qualcuno se ne approfitti, facendo sprecare risorse allo Stato e sottraendo risorse ai beneficiari.


04 settembre 2015

Precari della scuola

Cosa succede se una regione italiana produce un bene in quantità superiore a quella che consuma? Semplice: esporta il bene in altre regioni. Ma se al posto di una lavatrice che dal Friuli va in Liguria o del pesce pescato in Sicilia che raggiunge la Lombardia ci mettiamo gli insegnanti, che succede?

Ci saranno molte lamentele. Cerchaimo di capire il perchè. Da sempre dalle università di alcune zone d'Italia escono molti più insegnanti di quelli che possono impiegati sul territorio e così gli insegnanti sono costretti a spostarsi. Di solito il flusso va da sud a nord: insegnanti del sud che si vedono costretti a cercare un posto al nord.

L'emigrazione del dopoguerra ha reso tutto sommato accettabile questo flusso. Dal sud partivano persone appena laureate destinate a passare una parte importante della propria vita nelle scuole piemontesi o lombarde, con una qualità della vita probabilmente migliore di quella di chi partiva dal sud per cercare fortuna in fabbrica.

Poi l'emigrazione si è fermata o quasi e in alcuni periodi c'è stato anche un flusso in direzione opposta: non solo persone che tornavano a vivere al sud ma anche lavoratori pubblici che, assunti al nord, dopo un pò ottenevano il trasferimento vicino a casa.

Nella scuola il sud ha continuato a offrire più insegnanti di quanti ne potesse collocare e il nord meno di quelli di cui aveva bisogno. Qualcuno era costretto a cambiare regione per una cattedra spesso provvisoria. Si risolvevano così le necessità delle scuole alle prese con le supplenze e si lasciava aperta la speranza, per chi era costretto a andare lontano da casa, di tornarvi prima o poi.

Possiamo scommettere che qualche governo invece di affrontare i problema del precariato l'abbia alimentato per non dover dire a una parte dei lavoratori della scuola "ti posso assumere ma solo lontano da casa tua".

Il governo Renzi invece ha scelto questa strada, anche perchè obbligato dall'Europa che impone la stabilizzazione dei precari. L'ha fatto in modo forse brutale: chi viene assegnato a una scuola lontano da casa, se non accetta, rischia di uscire dalle graduatorie. Una scelta difficile per molti, perchè i precari spesso non sono giovani ma persone mature, con famiglia e figli.

Superata questa fase con le polemiche di rito, si dovrà affrontare il problema degli squilibri regionali. Come?

Se in alcune regioni le università sfornano troppo pochi insegnanti rispetto alle necessità delle scuole e in altre molti di più si possono introdurre una serie di incentivi per provare a riequilibrare la situazione (tasse più alte o più basse, posti limitati nelle scuole di specializzazione dove ci saranno meno cattedre, maggior numero di posti dove ci sarà una maggior richiesta di insegnanti). Ma soprattutto si dovrebbe cercare di svincolarsi da regole che permettono agli insegnanti di andare ovunque, salvo poi sperare in un trasferimento.

Queste regole sono regole fatte apposta per illudere chi aspira a una cattedra e non forniscono un buon servizio. Lo studente e la sua famiglia preferiscono che l'insegnante sia sempre lo stesso durante tutto il ciclo scolastico e ancora di più vorrebbero fosse sempre lo stesso durante l'anno scolastico.

Per cui sarebbe sensato se fossero le scuole a assumere insegnanti destinati a passare tutta la loro vita professionale o almeno buona parte di essa (con le dovute eccezioni) nella stessa scuola.

Insomma serve programmazione, regole che pensino ai diritti degli insegnanti ma anche a quelli degli studenti, cosa che in Italia non sempre avviene, evitando le situazioni ambigue che servono soltanto a illudere qualcuno. 

29 agosto 2015

Laffer - Nethanyahu

C'è ancora chi crede alla vecchia e mai provata curva di Laffer: è Benjamin Nethanyahu, primo
ministro israeliano. Ad una cena con il commissario all'Expo, Sala, Nethanyahu dopo aver saputo che Matteo Renzi vuol ridurre le imposte, ha spiegato come agire, rispolverando la vecchia teoria di Laffer che illustrò le sue idee a Ronald Reagan durante la campagna elettorale del 1980.

Non è il primo e non sarà l'ultimo a usare la tesi di Laffer (ne avevo parlato qui: http://www.econoliberal.it/2010/06/piu-tasse-per-tutti-ma-in-europa.html), ignorando che è una tesi che nessuno ha mai dimostrato, a conferma della natura propagandistica, in materia economica, dei leader conservatori, incapaci di liberarsi di tesi discutibili e mai provate.

Ma è la prova che le frottole si diffondono all'infinito o quasi. Basta solo trovare qualcuno che le racconta.


19 agosto 2015

Il mistero del Milan

Come può Silvio Berlusconi (tramite Fininvest) vendere per quasi 500 il 48% del Milan quando l'Inter è stata di fatto regalata all'indonesiano Thohir, che in pratica ha solo rilevato i debiti garantiti personalmente da Massimo Moratti e sborsato poco o nulla?

Se lo chiedono in tanti a cominciare dal settimanale l'Espresso che ha indagato sulla vicenda scoprendo alcuni fatti strani legati alla vendita di quasi metà delle azioni del Milan.

Dietro Bee non paiono esserci banche capaci di garantire il versamento dei soldi promessi o il pagamento della penale da versare in caso di mancato acquisto delle quote. D'altronde le banche non potrebbero che avere molti dubbi sulla valutazione (oltre 1 miliardo di euro) di una società che non registra utili e che si pone l'improbabile obiettivo di far salire a quasi 400 milioni di euro i ricavi da sponsorizzazioni in Asia a fronte, oggi, di incassi complessivi per 80 milioni.

Dietro a Bee non paiono esserci neanche investitori. O, se ci sono, nessuno li ha ancora visti. Bee infatti è un broker, un mediatore che dovrebbe comprare per conto di altri: ma chi investirebbe in una squadra di calcio sopravvalutata e incapace di distribuire urili?

Bee invece è circondato da consulenti che gravitano attorno a Arcore, tra cui Licia Renzulli, ex infermiera e oggi eurodeputata nel partito di Berlusconi.

Il sospetto dell'Espresso è che dietro a Bee ci sia Berlusconi, che avrebbe inventato un metodo complesso per far rientrare i capitali esteri mai dichiarati: i soldi finiscono in un fondo gestito ufficialmente da un prestanome che li spende acquistando un bene del reale proprietario, che in questo modo rientra in possesso, in Italia, di capitali occultati all'estero.

Capitali che Berlusconi, nonostante la smentita, possiede. Nel 2013 è stato infatti condannato in via definitiva perchè usava società estere per intermediare i diritti tv, lasciando all'estero soldi che sfuggivano al fisco italiano.

13 agosto 2015

Grecia: a sorpresa il PIL cresce?

La Grecia nel secondo trimestre di quest'anno ha fatto registrare una crescita del PIL dello 0,8%.

Per molti sarebbe una sorpresa. Ma basta pensarci un pò: a fine giugno Tsipras ha deciso di chiedere ai greci come la pensassero sul possibile accordo con l'UE per finanziare il debito greco. Il 30 giugno la Grecia non paga la rata al Fondo Monetario Internazionale, per 3 settimane a partire dall'ultima settimana di giugno le banche restano chiuse, per riaprire solo dopo uno scontro durissimo in cui il governo greco deve piegarsi alle richieste europee.

Perchè dunque dovrebbe essere una sorpresa un aumento del PIL dello 0,8% in un trimestre?

Le previsioni parlavano di una crescita del 2,5% nel 2015. Una previsione esagerata: lo 0,8% del secondo trimestre lascia pensare a una crescita dell'1,5% nel 2015.

Ma poi è arrivata la durissima trattativa con l'Unione Europea, la chiusura delle banche e previsioni di un calo nel 2015 del 2,5%.

Vedremo cosa succederà, ma intanto non stupiamoci se a metà agosto arriva un dato che conferma che una crescita c'era, prima di essere soffocata da pessime scelte politiche.

11 agosto 2015

Milan, Inter e altri

A 10 giorni dall'inizio del campionato e a 20 circa dalla fine del calcio mercato, la Gazzetta dello Sport dedica oggi una buona analisi alle strategie economiche delle società di calcio.

La domanda di partenza è: le squadre italiane si possono permettere gli acquisti che i tifosi sognano e che -almeno in parte- stanno realizzando?

Ovviamente la risposta è articolata, anche se l'inchiesta tocca solo le principali società di calcio italiane, perchè ognuno ha la sua strategia.

La Juventus è, tra le grandi, la migliore sul campo e anche nei conti: il fatturato è più che raddoppiato in pochi anni, dando la possibilità ai dirigenti di acquistare giocatori anche molto costosi ma senza fare follie che possano mettere in pericolo i conti.

Le follie vorrebbe farle invece la Roma, che spende un pò più di quel che dovrebbe e l'anno scorso ha obbligato gli azionisti a sottoscrivere un autmento di capitale, ma quest'anno agisce con il freno a mano tirato: acquisti sì ma senza esagerare e cessioni di giovani promesse per ottenere plusvalenze (i giovani sono costati poco e sono venduti a cifre molto più elevate) utili al bilancio.

A comprare i giovani della Roma è invece il Milan, che torna a spendere: Fininvest, vale a dire Berlusconi, pare essersi convinta che solo spendendo ci si può qualificare alla Champions League. Raggiungerla sarebbe un obiettivo importante per il Milan ma anche per Mediaset che ha sborsato molti milioni per ottenere i diritti televisivi della Champions League.

E poi c'è il discorso mr. Bee: Fininvest ha ceduto il 48% del Milan a mr. Bee, un broker, intermediario, indonesiano, il quale spera di rivendere le quote guadagnandoci. Per questo c'è bisogno di un Milan competitivo.

Diversa è la situazione dell'Inter. Il 70% della società è passata da Moratti a Thohir in cambio dell'assunzione da parte di quest'ultimo di circa 250 milioni di debiti in precedenza garantiti da Moratti.

Anche l'Inter, come il Milan, aspira alla Champions, ma dispone di molte meno risorse. Molti giocatori sono stati comprati con contratti che prevedono il pagamento nei prossimi anni e qualche episodio dovrebbe preoccupare i tifosi: l'Inter ha pagato con qualche settimana di ritardo il passaggio di Miranda dall'Atletico Madrid e oggi il Wolfsburg fa sapere che l'Inter non si può permettere l'acquisto di Perisic. Forse temono che le promesse future di pagamento siano troppo rischiose per una società che pare avere problemi di liquidità e che ha subito perdite per 200 milioni in due anni?


06 agosto 2015

Saviano s'è fermato a Pescara

Qualche giorno fa lo Svimez ha lanciato l'allarme: al Sud la crisi non è mai finita, il PIL non ha ripreso a salire, si fanno meno figli, la disoccupazione, specie quella giovanile, è alle stelle e chi può fugge.

Saviano ha colto l'occasione per polemizzare con Renzi, chiedendo interventi importanti per modificare questa triste situazione economica.

Oggi il ministro Galletti ha presentato una serie di interventi per affrontare il dissestro idro-geologico in Italia, mostrando su una cartina i luoghi di intervento, per i quali il governo ha stanziato un paio di miliardi.

Nessuna località toccate dagli interventi del governo si trova a sud di Pescara. In sostanza non viene finanziato alcun intervento importante nel sud. Niente in Campania, Sicilia, Calabria, tanto per citare regioni grandi, le prime due, o una regione come la Calabria dove le occasioni di intervento non mancherebbero.

Perchè niente a sud di Pescara?

Perchè gli interventi che il governo ha deciso di finanziare sono quelli "cantierabili". Vuol dire che gli enti locali hanno deciso quali interventi sono necessari e hanno preparato dei progetti che, superati gli ostacoli burocratici, richiedono solo un finanziamento e l'apertura dei cantieri.

Saviano chiede che si faccia qualcosa per il sud. Ma stanziare soldi non basta. Si devono mettere in piedi i progetti e in questo campo, come dimostrano tanti casi, spesso le regioni del sud (i politici e i funzionari che dirigono le amministrazioni locali) sono inefficienti.

Il ritardo del sud si spiega anche così.

04 agosto 2015

Grecia e il QE impossibile

Da qualche anno abbiamo imparato cos'è il quantitative easing (QE): un acquisto di grandi quantità di titoli di stato (ma anche di altri titoli, volendo) allo scopo di abbassare i tassi di interesse pagati dagli Stati (oltre che da imprese e consumatori) e per offrire alle banche liquidità da impiegare nell'economia. La speranza è che le banche, cedendo titoli di stato in cambio di liquidità, possano prestarla a famiglie e imprese così da stimolare consumi e investimenti, anche allentando la stretta del credito che di solito accompagna ogni crisi economico-finanziaria.

Se il QE ha questi effetti positivi -si chiederà qualcuno- perchè non utilizzarlo per far uscire finalmente la Grecia da una crisi drammatica? In fin dei conti molti Stati, a cominciare dagli USA, hanno beneficiato delle politiche di QE della propria banca centrale. Il calo dei tassi ha allontanato il timore che il debito di tali paesi potesse diventare insostenibile per un eccesso di spesa per interessi. Così è lecito chiedersi: perchè quel che ha funzionato altrove non si può applicare in Grecia?

La ragione è assai semplice: una banca centrale indipendente ha nel proprio statuto regole che impediscono l'acquisto di titoli troppo rischiosi. La banca centrale acquista preferibilmente titoli di stato perchè il rischio che lo Stato che li ha emessi non paghi è minimo ed è in ogni caso inferiore al rischio di insolvenza di una impresa.

Nel caso della Grecia però il rischio di default è elevato e questo perchè le entrate fiscali non sono certe, la spesa è eccessiva, la credibilità dei governi dopo l'annuncio dei conti falsificati è ai minimi termini, il PIL scende da anni, le banche sono sull'orlo del fallimento.

Per questi motivi la BCE non può acquistare grandi quantitativi di titoli di stato greci e partecipa con gli altri paesi europei alle trattative per convincere la Grecia a rendersi credibile.

Solo quando la credibilità sarà ripristinata, la BCE potrà acquistare i titoli greci come fa con gli altri stati.

17 luglio 2015

Il futuro del debito greco

Cosa sarà del debito greco dopo lo scontro tra il governo Tsipras e l'Europa che ha portato alla rapida approvazione di una serie di leggi richieste dall'Europa in cambio di decine di miliardi di aiuti?

La prima cosa da osservare è che questi aiuti causeranno, probabilmente, una nuova recessione, che si aggiunge alla recessione provocata dal fallimentare tentativo di forzare le trattative attraverso il referendum del 5 luglio.

La Grecia quindi chiuderà il 2015 e forse anche il 2016 con un PIL in calo. Unito a possibili deficit, perchè recessione vuol dire alto rischio di incassare meno imposte, ciò significa un rapporto debito/PIL destinato a crescere.

Poi c'è un altro aspetto che mi pare sia stato sottovalutato nei commenti di questi giorni: le banche greche sono in una situazione drammatica. Senza l'intervento della BCE molte sarebbero fallite.

I greci infatti hanno prelevato quanto possibile, hanno trasferito i soldi altrove, hanno fatto la coda anche per poche decine di euro da intascare usando il bancomat. Una parte dei soldi stanziati dall'Europa finirà proprio alle banche greche.

Non è la prima volta che si aiutano direttamente le banche, solo che nelle altre occasioni sono stati i governi a ricapitalizzare le banche, impedendo che fallissero con gravi danni per l'economia.

Il governo greco ha però meno soldi delle banche in difficoltà e così i soldi per i salvataggi bancari arrivano dall'Europa.

Il debito della Grecia è perciò assai elevato, tanto da suggerire a molti la necessità che l'Europa conceda una forte riduzione del debito pubblico.

Lo scopo ultimo infatti è far tornare la Grecia a emettere titoli di stato affidandosi ai mercati finanziari. Solo allora la Grecia sarà tornata quella di prima: deve arrivare a emettere titoli pagando interessi sostenibili.

Ciò significa che il tasso medio pagato sugli interessi del debito non deve discostarsi troppo da quello pagato dai paesi dell'area euro, altrimenti la spesa per interessi è troppo elevata.

La Grecia pagherà un tasso superiore a quello del Portogallo, per esempio. E questo richiede un taglio del debito, se no tassi elevati e debito elevato rischiano di rendere impossibile per decenni il ritorno sui mercati.

Inoltre è indispensabile che l'economia Grecia cresca. La crescita del PIL è l'unica vera arma a disposizione per ricreare la fiducia sparita dopo la scoperta dei conti falsificati e per permettere alla Grecia di allentare la presa dei creditori.

I soldi, circa 80 miliardi, che l'Europa darà alla Grecia servono a coprire le necessità delle banche e a rinnovare i debiti in scadenza nei prossimi 3 anni. Poi altri titoli scadranno e a quel punto inizieranno altre trattative, serviranno altri soldi per rinnovare altri titoli in scadenza.

Se nel frattempo il PIL greco sarà salito e se i greci avranno mantenuto gli impegni -cosa spesso non successa negli ultimi 5 anni- per i greci sarà più facile ottenere nuovi prestiti. Ancora più facile se ci sarà un taglio del debito; questione che si può e magari si deve discutere con calma nei prossimi 2-3 anni.

12 luglio 2015

Grecia: facciamo due conti approssimativi

Perchè l'austerità non funziona?
Per capirlo facciamo calcoli approssimativi.

Diciamo che nel 2009 la Grecia ha un debito pubblico di 120 euro e un PIL pari a 100 euro. Il debito è quindi il 120% del PIL.

Poi arriva l'austerità che ha come obiettivo quello di rimettere a posto i conti, ma produce un effetto indesiderato e non calcolato dai teorici dell'austerità: il calo vistoso del prodotto interno lordo (PIL). Le aziende producono di meno perchè la domanda crolla per effetto di tagli alla spesa pubblica e maggiori imposte.

Il PIL in pochi anni scende da 100 a 75.

Se il debito fosse rimasto fermo a 120 e un calo del PIL a 75, il debito sale dal 120% al 160% del PIL.

Oggi però il debito pubblico greco è circa il 180% del PIL. Calcolatrice alla mano, vuol dire che mentre il PIL è sceso da 100 a 75, il debito pubblico è salito da 120 a 135.


La rinuncia all'austerità vuol dire spendere di più o imporre meno imposte. Immaginiamo una Grecia che spende un 3% del PIL in più ogni anno (che per 5 anni significa 15% di debito in più) ma evita il calo del PIL.

Il PIL resta fermo a 100 mentre, facendo questa ipotesi, il debito sale a 150, il 150% del PIL. Meglio del 180% attuale!

Non solo per un debito al 150% del PIL invece che al 180%. Centinaia di migliaia di greci avrebbero mantenuto il loro posto di lavoro, migliaia di aziende non avrebbero chiuso i battenti e grazie a un'economia migliore sarebbe diverso il giudizio degli investitori sull'economia ellenica.

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