30 settembre 2011

Tassi e mutui


Chi deve prendere un mutuo nei prossimi giorni probabilmente esulterà sapendo che la BCE, a breve, potrebbe prendere tagliare il tasso di sconto, abbassandolo dall'attuale 1,50%.
Bene, purtroppo tale entusiasmo non si tradurrà nella realtà, perchè i tassi dei mutui delle banche italiane sono in aumento. E la previsione è che aumenti lo spread sull'Euribor.
Perchè questo?
Innanzi tutto un paio di note tecniche.
Oggi come oggi i tassi dei mutui hanno come riferimento l'Euribor (in genere a 3 mesi) per i mutui a tasso variabile e l'IRS per i mutui a tasso fisso.
Sul sito Euribor.it si possono trovare tali tassi.
Bene, attualmente il tasso per l'Euribor a 3 mesi è del 1,55% e l'IRS a 20 anni è del 2,96%.
Quindi se dovremmo rifarci agli spread di qualche mese fa, pari a circa 1-2%, che rappresentano il guadagno della banca, arriveremmo a tassi di circa 2,70 per il variabile e 5 per il fisso.
In realtà i tassi offerti, a parte qualche eccezione o offerta, sono in media più alti.
Perchè questo?
Il motivo va cercato nel famigerato spread tra i bund tedeschi e i BTP italiani in costante aumento e nello sgonfiarsi della bolla immobiliare.
Facciamo tutti il ragionamento.

Il motivo dei tassi alti è il rischio fallimento dell'Italia, cioè il rischio insolvenza.
Le banche italiane sono piene, sature, di titoli italiani, quindi se fallisce l'Italia saltano anche loro.
E quando dico sature, intendo proprio sature. E capitemi, non è che le banche italiane siano particolarmente contente di comprare BOT o BTP, ma questi acquisti fanno parte di accordi e scambi tra politica e banche.
Le banche Italiane sono piene di immobili che hanno preso o dai privati facendo valere ipoteche su mutui non pagati, o da aziende che non hanno venduto, o capannoni industriali. Tali immobili non si possono gettare sul mercato a rischio di un crollo del mercato immobiliare.
E qui faccio presente che si tratta in alcuni casi, per le banche più grandi, di decine di migliaia di immobili.

Questo fa si che le banche italiane abbiano seri problemi a finanziarsi sul mercato interbancario. E chi gli presta i soldi glieli fa pagare tantissimo, ben oltre l'Euribor.
Quindi le banche italiane, a loro volta, prestano soldi a caro prezzo, scaricando tutto in termini di spread sui richiedenti mutui.

Voglio concludere con un commento sui tassi di intresse. In maggio le previsioni erano che entro Dicembre il tasso sarebbe arrivato al 2% e entro metà 2012 al 3%, che è il tasso standard della BCE.
Bene, nessuna di queste previsioni si avvererà.

Noi nel 2011 potremmo arrivare al paradosso economico di avere un'inflazione a oltre il 3,5% (dopo gli effetti dell'aumento dell'IVA, che avevo ampiamente previsto), e un tasso di sconto all'1%. Un tasso che non si potrà alzare per combattere l'inflazione, ma che dovrà rimanere basso per stimolare l'economia e la crescita.

29 settembre 2011

Ron Paul, chi è il politico amato da signoraggisti e ultraliberisti

Un politico americano unisce signoraggisti e gli ultraliberisti: Ron Paul.

Ron Paul è un medico, reduce della guerra in Vietnam e oggi deputato eletto in Texas, noto per aver espresso le opinioni più conservatrici da oltre 70 anni a questa parte.

Non può che piacere agli ultraliberisti di IBL (di cui avevo scritto qui). Far fuori la FED, ritornare all'oro, tagliare brutalmente tutte le spese statali, chiudere la porta a qualunque politica estera: è questo il biglietto da visita di Paul, che fa felice gli ultraliberisti e anche i signoraggisti.

Ma forse non sanno che Ron Paul è sospettato di essere un razzista. Basta fare qualche ricerca con google.com e si scoprono frasi razziste, scritte forse da Paul ma poi dimenticate e smentite e, soprattutto, una palese opposizione alla legge sui diritti civili del 1964 che metteva fine a ogni forma di discriminazione nei confronti degli afro-americani.

Per Ron Paul si tratta di una legge incostituzionale, perché per far finire la discriminazione lo stato assume poteri che a suo dire violano le libertà degli individui. Un modo piuttosto elegante per raggiungere l'obiettivo: non si dice esplicitamente che sarebbe preferibile la discriminazione, ma ci si lamenta delle leggi che la vietano.
Gli ultraliberisti e i signoraggisti italiani alla prima occasione si schierano con Ron Paul, candidato alle primarie repubblicane, e, ogni volta, paiono convinti di poter vedere il loro beniamino alla Casa Bianca. Ma sanno chi appoggiano? O sono ingenui su temi politici tanto quanto lo sono sui temi economici?

28 settembre 2011

La nomina del nuovo Governatore di Bankitalia


Come saprete, la Banca d'Italia non è una società per azioni, non ci sono azionisti ma partecipanti che non contano nulla, benchè possiedano quote del capitale della nostra banca centrale.

In questi giorni si sta decidendo chi prenderà il posto di Mario Draghi, destinato a presiedere la BCE. Il potere dei partecipanti è inesistente e a prendere le decisioni è il governo, che, non contento di avere già poca credibilità, si interroga: meglio la continuità con Saccomanni o l'amico di Tremonti Grilli?

Comunque vada a finire, è certo che Banca Intesa, Unicredit, il Monte dei Paschi, le assicurazioni Generali, l'INPS e tutti quelli che posseggono quote del capitale di Bankitalia non decidono nulla.

Ma state certi che la storiella secondo cui Bankitalia è una spa in mano alle banche (private) la sentiremo ancora ripetere.

27 settembre 2011

Trader psicotici e liberisti ingenui

Qualche tempo fa (vedi qui) mi sono occupato dell'avvocato De Nicola, un ultraliberista che ogni tanto appare su Rai3 per dispensare opinioni economiche.

L'avvocato è apparso in tv qualche sera fa per dire che chi opera sul mercato non è poi così matto da lasciar fallire l'Italia, perché si farebbe del male da solo. Si troverebbe in tasca titoli privi o quasi di valore. Dunque c'è un limite alla speculazione, secondo De Nicola.

Sembra una considerazione di buon senso ma non è così.

Il ragionamento è, prima di tutto, sbagliato.
Se io vendo un titolo temendo che in futuro perda valore, non mi importa cosa succede a chi l'ha emesso: può anche fallire. Se penso che non si risolleverà, anzi, sono spinto a speculare sul ribasso del titolo.

Quindi chi si libera dei BTP italiani, pensando al proprio tornaconto, è poco interessato al futuro dello Stato italiano. Può speculare su ulteriori ribassi e se ha venduto i titoli posseduti non si preoccupa del fallimento dello Stato.

Poi è un ragionamento sbagliato nelle premesse. Si ritiene che sui mercati operino individui razionali, capaci di fermarsi al momento giusto, evitando che uno stato fallisca o che i tassi salgano troppo mettendo a rischio la solvibilità dello stato.
La razionalità piace molto ai liberisti (ne avevo scritto qui) ma la realtà è spesso molto diversa. Gli individui quasi sempre non sono razionali e non hanno una visione di lungo periodo. Spesso prevale una visione di brevissimo periodo e istinti anche autodistruttivi.

Lo testimonia una ricerca condotta in Svizzera (vedi qui): confrontando il comportamento di un gruppo di trader di borsa, un gruppo di persone con problemi psichici e un gruppo di persone normali, gli studiosi sono giunti alla conclusione che i trader si comportano come (se non peggio) le persone con problemi psichici, ottengono poco e pensano soprattutto a far meglio del concorrente, e non a far bene in termini assoluti.

Come credere dunque alle ingenuità del liberista De Nicola secondo il quale la speculazione si autolimiterebbe ben sapendo di non aver alcun interesse a far fallire uno stato?

PS A conferma di quanto scritto sopra guardatevi questo video... anche se potrebbe essere una bufala http://video.corriere.it/ogni-notte-spero-recessione/5ad8c70e-e93f-11e0-ba74-9c3904dbbf99

26 settembre 2011

Avessero letto Keynes...


"Se la guerra civile europea dovesse concludersi con una Francia e un'Italia che abusano del loro momentaneo potere di vincitori sulla Germania e sull'Austria-Ungheria, oggi prostrate, le prime chiederebbero con ciò la loro stessa distruzione: tanto profondi e inestricabili sono gli invisibili legami, psicologici ed economici, che le uniscono alle loro vittime"

Parole profetiche di John Maynard Keynes,vere ancora oggi. La Germania e la Francia fanno la parte dei vincitori mentre la parte dei vinti spetta a Grecia, Portogallo, Italia, Spagna, e agli altri paesi i cui titoli pubblici hanno perso valore negli ultimi mesi.

I legami psicologici ed economici che uniscono l'Europa rischiano di far crollare l'euro e l'intera Europa, sotto la spinta dell'egoismo delle destrne. I liberali tedeschi, in particolare, dicono che la Grecia deve fallire o può accedere agli aiuti solo dopo aver dimostrato di voler intervenire sui conti pubblici. Interventi però che sono inefficaci, perchè fanno crollare il PIL e quindi le entrate fiscali.

La minaccia di lasciar fallire la Grecia sta danneggiando le altre economie europee. Le banche francesi pare siano in grossa difficoltà. Si rivive il dramma di Lehman Brothers: chi ha prestato soldi alle banche francesi li rivuole indietro, le banche americane chiudono i rubinetti del credito in dollari costringendo cinque banche centrali a intervenire (vedi qui), e le voci che circolano sulla necessità di ricapitalizzare una ventina di banche europee non fa altro che aggravare la situazione.

Di tutto questo s'è reso conto Timothy Geithner, ministro del Tesoro americano, che ha vissuto in prima persona il dramma Lehman Brothers, in qualità di presidente della Federal Reserve Bank di New York. Insieme al ministro dell'economia Paulson e al numero uno della FED Brenanke, Geithner ha tentato di salvare Lehman Brothers, fallendo.

Nel week end Geithner ha spiegato agli europei che se non si interviene subito, si rischia l'effetto domino. La Grecia fallirà trascinando le banche europee. C'è il pericolo che i cittadini non si fidino più della solvibilità delle banche e si mettano in coda agli sportelli per ritirare i risparmi. Insomma si rischia un disastro di dimensioni colossali, innescato dall'egoismo di partiti conservatori che stimolano l'egoismo dei propri elettori e guardano con sospetto la solidarietà europea.

I fatti stanno dando loro torto. Non hanno voluto intervenire per tempo e il conto da pagare è salatissimo: 3000 miliardi per rimettere in sesto le banche europee e forse lasciar fallire la Grecia, il cui debito pubblico ammonta a 350 miliardi. Avessero letto Keynes....

25 settembre 2011

Storie di ordinario spreco: gli alpini al mare

Un paio d'anni fa il governo ha deciso di invadere le città con i militari (vedi qui). Non era per fortuna un golpe ma solo un modo, secondo Larussa e altri esponenti del governo, per ridurre la criminalità. Militari per le strade significava meno rapine, scippi e via discorrendo.Inserisci link
Qualche mese fa il nuovo sindaco di Milano, Pisapia, ha spiegato che voleva ridare ai vigili alcuni compiti svolti dai militari suscitando le reazioni di Larussa, favorevole a mantenerli per le strade. Adesso il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, spiega che i militari per le strade di Genova(alpini mandati al mare..) sono inutili come risulta qui. Pensano a fare bella figura, svolgono solo alcuni compiti, non sostituiscono la polizia municipale e pensano a non farsi male, evitando quindi di intervenire dove servirebbe. A Genova i reati non sono diminuiti, anzi sono aumentati come il lavoro di polizia e vigili per fare da balia a militari con poche competenze e poteri. Meglio se se ne vanno.

Quello dei militari messi a pattugliare le città non è solo un fatto di propaganda, ma un bell'esempio di spreco. Non si sa come utilizzare migliaia di uomini inutili, perchè di guerre non se ne fanno (per fortuna) e perchè inadatti a gestire l'ordine pubblico. Ma invece di riciclarli come vigili urbani o poliziotti, si inventa un nuovo lavoro che non serve a nulla.

Qualcuno pensa forse a cambiare le cose? Qualcuno ci spiega che potremmo rinunciare a assumere nuovi militari per i prossimi 5 o 10 anni ?

No, si cerca di inventare qualche nuovo e inutile utilizzo: si scava la buca per poi riempirla...L'importante è tenere buoni i militari e chi crede alle favolette del governo, preoccupato di spiegare ai propri elettori che i militari per le strade risolvono i problemi.

24 settembre 2011

Errori di economisti


Qualche giorno fa su un importante giornale italiano leggo questa frase, scritta da due economisti di idee piuttosto conservatrici:

se il debito rimane stabile, ma l'economia non cresce, il rapporto aumenta: la crescita (al denominatore) è importante quanto i conti pubblici (al numeratore)

Parlano del rapporto debito/PIL e la frase è errata. Perchè se il debito (al numeratore) rimane stabile il rapporto non aumenta, a meno che il PIL (al denominatore) diminuisca.

Così cerco l'email di uno degli autori, che qualcosa di economia certamente la sa, visto che insegna nella celebre università di Harvard, e gli scrivo che:

1 - se il numeratore (debito pubblico) non cresce e il denominatore (PIL) neppure, il rapporto resta al massimo stabile e che

2 - il PIL in ogni caso cresce in termini nominali, per effetto dell'inflazione, facendo diminuire il rapporto debito pubblico/PIL, se il debito pubblico resta costante. Certo non è una bella prospettiva (perchè il progresso tecnico farebbe diminuire l'occupazione) ma ...meglio di niente.

Dopo qualche ora arriva la risposta. Con riferimento al punto 1 l'economista di Harvard dice: "Certo. Ci siamo espressi male", mentre per quanto riguarda il punto 2 spiega che "se sale l'inflazione salgono anche gli interessi nominali sul debito quindi l'effetto dell inflazione sarebbe poco".

In pratica spiega diplomaticamente di aver scritto una cosa errata (punto 1) e pare non capire che l'inflazione c'è già. Che senso ha dire "se sale l'inflazione..." visto che io mi sono limitato a osservare che l'aumento del PIL (nominale) dovuto all'inflazione fa diminuire -se il debito non sale- il rapporto debito/PIL, affermando l'esatto contrario di quanto scritto dagli economisti?

Vista la cortesia nel rispondermi, evito di esprimere giudizi sugli interessati, ma è chiaro che c'è molto da dubitare della loro conoscenza della materia che insegnano, ed è sempre più forte la sensazione che lo scopo di certi articoli, scritti da economisti con una certa fama, abbiano lo scopo di orientare l'opinione pubblica, spingendola ad accettare la soluzione proposta ai problemi dell'economia, problemi mal analizzati.

23 settembre 2011

Debito e PIL, facciamo qualche conto - 2

Riprendiamo il post precedente per aggiungere alcune osservazioni

1. Come mi suggerisce Pericle dati suggeriscono che con un pò di buona volontà e programmazione si può far scendere il rapporto debito/PIL.

2. Paradossalmente, una volta raggiunto il 60% nel rapporto debito/PIL si potrà gozzovigliare: il debito potrà salire, se l'economia cresce. A dire il vero anche prima di raggiungere la fatidica quota 60% si può continuare a far crescere il debito, purchè il PIL cresca più rapidamente.

Ha senso che, raggiunto l'obiettivo del 60%, poi si possa tornare a far crescere il debito purchè non si superi quota 60%? Forse si potrebbe essere più flessibili e fare piani di gestione del debito più intelligenti. Ma questo richiede credibilità, oggi in Italia inesistente, e un bilancio migliore, da cui si deduca una chiara intenzione del nostro governo di portare avanti un risanamento di lungo periodo. Sarà forse per ridare all'Italia la credibilità perduta e rinegoziare gli accordi europei che qualcuno propone una patrimoniale capace di raccogliere molti miliardi?

3. Il vero problema posto dall'obiettivo di un rapporto debito/PIL non superiore al 60% -mi ha scritto il professor Vaciago a cui ho chiesto un'opinione- è quello della crescita, che manca in Italia.

Si potrebbe ridurre il rapporto debito/PIL solo raggiungendo il pareggio di bilancio, ma si aggraverebbero problemi (disoccupazione, sviluppo di alcune aree depresse) che finora si sono affrontate con il ricorso al debito. Ma se non possiamo più indebitarci è necessario trovare altre strade per cercare di far correre l'economia italiana e in particolare i settori e le zone del paese che soffrono di più. Quali strade?

4. Se si vuole investire e stimolare l'economia è necessario prelevare soldi dalle tasche "ricche" e trovare spese poco utili da tagliare. Non si può continuare a tassare i soliti e i ceti meno abbienti, perchè si finirebbe per causare una riduzione dei consumi e quindi indirettamente del PIL. Se ciò avvenisse ci infileremmo nel vicolo cieco imboccato dalla Grecia (di cui parleremo in un'altra occasione) mettendo in pericolo sia le possibilità di crescita sia la possibilità di sanare i conti.



22 settembre 2011

Debito e PIL, facciamo qualche conto - 1


In due articoli (vedi qui e vedi qui) William ha posto il problema del rapporto debito pubblico/PIL.

Oggi è attorno al 120% (1900 miliardi di debito e 1580 miliardi circa di PIL) e pesa sulla pelle degli italiani soprattutto attraverso una spesa per interessi che supera i 70 miliardi. Equivale, per capirci, ai 2/3 della spesa sanitaria o ai soldi spesi da tutti i comuni italiani. Più aumenta il debito, maggiore è la spesa per interessi, perchè aumenta la massa di titoli pubblici su cui si pagano gli interessi e perchè i mercati chiedono tassi di interesse più elevati, fidandosi di meno della nostra capacità di rimborsare i titoli.

L'obiettivo è di dimezzare
il rapporto debito/PIL. Non dovrebbe superare il 60% del PIL. In tal senso si sono impegnati tutti i paesi europei, come aveva scritto William a aprile.

Possiamo farcela o conviene dichiarare bancarotta?

Facciamo qualche ipotesi realistica e qualche conto.

Immaginiamo che il governo riesca a raggiungere il pareggio di bilancio tra un paio d'anni e che nel frattempo il debito raggiunga la cifra tonda di 2000 miliardi di euro. E supponiamo che da quel momento il debito non cresca più.

Per arrivare far scendere il debito al 60% del PIL, questo deve crescere fino a 3330 miliardi.

Quanto tempo occorre? Circa 25 anni
se ipotizziamo un aumento del PIL del 3% in termini nominali. Questo risultato si può ottenere con un tasso di inflazione del 2% e una crescita dell'1% ma anche con un'inflazione del 3% e nessuna crescita oppure una crescita dell'1,5% e un'inflazione dell'1.5%.

Dunque non sembra impossibile raggiungere l'obiettivo ma è preferibile puntare sulla crescita che garantirebbe la possibilità di affrontare problemi cronici come quello della disoccupazione.
Una crescita più elevata (2% annuo) farebbe salire il PIL a 3300 e scendere il rapporto debito/PIL al 60% in "soli" 17 anni (con un tasso di inflazione del 2%): nel 2030 avremmo raggiunto l'obiettivo.

C'è anche un'altra possibilità: creare un avanzo di bilancio. Supponiamo che ogni anno si raggiunga un avanzo pari allo 0,5% del PIL dell'anno prima e che il PIL nominale aumenti del 4%: si raggiungerebbe l'obiettivo nel 2027.

E con una patrimoniale molto forte? Supponendo di incassare 200 miliardi in un solo colpo si guadagnerebbero altri 2 anni. L'obiettivo sarebbe raggiunto nel 2025.

Insomma mettendo insieme varie ipotesi si comprende che l'obiettivo è raggiungile in un periodo compreso tra i 15 e i 25 anni attraverso una buona combinazione tra crescita, inflazione e avanzo di bilancio.

Ma con quali conseguenze, limiti e possibilità alternative? Lo vedremo la prossima volta.

21 settembre 2011

Dietro l'angolo


Domanda: Cosa c'è dietro l'angolo?
Risposta: Una bella tassa patrimoniale. Come avevo già anticipato a Febbraio, c'era una spada di Damocle, ma il filo si è via via accorciato

Ormai se ne parla da tante parti e siccome anche se tutti ne parlano, nessuno in concreto ipotizza cosa succederà, ci provo io a formulare qualche ipotesi credibile.

Sull'opportunità o no di imporla, lascio aperto il dibattito, limitandomi a segnalare che secondo me la stragrande maggioranza delle persone potrebbero essere anche d'accordo, se sanasse definitivamente il problema del debito pubblico.

Ma vediamo di cosa si può trattare. Il patrimonio, a differenza del reddito che è un flusso annuo, è uno "stock" più o meno fisso, a seconda sia composto da beni mobili o immobili. Beni che andrebbero tutti tassati. Vediamoli nel dettaglio e vediamo di parlare dei formidabili problemi applicativi. Non a caso si contano pochissime tasse patrimoniali, una di queste in Italia è l'ICI.

Cominciamo dal "quando": ogni governo dovrebbe postdatarla: pensate cosa succedesse se Tremonti dicesse: "Tassa patrimoniale conteggiata sui valori al 31/12/2011". Quote sociali vendute, case svendute, soldi in Svizzera a palate, il tutto per tornare dai legittimi proprietari il 2/1/2012. Certo, si potrebbe pensare di tassare il possesso per frazioni di anno, ma se sarebbe facile per gli immobili, sarebbe un pelino più complicato per le azioni che possono passare di mano centinaia di volte in un anno. Quindi, il governo, se è furbo, il 3 o il 4 Gennaio 2012 dice: "Tassa patrimoniale con i valori al 31/12/2011". E sappiamo che qui in Italia in fatto di furbizia non scherziano.
Oppure potrebbero dire domani: da ieri si paga la patrimoniale... anche questo un bell'esercizio da furbetti.

Poi passiamo al "quanto": chi paga? I patrimoni oltre il milione di Euro? A prezzi di mercato bastano 2, 3 immobili a Milano per andare oltre il milione di Euro.

Vediamo ora le categorie di patrimonio:

1. Immobili. Qui in teoria dovrebbe essere il problema minore: una tassa basata su.... su? Il valore catastale o il valore di mercato? Qui già cominciano i problemi, infatti i valori catastali sono valori spesso sottostimati della realtà, ma i valori di mercato andrebbero periziati. Problema ulteriore sarebbero le prime case: da tassare o no? Se è stato tolto l'ICI anche per i miliardari, perchè dovrebbe essere tassata la prima casa? Mistero.... Il valore di mercato andrebbe peritato e qui comincerebbero altri problemi: le perizie costano. Io ritengo probabile un'aliquota alta sui valori catastali, per tutti.

2. Quote sociali di società non quotate. Quanto vale un'impresa? E chi lo sa? Serve una perizia fatta da un esperto. Oltretutto una perizia molto costosa. Infatti possedere un'azienda significa avere un patrimonio. Peggio ancora se all'interno della società ci sono degli immobili: pagano in quanto immobili o in quanto patrimonio della società?

3. Barche, aerei e auto. Si, sono un patrimonio mobile. Se sono intestate a società estere, chi paga? Mica facile scovare i furbetti con le società a Panama!

4. Azioni quotate. In teoria facile, bastano i valori di borsa.

5. Soldi liquidi. Quelli all'estero chi li considera? Ricordiamoci che appena il governo provò a parlare di patrimoniale quest'estate, in una settimana uscirono 23 miliardi di Euro per la Svizzera!

Questi i valori.
Va considerato che secondo me servirebbero dai 400 ai 600 miliardi di Euro, per portare il debito pubblico sotto il 100% del PIL, ma d'altra parte tassare tutti i valori sopra sarebbe un'operazione possibile solo a un governo tecnico.
Quindi credo che alla fine si opterà o per un prelievo straordinario tipo Amato (8 per mille su tutti i depositi) oppure per la sola tassazione degli immobili, tralasciando tutto il resto.

Il tutto dipende ovviamente se ci arriviamo al 2012. Ma di questo parlerò i prossimi giorni, se l'Italia ancora non è fallita

19 settembre 2011

Privilegi di pochi contro diritti di molti


Sabato sera il parlamentare ultraliberista Antonio Martino ha spiegato su La7 che a suo avviso le economie in cui c'èun'aliquota fiscale unica funzionano meglio.
A Martino la progressività delle imposte, prevista anche dalla Costituzione, non piace: che si guadagni mille euro o un milione, si deve pagare la stessa percentuale.

In Italia Martino non lo ascolta nessuno, neppure l'amico Berlusconi. Vorrebbe un bel taglio alle imposte dei ricchi così da arrivare a un'aliquota unica (peraltro incostituzionale). Negli USA invece c'è chi vorrebbe fare il contrario: alzare le aliquote dei ricchi così che il finanziere con un reddito milionario paghi le stesse aliquote dell'operaio della Ford (oggi chi guadagna redditi elevatissimi paga aliquote molto inferiori a quelle di un operaio).

L'idea è di Buffett, uno dei miliardari americani che capiscono che la crisi non passerà se non si sistemano i conti prendendo i soldi dai ricchi. Obama l'ha ripresa, presentando una proposta di legge che vuole cancellare i privilegi dei ricchi facendo pagare ai milionari le stesse aliquote del lavoratore normale, impiegato o operaio.

I Repubblicani, attraverso lo speaker della Camera (vale a dire il Presidente della Camera) hanno risposto di no. La loro ricetta non è ridurre i privilegi dei milionari, ma ridurre i diritti della gente normale, del lavoratore che guadagna centinaia di volte meno dell'amministratore delegato della propria azienda.

Privilegi dei ricchi contro i diritti del ceto medio e basso: questo è lo scontro tra Obama e i repubblicani. Su questo si gioca il futuro dell'economia americana, perchè la distribuzione delle imposte e della spesa pubblica influenza influenzano l'andamento dell'economia, e il futuro della politica, con i repubblicani impegnati a mettere in difficoltà Obama e riconquistare la Casa Bianca anche a costo di dissestare ulteriormente l'economia americana.

Comunque finisca una cosa è certa: la mossa di Obama, che ha deciso di proporre la fine dei privilegi dei ricchi e s'è sentito proporre una riduzione dei diritti della maggioranza degli americani, rende chiaro cosa c'è in ballo e spinge gli americani a schierarsi.

18 settembre 2011

Lo Stato paga la multa ai VIP

Chi si illude che i tagli ai costi della politica possano risolvere i problemi economici dello Stato italiano dovrebbe considerare cosa è successo ieri sera a Venaria, a due passi da Torino.

Nella Reggia di Venaria, un importante museo guidato da Fabrizio Del Noce, ex deputato di Forza Italia, si inaugurava una delle mostre legate alla celebrazione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. In mostra ci sono costumi usati in film famosi, come Il Gattopardo, e per l'occasione sono stati invitati molti "vip", soprattutto attori.

Molti personaggi più o meno famosi hanno abbandonato le auto dove capitava, convinti di farla franca. Ma per il sindaco di Venaria le regole valgono per tutti, specie perchè a breve distanza dalla Reggia c'è un parcheggio. Così i vigili urbani hanno fatto 95 multe.

Molti "vip" non le hanno gradite e si sono lamentati con gli organizzatori dell'evento, ricevendo in cambio la promessa che le multe saranno pagate dall'organizzazione della Reggia, cioè con soldi pubblici, già impiegati per riempire un'inaugurazione di una mostra di "vip" che probabilmente non fanno aumentare i visitatori che alla Reggia non mancano.

Lamentarsi dei costi della politica è giusto, ma non dimentichiamo il resto, i tanti micro-sprechi sparsi per l'Italia, che riempono le tasche dei vip, così tranquilli dei loro privilegi che, se prendono una multa per aver lasciato l'auto sulle strisce, pretendono che siano altri a pagarle.

17 settembre 2011

Una montagna di dollari


Giovedì le borse mondiali hanno festeggiato con forti rialzi la decisione di cinque banche centrali (FED, BCE più le banche centrali di Gran Bretagna, Giappone e Svizzera) di immettere una montagna di dollari nei mercati.

Perchè dollari e non euro o yen o franchi svizzeri?

Per da qualche tempo il sistema bancario ha un grosso problema: le banche americane non si fidano più di quelle europee, appesantite da troppi titoli di stato di dubbio valore, e non prestano più dollari alle banche europee.
Era successo qualcosa di simile nel 2007, quando il valore degli immobili ha iniziato a scendere negli USA. I prestiti erano meno garantiti e questo voleva dire rischio di perdite per le banche. Cosìle banche hanno smesso di prestarsi soldi tra loro, temendo di non riceverli indietro.

I tassi interbancari sono saliti e le banche, temendo di non potersi rifornire di capitali sui mercati, hanno ridotto i prestiti alle imprese, innescando una recessione che solo nel 2008, con il fallimento di Lehman Brothers, è diventata una crisi drammatica.

In questi mesi sta succedendo qualcosa di simile: il mercato interbancario si è bloccato. Il rischio è che le economie entrino in recessione, perchè le banche smettono di prestare soldi alle imprese e in particolare a chi ha bisogno di dollari, visto che non possono rifornirsi facilmente di dollari dalle banche americane.

Ecco spiegato l'intervento coordinato di cinque banche centrali. Senza il loro intervento l'economia rischierebbe di subire un'altra recessione e qualche banca potrebbe fare la fine di Lehman Brothers, il cui fallimento ha innescato la crisi più pesante daglianni '30.

16 settembre 2011

L'IVA al 21%


Da domani l'IVA passa dal 20 al 21%. Cosa succedera?

In teoria praticamente nulla, in quanto l'aumento dovrebbe essere estremamente ridotto. In realtà rischia di trasformarsi in poche settimane in una discreta spirale inflazionistica.
Si, perchè, anche se non dovrebbe succedere, tutti i produttori di materie prime, arrotonderanno all'eccesso, poi così faranno i produttori di servizi e di conseguenza i produttori di beni. Poi toccherà agli intermediari e ai grossisti e infine ai venditori e ai negozianti.
Un po' quello che abbiamo visto con l'entrata in vigore dell'Euro.
Alla fine l'aumento dei prezzi finali sarà ben maggiore di quello previsto, con grande gioia dello stato che incasserà più iva e rammarico nostro che vedremo il nostro potere di acquisto eroso dall'inflazione.

L'inflazione oggi in Italia è circa il 2,8%, ma quanto sarà alla fine dell'anno?

Non dimentichiamo che se restano esenti dall'aumento i beni di prima necessità e gli alimentari, è toccato tutto il resto: benzina, auto, abbigliamento.

Ne riparleremo alla prossima tornata di rinnovi contrattuali pubblici

15 settembre 2011

Opinioni sul Copago/Ticket

Come avevo segnalato qui, in Spagna ultimamente si è acceso un discreto dibattito intorno all'ipotesi dell'inserimento di un pagamento una specie di "ticket" per i trattamenti della sanità pubblica.

La mancanza di chiarezza da parte dei diretti interessati dovuta all'avvicinarsi delle elezioni fa sì che gli scenari che vengono immaginati arrivino alla peggiore delle privatizzazioni della sanità pubblica come lasciano intendere PSOE ed indignati.
Come avevo scritto nel post precedente ho letto un paio di opinioni dal punto di vista economico e medico, e visto che in Italia il ticket lo si paga già, ho pensato che avrebbero potuto essere interessanti per una riflessione su come potrebbero cambiare le cose per gli italiani se non dovessero pagarlo.

Per prima cosa volevo citare uno studio della semFyc, (vedi qui), ovvero una federazione di 17 associazioni spagnole che si occupano di medicina.
Secondo tale studio gli effetti del "copago" in Francia, Belgio, Svezia e Stati Uniti, (purtroppo non sembrano aver preso in considerazione il caso italiano), avrebbero avuto un impatto nullo sulla sostenibilità economica della sanità pubblica, anzi avrebbe causato una riduzione dell'uso del servizio d'attenzione primaria soprattutto nelle fasce più povere della popolazione, con un conseguente peggioramento successivo delle condizioni di salute di tali pazienti che quindi si presentano ai medici successivamente con problemi peggiori e talvolta più costosi.
Lo studio fornisce poi anche statistiche riguardanti i suddetti Paesi secondo le quali il copago riduce l'accessibilità al sistema sanitario pubblico ai redditi più bassi e che negli Stati come la Spagna dove tale pagamento, (per ora), non esiste non sembra esserci un abuso del servizio sanitario statale.

Conclude poi con delle idee per abbassare la spesa sanitaria pubblica, tra le quali mi sembrano interessanti:

-Maggior utilizzo del ruolo del medico di famiglia che a loro dire nel Regno Unito avrebbe permesso risparmi del 45% dei costi amministrativi ed un miglioramento del servizio di sanità pubblico.

-regole più ferree contro certi sprechi

-aumentare le imposte indirette su prodotti come tabacco e alcol nocivi alla salute e devolvere il ricavato di esse alla sanità pubblica

Vengono dedicate anche molte pagine all'analisi delle diverse forme d'applicazione della misura ed ai diversi effetti che ne possono derivare, (per esempio se tale pagamento valesse solo per i farmaci, se valesse solo per i redditi più alti, se non valesse per le malattie croniche, se valesse solo per i giorni passati in cura nel letto d'ospedale ecc ecc), ma in sostanza la loro posizione è quella descritta sopra.

Un'intervista ad un'esperta neurologa invece mostra come secondo il suo parere il ticket è dannoso dal punto di vista medico prima di tutto, poichè richiede al paziente una auto-diagnosi dei suoi sintomi, inducendolo a giudicare da se' stesso se essi sono abbastanza preoccupanti da valer la pena pagare oppure no.
A suo dire le diagnosi spettano ai medici, e ci sarebbero già troppi elementi di dissuasione dei pazienti ad accedere al servizio, come ad esempio le liste d'attesa, che non è il caso di aggiungerne uno in più.
Sarebbe poi una tassa ingiusta ed illogica perché colpirebbe, oltre ai redditi più bassi, chi è più debole o ha problemi fisici e quindi si ammala di più.


Il prossimo complotto bancario (secondo i soliti noti)


Come mettere a posto i conti pubblici? Una soluzione molto banale è la riduzione dell'evasione fiscale, che passa anche attraverso il minor uso dei contanti.

Via libera, quindi, alle carte di credito che garantiscono alle banche lauti profitti. Non a caso Mastercard ha promosso un concorso: sopravvivere con acquisti NO CASH (vedi qui) per una settimana.

Vincitore, un blogger genovese (vedi qui).

Iniziativa lodevole che potrebbero apprezzare anche i signoraggisti più convinti, visto che non si usa il contante. O forse no... visto che incentivare l'uso della carta di credito vuol dire far guadagnare le banche. Sono pronto a scommettere che prima o poi qualcuno ci racconterà che l'evasione è una balla per costringerci a usare la carta di credito e riempire le tasche dei banchieri.

13 settembre 2011

Chi compra in borsa?


Se la borsa va male chi compra?

Naturalmente chi spera di fare un buon affare. Certi prezzi sono così bassi che molte azioni diventano allettanti, sia perchè in futuro i valori quasi certamente cresceranno sia perchè, anche se non succedesse, gli utili distribuiti sono allettanti, in relazione al capitale investito.

Non mancano in queste settimane le segnazioni di acquisti di azioni da parte di manager: segnalazioni obbligatorie, che quindi non passano inosservate, anche se sono ignorate dai grandi mass media.

Come segnalava un mese fa il Sole 24 Ore (vedi qui) il presidente dell'ENI ha comprato azioni per 600 mila euro. Oggi le azioni valgono circa 13 euro l'una e l'utile distribuito negli ultimi dodici mesi è assolutamente di tutto rispetto: 1,50 euro.

Insomma mentre i telegiornali suonano le campane a morto, i furbi manager italiani ne approfittano. Il risparmiatore vende e loro comprano.

12 settembre 2011

Esperti?


Nel primo week end di settembre Cernobbio ha ospitato l'ennesimo (si svolge dal 1975) workshop dello Studio Ambrosetti.

Per chi non lo sapesse il workshop Ambrosetti è un incontro di "vip" dell'economia che pagano profumatamente lo studio Ambrosetti per riunirsi, discutere e ascoltare le conferenze di esperti veri o presunti e farsi vedere da molti giornalisti e tv che vanno a Cernobbio a sentire che aria tira tra quelli che contano nel mondo economico.

Due notizie mi hanno colpito in occasione dell'ultimo workshop.

La prima diceva che molti imprenditori, ascoltando le conferenze di rappresentanti del governo sono stati assai freddi e si sono accorti (finalmente) che Tremonti ama parlare di Waterloo, Westfalia, Versailles e altre amenità simili (vedi qui), ma mai delle cose concrete di cui si occupa (si spera) nel quotidianità.

Qualcuno addirittura era intenzionato a lasciare la sala non appena avesse preso la parola il (sedicente) ministro delle attività produttive Romani, ma poi ha rinunciato. Visto che aveva pagato...tanto valeva godersi lo spettacolo...

L'altra notizia è stata che i giornalisti hanno chiesto in giro: secondo voi l'euro regge alla crisi? e che metà degli intervistati hanno detto di no...mentre l'altra metà ci crede.

Comunque vada a finire una cosa è certa: metà degli "esperti" che si riuniscono a Cernobbio sbaglia. Ma i giornali e le tv continuano imperterriti a intervistarli e a trattarli come se fossero l'oracolo di Delfi (che era il più importante dell'antica Grecia)... Forse lo scopo è convincere il comune cittadino che le ricette di questi signori è la migliore?

10 settembre 2011

Dimissioni di Stark: è la fine di un'era?


Le dimissioni del capo economista della BCE, il tedesco Jurgen Stark, hanno terremotato le borse mondiali: -4,93% a Milano, -2,69% a New York il Dow Jones, -4,04% a Francoforte, -3,6% a Parigi, mentre l'euro sceso a 1,38 sul dollaro.

Pare la fine dell'era del rigore della Bundesbank, impegnata in una rigorosa lotta all'inflazione, conseguenza dell'iperinflazione dei tempi di Weimar, sovente criticata dagli economisti progressisti, perchè sacrifica la crescita e l'occupazione in cambio di una moneta forte e di poca inflazione.

Per convincere i banchieri centrali tedeschi a dare il via libera all'euro si sono poste regole stringenti all'opearto della BCE. La politica monetaria tendenzialmente restrittiva della Bundesbank è stata trasferita nella BCE e si sono vietati gli aiuti di stato: i singoli paesi devono fare da soli, aggiustando i bilanci se necessario. Niente svalutazioni competitive, niente deficit per sostenere la domanda.

Il divieto di aiuti di stato, però, è stato aggirato con l'acquisto di titoli di stato greci, irlandesi, portoghesi e, negli ultimi tempi, spagnoli e italiani. Una situazione intollerabile per l'ortodosso Stark, non solo perchè si violano le regole ma anche, e soprattutto, perchè il finanziamento del debito pubblico con soldi della BCE significa rischio di inflazione.

Non ci sono alternative. O meglio, ci sarebbero: gli eurobond. Si dovrebbero unire parte dei debiti pubblici dei paesi dell'area euro, finanziandolo con l'emissione di titoli (gli eurobond) emessi e gestiti da UE e BCE e inoltre si dovrebbe imporre ai paesi dell'euro una serie di regole e di riforme che portino verso una maggiore integrazione europea.

Ma non è questa l'intenzione dei governi conservatori, poco propensi a cedere poteri all'Europa unita.

Se non si integra l'Europa e se ogni paese diventa una potenziale vittima della speculazione, non resta che correre a salvarlo o, come avrebbe voluto Strark, costringerlo con qualunque mezzo a risanare da solo i conti.

Si sta scegliendo la prima strada, la sola che consenta ai governi europei di stare in piedi senza rinunciare ai propri poteri, sacrificando però la politica monetaria e il rigore finora predicati dalla BCE.

Le dimissioni del capo economista tedesco pongono diversi problemi: cambierà la politica monetaria della BCE o i governi, bocciati dai mercati, saranno costretti a affidarsi a gente come Stark per recuperare credibilità? ci saranno rischi di inflazione? l'euro si svaluterà? come si comporterà la BCE nei confronti dei paesi con un deficit più elevato del previsto? ci sarà una maggiore integrazione (economica) europea? la BCE risulterà credibile? e, soprattutto, riusciranno gli acquisti di titoli di stato a sconfiggere la speculazione?

09 settembre 2011

La bocca della verità

All'apparenza la destra ha ottimi argomenti per spiegare che si devono diminuire le imposte, tagliare le spese sociali e lasciar fare al mercato e al merito.

Ottimi argomenti (per chi ci crede) ma falsi. O meglio, se sono veri non indicano le vere ragioni della destra.

Però c'è chi dice la verità!

Quando nessuno suggerisce a Silvio Berlusconi un argomento elegante per spiegare che le imposte è meglio diminuirle, finisce per dire la verità, complice il suo viziaccio di aprire bocca senza freni.

Berlusconi non si sa trattenere, a volte, e dice quel che la destra pensa ma non dice, preferendo verità di facciata che servono a confondere le acque.

Guardate il video, sentite le parole: la sinistra vuole redistribuire il reddito, ma lui è contrario perchè il figlio dell'operaio non è e non deve essere uguale al figlio del professionista. Questo è il vero volto della destra: far crescere le differenze, eliminare ciò che può ridurle. A qualunque costo.

Se non ci fosse (Silvio), bisognerebbe inventarlo.


video

07 settembre 2011

Il giorno più nero

Qual è stato il giorno che più ha influenzato il mondo negli ultimi anni? A questa domanda molti risponderebbero l'11 settembre 2001, il giorno degli attentati che hanno ucciso migliaia di americani tra Washington, New York e la Pennsylvania.

L'11 settembre è iniziato il peggio dell'era Bush: le due guerre, in Afghanistan e Iraq, (quest'ultima scatenata sulla base di prove false, costata migliaia di vittime occidentali e oltre 3000 miliardi, come ha spiegato Stiglitz (vedi qui) tra spese già sostenute, minori introiti e spese future) sono state un aspetto dell'America selvaggia, capace di offrire solo un futuro cupo e retorico ai propri concittadini e soldi a palate per pochi, beneficiati dalle commesse militari e dai tagli fiscali.

E' mancata una politica economica capace di far crescere le imprese e di correggere i profondi squilibri prodotti dal mercato senza regole.

Si poteva fare diversamente? La storia poteva evolversi seguendo un altro schema?
Sì, se il 7 novembre 2000 avesse vinto il candidato più votato dagli americani, Al Gore.

Come tanti italiani, ho sentito parlare per la prima volta di Al Gore nel 1992, quando è diventato vicepresidente degli Stati Uniti.

Nel 1992 Al Gore spiegava che il futuro dell'economia era legato a internet, che ai tempi era uno strumento usato da pochi, per lo più scienziati e istituzioni militari. La previsione di Gore pareva azzardata, ma aveva visto giusto e gli USA hanno goduto, tra il 1992 e il 2000, del più lungo periodo di crescita ininterrotta. Internet ha cambiato l'economia tradizionale e offerto un gran numero di servizi nuovi, dando l'opportunità a molti imprenditori di creare dal nulla imprese che trovavano e creavano un mercato immenso.

Nel 2000 Al Gore ha spiegato che era ora di dare una svolta all'economia, in crisi dopo lo scoppio della bolla di internet: il futuro era verde e consisteva nel trasformare tutto ciò che produce e consuma energia, privilegiando le produzioni meno inquinanti e i prodotti capaci di consumare di meno.

Una vera e propria rivoluzione copernicana per un paese che è diventato la più grande potenza economica mondiale grazie all'abbondanza di energia a basso costo.

La storia non si fa con i se e i ma. Tuttavia si può essere certi che con Al Gore alla Casa Bianca l'Iraq non sarebbe stato invaso, gli americani avrebbero risparmiato 3000 miliardi (e moltissime vite umane) e l'economia avrebbe beneficiato di una rivoluzione verde che prima o poi qualcuno realizzerà e che per adesso il mercato sta facendo, ma troppo lentamente.

Dunque forse il giorno più nero non è stato l'11 settembre 2001 ma il 7 novembre 2000, quando alcune centinaia di abitanti della Florida hanno fatto la differenza, in peggio, per sè e per il mondo intero.

06 settembre 2011

El Fantasma del Copago

Uno spettro s'aggira per la Spagna: "el copago".

Uno dei vanti dei neofascisti spagnoli (o falangisti che dir si voglia..dal nome partito del regime franchista "Falange Española") è quello d'aver istituito per la prima volta la Seguridad Social nel 1963, (ovvero la sanità pubblica, e sistema pensionistico pubblico), poi migliorata molto negli anni '80 dal PSOE.
Del resto sono sempre state risapute le manie e le paranoie del "Generalìsimo" sull'igiene e la salute, che effettivamente a partire da un certo momento cominciò ad investire molto sulla sanità.
In realtà però, una visione più amplia e meno superficiale della storia non porterebbe affatto a questa conclusione.
Infatti tale sistema di sanità e di previdenza sociale pubbliche ed universali in Spagna non è stato un'apportazione franchista, anzi...
Esso era già abbondantemente presente ben 30 anni prima della legge sulla Seguridad Social, (basti vedere la Costituzione repubblicana del 1931), ovvero nei governi (sia di destra che di sinistra), della Seconda Repubblica contro la quale il Caudillo insorse provocando la guerra civile spagnola.
Da questo punto di vista non c'è dubbio che il franchismo causò un ritardo e non un progresso dello Stato sociale spagnolo (se non facevano il colpo di Stato certe cose si stavano già realizzando 30 anni prima).

Tuttavia va riconosciuto il fatto che si tratti di una legge che fece avanzare molto la Spagna, perchè segnò, (almeno in teoria), l'inizio della fine di un sistema paternalista e "graciable" (citando un termine del mio libro di Introducciòn a Los Servicios Sociales del primo quadrimestre dell'anno scorso, che non saprei tradurre in italiano), cioè un sistema nel quale l'assistenza sanitaria e sociale non erano un diritto del cittadino, ma un dono fatto cascare dall'alto, dal regime, (per lungo tempo lasciato in buona parte, fatte alcune eccezioni, nelle mani di istituzioni private, spesso anche religiose come la Caritas o comunque legate al volontariato come la Croce Rossa), e che volendo ti poteva essere negato per esempio se non eri considerato un buon cristiano o un buon nazionalista. Mancava insomma il riconoscimento di un diritto fondamentale. Per esempio: tuo padre era un ateo anticlericale? Oppure: ti sei voluta sposare con un nemico della Nazione (cioè un dissidente politico)? Beh allora se la Caritas o el Auxilio Social (praticamente la sezione "sociale" della Falange Española), ti abbandonavano a te stesso...Peggio per te.

La legge franchista sulla Seguridad Social del 1963 fu la prima a partire dall'istituzione del regime di Franco nel '39 a non presentare queste caratteristiche. Segnò in qualche modo il riconoscimento di un diritto: l'inizio di un sistema pubblico, completamente gratuito ed universalmente accessibile di certi servizi (come verrà successivamente sancito dalla Costituzione democratica del '78).
Un sistema talmente pubblico da non prevedere nemmeno il pagamento del ticket sulla sanità statale. A differenza dell'Italia ad esempio.

Oggi nel 2011 è proprio l'ipotetica introduzione di una sorta "ticket", (in Spagna chiamato copago), per ridurre la spesa pubblica ad esser diventata ultimamente fonte di grande ansia per una parte della popolazione spagnola.

Tutto è cominciato quando un sindaco del PP questa primavera ha sparato in un'intervista l'ipotesi di far pagare ai pazienti della sanità pubblica una parte dei trattamenti ricevuti.
Immediatamente scatenò reazioni di scandalo tra le fila socialiste (e tra l'opinione pubblica), al punto da costringere Mariano Rajoy (segretario del Partido Popular e prossimo candidato alle elezioni), ed altri esponenti di punta dell'opposizione a negare pubblicamente di voler inserire il copago nel loro programma elettorale.
I dubbi però sono tornati alla ribalta da quando quest'Estate lo stesso Rajoy ha incaricato al suo think  tank di destra uno studio sulla possibile applicazione proprio di questa misura.
Oltre a presunte dichiarazioni provenienti da riunioni interne al PP, che aprirebbero più o meno velatamente la strada al copago.
Il sospetto è insomma, che come denuncia il Partido Socialista Obrero Español (Partito Socialista Operaio Spagnolo: PSOE), il PP stia realmente pensado di introdurre questa misura, ma non ne voglia parlare per paura di perdere voti alle prossime elezioni di Novembre.

Se si trattasse di un piccolo ticket come in Italia, non sarebbe l'idea più adeguata in un momento di crisi secondo me, e sarebbe più opportuno cercare altre vie per ridurre la spesa. Ma non sarebbe poi una tragedia!
Il problema però è che l'opposizione (che probabilmente fra poco sarà maggioranza), se non si sbottona e non dice apertamente cosa vuole fare, lasciando tutto nel mistero, un bella preoccupazione la dà anche a me. C'è il rischio che abbiano ragione gli indignati a dire che è in ballo il sistema pubblico ed universale della sanità (andessero a votare allora...).
C'è chi crede che i pazienti dovranno pagarsi di tasca propria, (o con l'assicurazione), trattamenti ed operazioni anche di qualche migliaia d'euro.
Stavolta, per quest'occasione, è probabile che alla manifestazione sarò indignato anche io.

Non si sa cosa abbiano in testa. Però nel dubbio sempre meglio difendere il diritto alla sanità pubblica gratuita ed accessibile a tutti. Secondo me.


Presto inserirò anche un paio di opinioni interessanti (sia economiche che mediche), che ho letto riguardo a quest'ipotesi.

05 settembre 2011

L'ennesima finanziaria disastrosa


Fino ad ora mi sono astenuto a commentare l'ultima (terza) finanziaria di stampo tremontiano, ben sapendo che la montagna avrebbe partorito il topolino. Mai come con questa manovra ci sono stati annunci, smentite, modifiche, cambi e giravolte su provvedimenti, tagli e tasse.
Ad oggi la manovra SEMBRA definitiva e posso esprimere finalmente, a ragion veduta, il mio giudizio.

La manovra è semplicemente terrificante.

Non ci sono altri termini per definirla, qualunque altra definizione sarebbe ampiamente ottimistica. Cercherò (brevemente) di spiegare perchè:

1. E' una manovra improvvisata, senza una politica alle spalle, il cui unico interesse è fare cassa nell'immediato senza risolvere alcun problema. Alcuni problemi, poi, vengono rinviati sine die. Vedi l'abolizione delle province.

2. La parte sull'evasione fiscale fa veramente ridere. Per chi ha qualche anno e ricorda la legge "manette agli evasori", ricordo che la legge fu tolta proprio da Visco, in quanto assolutamente inefficace. Riporto qui un paio di commenti d'epoca.
Questo furore verso gli evasori fa ridere sia come modalità, in quanto mandare in galera chi evade più di 3 milioni di Euro, cioè qualcosa come 10 milioni di imponibile dopo la sentenza definitiva, fa veramente ridere in un paese come l'Italia dove i processi durano secoli, sia perchè viene da un pulpito che gli evasori li ha sempre protetti.

Vogliamo forse ricordare che il nostro ministro delle finanze ha insegnato a mezza Italia come creare società in Lussemburgo? O forse il regalo dello scudo fiscale facendo pagare il 5% (mentre nel resto d'Europa si pagava il 30%) che ha creato la più grande bolla immobiliare della storia in Italia? O forse le società offshore del presidente del consiglio? Potremmo continuare per molto, ma fermiamoci qui, perchè tanto già basta che per dire che con esempi del genere è difficile fare i puri e convincere i contribuenti italiani a pagare. Ricordo che Visco, a suo tempo, aumentò il gettito di circa 30 miliardi senza mandare in galera nessuno.
Volete combattere l'evasione? Bene: tracciabilità fino 200 Euro, niente sedi o residenze all'estero, contabilità di cassa per i semplificati. Basta questo!

2. I tagli agli enti locali, spremuti come limoni. Ma voglio ricordare una cosa degli enti locali: prima di dire che chiuderanno gli asili nido, voglio che mi dimostrino, conti alla mano che: non hanno derivati in bilancio, non ripianano sistematicamente le perdite delle mille società partecipate con soldi pubblici, che i consiglieri di amministrazione di queste società sono al massimo 3 e non 30 per società in modo da accontentare tutti i partiti!

3. Provvedimenti per la crescita inesistenti. Si lamentano insieme confindustria e sindacati. Ma finchè si rimane alle chiacchiere è tutto facile:
Dov'è il ponte di Messina?
Dov'è il piano casa?
Dov'è la riforma dell'art. 41 della costituzione?
Dov'è l'obbligo del pareggio di bilancio?

4. Riforma previdenziale. E' probabilmente più facile tagliare gli anni di pensione a chi l'ha riscattata che chiedere a chi è andato in pensione con il retributivo di abbassarsi un po' la pensione. Fortunatamente la norma sui riscatti di laurea è durata 24 ore, ma per le pensioni d'oro suggerisco di leggere il libro di Mario Giordano: "sanguisughe"

5. Riforma dell'art. 18 sulla libertà di licenziare. Cosa c'entra con la finanziaria? Mah!

6. Numeri dei conti correnti nelle dichiarazioni dei redditi. Ops, tolta anche questa... si, anche perchè essendoci un archivio informatico unico di tali dati a cui Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza possono accedere, a cosa serve?

In sostanza tanta, ma tanta, aria fritta. Ma purtroppo temo che i mercati finanziari non la berranno tanto facilmente.

03 settembre 2011

Tagli, topi, vampiri e la vendetta della storia


Intercettando Valter Lavitola, un faccendiere ricercato per aver ricattato Berlusconi, i magistrati hanno sentito Berlusconi che spiegava: "vado via da questo Paese di merda...di cui...sono nauseato" (vedi qui)

Frase condivisa, forse, dal poliziotto del reparto mobile di Genova che qualche giorno fa nella mensa del reparto, nella famigerata Bolzaneto, s'è trovato pezzi di topo nell'insalata (vedi qui).

A Bolzaneto è successo di peggio giusto 10 anni fa, nel 2001, quando le forze dell'ordine pochi mesi dopo l'insediamento del governo di destra, hanno per così dire calcato la mano con i manifestanti fermati con accuse ridicole durante il G8.

In quei giorni di follia, diversi commentatori hanno osservato che le violenze a Bolzaneto, alla scuola Diaz e per strada sembravano la conseguenza della vittoria di Berlusconi e dei suoi alleati: pareva avessero dato il via libera a chi, nelle forze dell'ordine, non nascondeva le proprie simpatie neofasciste.

A 10 anni di distanza restano solo i ricordi e ...il topo nell'insalata, complici i tagli applicati sistematicamente da Tremonti alle spese dello stato.

Tagli che sono insufficienti (come avevo spiegato qui) per sistemare i conti pubblici, costringendo Tremonti a trovare altre soluzioni. L'ultima in ordine di tempo è la lotta all'evasione che forse è meglio chiamare scoraggiamento dell'evasione. La scarsa fantasia spinge Tremonti a rispolverare le misure di Visco (tracciabilità dei pagamenti, scoraggiamento dell'evasione con obblighi vari) che per questo nel biennio 2006-2008 venne pesantemente criticato, definito vampiro da .... proprio da Tremonti.

Scherzi della storia, nemesi -come avrebbero detto gli antichi- o legge del contrappasso: l'uomo che è sceso in campo dicendo "l'Italia è il paese che amo" oggi vuol fuggire da un paese di merda; il poliziotto che -forse- nel 2001 sognava un futuro felice per sè mentre manganellava i manifestanti oggi fa i conti con i pezzi di topo nell'insalata e il ministro che incitava i suoi elettori a prendersela con il ministro-vampiro, oggi ne copia i provvedimenti e viene indicato come vampiro dai giornali filogovernativi.
Non so come la pensate, ma io credo che questo sia un paese fantastico!


02 settembre 2011

Spagna, continuano interventi contro la disoccupazione giovanile

Ultimamente i grillini dell'antipolitica spagnoli, (los indignados), ai quali pur non condividendo il loro antipartitismo e la mancanza di alternative concrete, (oltre che le infiltrazoni complottiste nel movimento, come dimostrano gli striscioni a Puerta del Sol del tipo "nuovo ordine mondiale, informati!" e simili) ho sempre riconosciuto loro qualche ragione, sostengono che le misure che il governo sta prendendo negli ultimi mesi contro la disoccupazione ed il lavoro nero siano dovute alla paura provocata al PSOE dalle loro proteste (costate anche pesanti batoste elettorali alle elezioni comunitarie e municipali). Insomma un tentativo della classe dirigente socialista di rifarsi la faccia in vista delle elezioni generali del prossimo Novembre, alle quali Zapatero non si candiderà, lasciando così spazio a Rubalcaba. Un uomo pur sempre della "casta", non certo un giovane proveniente da chissà quali ambienti di lotta, ma un personaggio considerato comunque uno degli esponenti dell'ala più di sinistra del partito.
Come del resto hanno confermato le primarie del PSOE indette dopo le suddette dichiarazioni dell'attuale presidente del consiglio spagnolo.

Probabilmente un po' di ragione ce l'avranno questi indignati, non voglio nascondermi dietro ad un dito, però è anche vero che questi provvedimenti contro la disoccupazione (come il "plan de choque"1 che consisteva in una serie di forti incentivi fiscali alle imprese che assumessero giovani con contratti superiori a sei mesi senza licenziare nessuno, e nuovi sussidi di disoccupazione), erano già iniziati ben prima delle loro proteste. Questo è un dato di fatto.
Come pure gli obblighi di trasformare i contratti che sono precari da oltre 2 anni in contratti a tempo indeterminato, erano addirittura già previsti nella contestatissima (sia da destra che da sinistra) riforma del lavoro.
Però è probabile per esempio che se pochi mesi fa' sono stati rimossi da tale riforma i "licenziamenti agevolati" per le imprese in perdita, è probabile, secondo me, che sia stato fatto anche per placare gli indignati.

In questi giorni, a breve distanza quindi dai provvedimenti contro il lavoro nero, (che come spiegavo in un altro post sembra essere ben più diffuso della disoccupazione), l'esecutivo socialista ha appena approvato un nuovo decreto, di nuovo con l'intento di facilitare l'assunzione di giovani.
Il portavoce del governo José Blanco ha annunciato il decreto legge2 con una frase di facile comprensione anche per gli italiani: "[il nuovo contratto ndr] va a permitir formarse mientras se trabaja, compatible con los derechos laborales y la protección social", (permetterà di formarsi mentre si lavora, compatibilmente con i diritti lavorativi e la protezione sociale).
Si tratta di una specie di nuovo contratto d'apprendistato per giovani tra i 16 ed i 25 anni, (solo in certi casi estensibile fino ai 30), che garantirà vantaggi fiscali (soprattutto una riduzione del 100% dei contributi a carico dell'azienda che invece finanzierà lo Stato, se il contratto servirà ad aumentare il numero dei lavoratori) alle imprese che se ne avvarranno.
La giornata lavorativa sarà del 75% rispetto ad una normale, il tempo restante verrà utilizzato in attività formative.
Inoltre se questi contratti di formazione e lavoro si dovessero trasformare al loro termine in contratti a tempo fisso, l'impresa continuerà a godere parte dei vantaggi fiscali.
Insomma riduzione del costo del lavoro senza toccare le retribuzioni dei dipendenti, sembra essere questa la via segnata dal plan de choque e da questo nuovo decreto.

Basteranno queste misure a migliorare le condizioni dei disoccupati spagnoli, (numerosi soprattutto fra i giovani)?
Non lo so, di certo però non ho dubbi che in ogni caso non basteranno a convincere los indignados.

Nell'immagine in alto a sinistra Alfredo Rubalcaba, già scelto come prossimo candidato del PSOE al governo della Spagna. La prima cosa che ha fatto non appena concluse le primarie, (oltre alle dimissioni dal suo incarico di ministro a suo dire incompatibile con la candidatura), è stata dichiarare guerra a banche e ricchi3 promettendo nuove patrimoniali per poter investire contro la disoccupazione, oltre a riforme elettorali a carattere più proporzionale come chiedono gli indignati...Solo i fatti potranno dire se sarà tutto fumo e niente arrosto...Intanto però il PP di queste cose non vuole affatto saperne, questo è più che certo...

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1http://www.lavanguardia.com/politica/20110211/54112828133/el-gobierno-aprueba-el-plan-de-choque-para-el-empleo-con-la-nueva-ayuda-de-400-euros.html


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